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C’è anche un altro modo per non rispettare il Protocollo di Kyoto

”Se noi non rispetteremo gli obiettivi di Kyoto avremo delle penalizzazioni che possono ammontare a circa 450 milioni di euro l’anno, da qui al 2012”. Questa la stima del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in un’intervista rilasciata il 28 ottobre .
Che non rispettare gli obiettivi imposti dal Protocollo di Kyoto abbia un costo, è dunque assodato. Diverse invece sono le cause che potrebbero portare ad un non rispetto degli obblighi di Kyoto: prima tra tutte la perdita dell’eleggibilità.
Per eleggibilità si intende la presenza delle condizioni “formali” basilari che permettano di verficare effettivamente gli impegni sottoscritti: in altre termini la presenza di sistemi di stima delle emissioni di qualità soddisfacenti a ben definiti standard definiti dallo stesso Protocollo.
Le Decisioni della COP/MOP1 n. 9 e n.15 della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) indicano come condizioni necessarie per il mantenimento del requisito di eleggibilità la produzione annuale dell’inventario nazionale delle emissioni di gas serra, l’istituzione e la gestione del Sistema nazionale per la realizzazione dell’Inventario nazionale dei gas serra (D.Lgs. 51/2008) e l’istituzione ed amministrazione del registro nazionale di Kyoto che include le transazioni dell’Emissions Trading (Dir. 2003/87/CE recepita dai D.Lgs. 216/2006 e D.Lgs. 51/2008).
L’eliggibità non deve essere solo “conquistata”, ma deve garantita in tutto il periodo di vigenza degli impegni.
Per quanto riguarda l’Italia, la stima e la trasmissione dell’Inventario delle emissioni di gas serra, la realizzazione e gestione del Sistema nazionale per la realizzazione dell’Inventario nazionale dei gas serra così come l’amministrazione e la gestione del registro nazionale sono compiti affidati all’ISPRA (*) .
La stima e la trasmissione delle emissioni di gas serra è stata fino ad oggi garantita da un gruppo di lavoro di 10 ricercatori (di cui 7 precari); la gestione del registro nazionale è al momento di fatto garantita da una sola ricercatrice con contratto atipico. Tale personale precario vede oggi compromessa la propria instabile situazione, a seguito della Legge 133/2008 , che opera pesanti restrizioni sul turn over, con il blocco delle stabilizzazioni dei precari, del rinnovo e proroga dei diversi tipi di contratto di lavoro.
E’ a rischio quindi non solo il mantenimento dell’eleggibilità per Kyoto, ma anche il rispetto della tempistica di comunicazione all’Unione Europea delle stime di gas serra (con conseguente attivazione della relative procedure d’infrazione), così come la piena operatività del registro nazionale. Le conseguenze sarebbero l’alterazione dei meccanismi di mercato del sistema di emission trading, transazioni valutabili nell’ordine di un miliardo di euro (1.000M€) nel periodo 2008-2012, con grave danno economico per le aziende italiane interessate.

Ci si chiede come l’Italia ritenga di onorare gli impegni presi a livello internazionale privandosi delle risorse necessarie: istituzioni preposte e personale appositamente formato, non immediatamente sostituibile, se non dopo anni di formazione specialistica.

Forse il nostro Paese, a differenza di altri, non considera la ricerca pubblica, e gli Enti che la svolgono, come una risorsa strategica su cui investire anche, e soprattutto, in tempo di crisi economica internazionale.
Una scelta miope: anche in questo caso i piccoli risparmi dell’oggi sarebbero largamente inferiori ai danni complessivi arrecati all’Italia.

(* ) L’ISPRA(Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nasce dall’accorpamento di tre enti vigilati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare: APAT (Agenzia per la protezione dell’ambiente e dei servizi tecnici); ICRAM (Istituto centrale per la ricerca sulle acque marine); INFS (Istituto nazionale per la fauna selvatica) con il fine dichiarato di razionalizzare le spese di gestione e amministrazione degli enti. Il nuovo istituto, come riportato nel DL 112/08, eredita tutte le funzioni e le risorse dei tre enti accorpati.

Testo di: Marina Vitullo e Daniela Romano

7 responses so far

7 Responses to “C’è anche un altro modo per non rispettare il Protocollo di Kyoto”

  1. Giovanni Rossion Nov 11th 2008 at 00:16

    incredibile… a tenere il registro delle emissioni del protocollo di kyoto in Italia c’è una sola persona e per giunta precaria?
    ma siete sicuri? per risparmiare si finisce per pagare 1000 volte tanto
    oppure il fatto è che non mettere la gente a lavorarci è un modo per boicottare il registro e il protocollo di kyoto.
    grazie per la notizia
    Gio’

  2. marinaon Nov 11th 2008 at 10:32

    Il registro nazionale (che include le transazioni dell’Emissions Trading) è gestito di fatto da una sola persona, con contratto atipico.
    Il gruppo che si occupa dell’Inventario Nazionale delle Emissioni di gas serra è invece più numeroso (10 persone), di cui molti precari.
    Sinceramente non penso sia il preciso disegno di una lucida mente, quanto, piuttosto, la somma di un susseguirsi di eventi e non-decisioni, intervenuti a diversi livelli.

