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Di cosa si parla nell’attuale dibattito sul 20-20-20?

La confusione fra la politica energetica e climatica al 2020 e il Protocollo di Kyoto

Infuria la polemica sui costi delle politiche dell’energia e del clima, sullo scontro fra Governo Italiano e Commissione Europea. È su tutti i giornali e telegiornali, anche come prima notizia; è dai tempi della presentazione del IV rapporto IPCC, febbraio 2007, che non accadeva.

Per ora la divisione sembra politica: per il centro-destra ha ragione il governo, per il centro-sinistra ha ragione la Commissione Europea, per il centro hanno ragione entrambi al 50 %.

I conti si possono fare più o meno bene, con metodologie più o meno raffinate, ma è inevitabile che essendo previsioni di costi futuri, si tratti di stime con margini di incertezza, con valori medi, minimi e massimi. D’altronde è sempre così: anche per i costi e i benefici del Ponte sullo Stretto di Messina o della TAV ci sono dati molto diversi, con range di incertezza anche maggiori.

Nell’attesa di mettere ordine e fare chiarezza cercando di capire chi sta sbagliando i conti, cosa che per ora non è facile visto che non sono disponibili molti documenti ufficiali sui numeri portati dal Governo (l’unica cosa che siamo riusciti a trovare è un documento linkato dal sito di Qualenergia, è il caso di chiarire i termini del problema.

 

Innanzitutto l’errore più frequente è non chiarire di che costi si stia parlando, perchè ci sono diverse possibilità:

1.i costi, per la partecipazione al sistema di Emission Trading Europeo link, nel periodo 2008-2012

2.i costi, per l’Italia, per rispettare gli obiettivi del protocollo di Kyoto nel periodo 2008-2012.

3.i costi, per le industrie più grandi, per la partecipazione al sistema di Emission Trading Europeo nel periodo 2012-2020 (obiettivo 2020 per l’EU: -21 % rispetto al 2005).

4.i costi, per l’Italia, della riduzione dei gas serra prevista dal pacchetto 20-20-20, ossia il primo 20 del pacchetto 20-20-20 (obiettivo 2020 per l’Italia: – 13 % rispetto al 2005)

5.i costi, per l’Italia, per la riduzione dei gas serra e l’aumento della produzione di energia rinnovabile, ossia i primi due 20 di tutto il pacchetto 20-20-20 (obiettivo 2020 sulle rinnovabili per l’Italia: +17% rispetto al 2005)

6.i costi di tutto il pacchetto 20-20-20, ossia compreso anche il costo per gli investimenti in efficienza energetica

Questi 6 tipi di costi possono essere calcolati all’anno o come valore cumulato nel rispettivo periodo (2008-2012 oppure 2005-2020, oppure anche 2012-2020): si hanno quindi 12 possibilità.

 

Ogni costo, per il sistema industriale o per l’Italia, ha ovviamente anche dei benefici, per il sistema industriale o per l’intera collettività. Sono benefici diretti (ad esempio: più energia da fonti rinnovabili = meno petrolio importato) e indiretti (= meno inquinamento dell’aria, più occupazione, minore spesa per la sanità, malattie favorite dall’inquinamento, ecc.). Si possono considerare nei benefici anche i “danni evitati” al sistema climatico del pianeta: si tratta di danni molto rilevanti, in parte difficili ancora da valutare per la complessità di alcuni fenomeni che portano ad impatti rilevanti (es. la fusione delle calotte glaciali che innalzano il livello del mare). Il punto più critico è che i danni al sistema climatico sono in gran parte spostati in avanti nel tempo: il sistema climatico ha una sua inerzia, la CO2 se ne sta per tanto tempo in atmosfera (una parte ci starà anche un millennio), quindi farà danni per tanti secoli, e non è semplice quantificare i danni nel futuro.

Oltre ai 12 costi lordi ci sono quindi anche 12 costi netti, ottenuti sottraendo ai costi lordi i benefici.

Costi e benefici potranno essere distribuiti in modo diverso fra il le casse pubbliche, il sistema industriale e la collettività.

Quindi può benissimo succedere che, mentre il pacchetto 20-20-20 può dare dei costi lordi rilevanti per un certo settore industriale, lo stesso pacchetto possa essere un affare per la collettività, perché porta a risparmi, nell’immediato o sul medio e lungo periodo.

Chi deve decidere?

La politica può e deve decidere di ripartire i costi e i benefici fra le tre parti; scaricando i costi sui cittadini (ad esempio facendo pagare più l’energia), o su altri settori produttivi o sulle casse pubbliche. Proprio come ha fatto nel caso di Alitalia o in quello delle banche.

Ad esempio, un settore industriale strategico e con alti livelli di occupazione potrebbe essere aiutato più di uno che si ritiene comunque senza futuro e con scarse ricadute occupazionali o territoriali.

Ed è una decisione eminentemente politica, non scientifica, decidere se alcuni costi sono “troppo” alti, oppure se sono necessari e sopportabili.

Vedendo titoli come “Alle famiglie costerebbe 60 euro l’anno” (La Stampa, pag. 3 del 19/10) oppure “la Ue uccide l’industria” (Corriere 15/10) oppure “La UE da sola non puo’ risolvere il problema“ (La Repubblica 17/10) oppure “così il governo italiano mette in discussione Kyoto” (Repubblica 17/10 ) oppure dichiarazioni come “chiederemo di rinegoziare Kyoto” (On. Matteoli, 19/10), sembra invece che la confusione regni sovrana.


Perché è evidente che non si sta parlando del Protocollo di Kyoto e neppure solo di clima

 



 

Testo di: Stefano Caserini

Revisione di: Claudio Cassardo

 

7 responses so far

7 Responses to “Di cosa si parla nell’attuale dibattito sul 20-20-20?”

  1. Luigi A.on Ott 21st 2008 at 23:13

    Interessante, ma allora perchè dicono che bisogna ridiscutere il Protocollo di Kyoto ?
    Luigi

  2. Stefano Caserinion Ott 21st 2008 at 23:55

    Il Protocollo di Kyoto è il risultato delle negoziazioni avvenute prima e durante la Conferenza delle Parti della Convenzione sul Clima (UNFCCC) che si è tenuta a Kyoto, in Giappone, nel dicembre 1997 (ormai 11 anni fa).
    L’accordo raggiunto a Kyoto vincola alcune nazioni a ridurre nel 2008-2012 le loro emissioni del 5,2% rispetto a quelle del 1990: si tratta dei principali paesi industrializzati e quelli con le economie in transizione, riportati nell’Annex 1 (Allegato 1) del Protocollo e per questo chiamati in gergo “Paesi Annex 1”.
    La ratifica del Protocollo, avvenuta per quanto riguarda il Parlamento Italiano nel 2002, 6 anni fa, con una larghissima maggioranza.
    Il protocollo quindi è nella sua fase finale, da almeno tre anni si sta discutendo di cosa fare dopo.
    Le possibilità di ridiscutere (o riscrivere !) il protocollo, includendo con Cina e India sono sostanzialmente nulle.
    Chi lo dice (ad esempio in grande evidenza sul Corriere http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2008102110904624-1) non sa di cosa sta parlando. O forse intendeva con “Protocollo di Kyoto” quello che si deciderà dopo, con un secondo accordo, a Poznan o a Copenhagen.
    Saluti
    Stefano

  3. giacomoon Ott 22nd 2008 at 16:27

    Anzitutto complimenti per il sito, nel deprimente panorama dell’informazione italiana sui cambiamenti climatici siete una boccata d’aria fresca.

    In riferimento alla polemica 20-20-20 segnalo un articolo che (stranamente) spiega con sufficiente chiarezza alcuni aspetti tecnici della guerra in corso sul pacchetto energia-clima:
    http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/ambiente/clima-vertice-ue-2/retroscena-clima/retroscena-clima.html

    l’unico errore del giornalista e’che l’Italia nel 2005 non stava a +7% rispetto al 1990, ma a +12%. Dovendo raggiungere il -6.5% rispetto al 1990 come media del quinquennio 2008-2012, rispetto al 2005 siamo gia’ fuori del 18,5%……quindi un obiettivo di riduzione del 13% rispetto al 2005 posto all’Italia entro il 2020 e’, come giustamente nota il giornalista, molto generoso rispetto a quello che e’stato dato agli altri grandi Paesi UE.

    Segnalo inoltre, per chi vuole approfondire, che tuttele informazioni sul pacchetto energia-clima si possono trovare qui: http://ec.europa.eu/environment/climat/climate_action.htm

    continuate cosi’,

    saluti

    giacomo

  4. Aldoon Ott 23rd 2008 at 12:53

    L’Europarlamento per il pacchetto-clima

    Parlamento UE: 499 pro, 130 contro il pacchetto clima
    ——————————————————————————–

    Si tratta di una raccomandazione che a grande maggioranza il parlamento europeo ha votato per ribadire alla Commissione UE che il pacchetto clima non deve essere messo in discussione

    Con 499 voti favorevoli e 130 contrari, l’Europarlamento approva che gli obiettivi post-2012 non vadano messi in discussione. Invita così a valutare le ricadute delle misure sul sistema industriale e alla sua competitività.
    “Il Parlamento – si legge nel documento approvato – ritiene che gli obiettivi climatici dell’Ue post-2012 non debbano essere rimessi in discussione a causa dell’attuale crisi finanziaria internazionale -ricordando poi – che si tratta di una procedura di co-decisione in cui è richiesta la maggioranza qualificata”.
    Inoltre, il Parlamento evidenzia che “… è indispensabile valutare con attenzione le misure elaborate per conseguire tali obiettivi al fine di accertarne le implicazioni sulla competitività generale e settoriale delle aziende europee – ricordando come per le industrie UE – è essenziale che siano introdotte le necessarie misure di flessibilità per i settori più esposti alla delocalizzazione/rilocalizzazione delle emissioni di carbonio e alla perdita di competitività”.
    Il Parlamento, invita il Consiglio a mantenere gli obiettivi proposti che stabiliscono una quota obbligatoria di energie rinnovabili del 20% del consumo totale della Comunità, e di una quota obbligatoria di energia da fonti rinnovabili sostenibili pari al 10% per il settore dei trasporti di ogni Stato membro entro il 2020.
    Ricorda inoltre la necessità di includere nel pacchetto-clima una regolamentazione che definisca i livelli di emissioni delle autovetture nuove, nell’ambito dell’approccio comunitario integrato, per diminuire le emissioni di CO2 dei veicoli stessi.
    In ultimo l’assemblea di Strasburgo chiede “un forte impegno politico per passare a un’economia a basse emissioni di carbonio nell’Unione europea, unita a un uso accresciuto delle fonti locali, al decentramento della produzione di energia e a misure di risparmio energetico per promuovere le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e altre fonti di energia a basse emissioni di carbonio”. “Anche perché – si conclude – ciò permetterebbe di perseguire la diversificazione degli approvvigionamenti energetici e ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili”.

    Fonte: Rinnovabili.it

  5. giacomoon Ott 23rd 2008 at 14:23

    a parziale correzione del mio messaggio di ieri, le cose sono in realta’un po’piu’complicate (come anche emerge dal messaggio originale di Caserini). Occorre distingure il settore EU-ETS (EU Emission Trading Scheme, che coinvolge i circa 10000 piu’ grandi impianti nel settore energetico ed industriale, pari a circa il 40% delle emissioni EU) da quello non-EU-ETS (tutto i resto).
    A livello UE, l’obiettivo per i settori coperti dall’EU-ETS e’circa -21% rispetto al 2005, per i settori non-ETS e’ circa -10% rispetto al 2005. Nel loro insieme, queste misure dovrebbero portare ad una riduzione del emissioni totali EU del 20% rispetto al 1990. La cifra del 13% per l’Italia, citata dal giornalista di Repubblica (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/ambiente/clima-vertice-ue-2/retroscena-clima/retroscena-clima.html), si riferisce all’obiettivo per il settore non-EU-ETS.
    Quindi, anche se rimangono sostanzialmente vere molte delle argomentazioni riportate nell’articolo, le cose sono in realta’ piu’ complesse.
    A questo punto chiedo a voi: ci sono stime sulle riduzioni di emissioni complessive che dovra’sostenere l’Italia nel 2020 sommando EU-ETS e non EU-ETS?

  6. Stefano Caserinion Ott 26th 2008 at 17:09

    Per i settori EU-ETS ci sono diverse stime, perché i criteri di allocazione fra i settori non sono stati ancora decisi. Qui http://qualenergia.it/UserFiles/Files/Costi_Italia20-20-20.pdf trovi fatta dal quella del ministero). Di fatto l’obiettivo sui settori ETS non dipenderà più dall’Italia, non ci saranno più piani nazionali di allocazione, sarà deciso a livello europeo.

    Pero’ a mio parere l’obiettivo sui settori non-ETS è più impegnativo in quanto riguarda settori, come ad esempio i trasporti, in cui di fatto le politiche di riduzione delle emissioni sono molto più impegnative e lente; sono settori su cui sino ad oggi non si è fatto molto. Questo nonostante l’obiettivo al 2020 (-13 %) sia riferito al 2005, e quindi sia molto meno arduo rispetto ad un obiettivo riferito al 1990, dato il grande l’incremento di emissioni nel periodo 1990-2005.

    Insomma, la discussione sui costi per l’industria è solo una parte del problema, e forse neanche la più importante. Certo dipende anche dal punto di vista…

  7. giacomoon Ott 29th 2008 at 11:46

    Segnalo un breve e interessante commento inerente a questo dibattito:
    http://blogs.nature.com/climatefeedback/2008/10/from_greed_to_green.html

    forse il giornalista é eccessivamente ottimista, ma ritegno molto interessante il seguente paragone tra finalza ed ecologia:

    “Couldn’t the crash be a reminder that, ecologically, we’re living on credit as well? There is an analogy between climate and financial markets: Both systems can behave utterly unpredictable. In the markets, those who should have known better have ignored the warning signs for years – until the system suddenly collapsed on them. The same must not happen with climate”