  3. Luca Lombrosoon Nov 11th 2008 at 11:01

    Veramente interessante e illuminante: ogni giorno se ne impara una nuova anche per noi addetti ai lavori. Così magari se viene lentamente smantellato lo staff che gestisce gli inventari e i registri delle emissioni un dì manco sapremo se rispettiamo o no Chioto (volutamente scritto così visto il rispetto dei nostri politici per un accordo internazionale).
    Non c’è dubbio che esistono 2 pesi e 2 misure in merito al rispettare gli accordi: se ci fossimo comportati così nei confronti di Maastricht probabilmente ci avrebbero cacciato fuori dall’Europa a pedate, e ora saremmo nelle condizioni dell’Islanda in ginocchio…
    Vorrei anche spendere una parola sul “cambio nome e sigla” di APAT in ISPRA: un ennesimo esempio di come far confusione nella testa dei cittadini-utenti-contribuenti, che quando a fatica iniziano a conoscere un Ente ne vedono cambiare nome, sigla e a volte perfino sito internet.

    comunque comlimenti a Marina, Daniela, Stefano e tutti quanti per gli articoli finora pubblicati, continuate così e buon lavoro!

  4. Stefano Caserinion Nov 12th 2008 at 18:32

    Se non dovesse funzionare il registro delle emissioni ci sarebbero dei danni non solo per l’Italia, ma anche direttamente per le aziende che partecipano al sistema di trading europeo delle emissioni.
    E’ quindi singolare che proprio lo stesso governo italiano che sembra volersi preoccupare (anche fin troppo, ossia usando argomenti molto deboli o del tutto errati – vedi https://www.climalteranti.it/?p=65) dei costi per le aziende italiane delle politiche cliamtiche, ebbene è singolare che questo governo non si accorga della gravita’ di questa situazione, e non cerchi di porvi velocemente rimedio.
    Sarà difficile dare colpa di questa situazione alla Commissione Europea…
    Stefano

  5. Antognazza F.on Nov 13th 2008 at 10:00

    In questi giorni dopo un lungo periodo di silenzio si è tornati a parlare di clima, cambiamenti climatici, riduzione delle emissioni ecc… . I dibattiti tra l’Unione Europea e il governo italiano si sono focalizzati sui costi che deriverebbero dall’adozione del cosiddetto pacchetto 20-20-20 proposto dall’UE e prontamente sottoscritto dai maggiori paesi europei, (Gran Bretagna, Francia e Germania); paesi che nel corso della storia post impero romano hanno rivestito un ruolo fondamentale, insieme alla Spagna nel definire l’assetto politico, sociale e geografico dell’Europa in quanto tale. Nemici, alleati, di nuovo nemici, ancora una volta alleati e cosi via nel corso dei secoli, attraverso lotte tra casate, supremazie territoriali, domini coloniali e ideologie razziali. Ma alla fine la coesione dei popoli ha prevalso, e questa coesione si è ribadita in un periodo delicato come quello che stiamo vivendo negli ultimi mesi. Le difficoltà di una crisi economica, la necessità di dare una risposta concreta e immediata per confermare le attività di riduzione dei gas serra (CO2) ha visto nuovamente una coesione e un fronte unito da parte delle tre super potenze europee, come a voler dare un segnale, a voler illuminare all’Europa e al Mondo intero il percorso su cui camminare nei prossimi anni. Certo, il progetto 20-20-20 è oneroso, ma quale progetto che ha comportato cambiamenti non lo è? La rivoluzione francese è stata forse una barzelletta?la rivoluzione industriale è stata indolore? No, ma non per questo l’uomo europeo si è fermato di fronte alle difficoltà e ai problemi: li ha affrontati. E l’Italia?L’Italia sembra essere in difficoltà a riconquistare il suo ruolo centrale all’interno delle politiche europee che ha perso circa 1500 anni fa, con la caduta dell’ultimo imperatore romano. L’Italia cerca sempre, da quando ha riacquistato la sua identità nel secolo XIX di seguire il treno che reputa al momento migliore, non sempre azzeccando le scelte e pagando molto spesso le conseguenze delle proprie decisioni. Ogni decisione è legittima, giusta o sbagliata che sia, e si può solo a posteriori giudicare quanto stabilito. In questo caso però, lo schierarsi con paesi che sono e reputiamo non forze economiche forti (Polonia, Romania, Bulgaria ecc…) è un segnale della reale difficoltà di un Paese che è in forte difficoltà. E facilmente si può giudicare questa decisione non certo sbagliata, ma quanto meno erronea. Un paese facente parte del G7 non può non intraprendere scelte ambiziose, non può non guardare avanti o intraprendere un cammino arduo ma volto al futuro. Gli stessi Stati Uniti, appena voltato pagina, han fatto capire che il cammino tracciato dall’UE è quello corretto: nel suo primo discorso Obama ha proposto un 20-20-20 modificato: un 10-10-10 da raggiungere entro il 2015. Un traguardo ambizioso, trattandosi di un Paese che fino al giorno prima ignorava ciò che il Protocollo di Kyoto aveva stabilito, e che basava la sua virtuosità sulla libera iniziativa si singoli stati (su tutti la California del repubblicano Schwarzeneger!!!)
    In Italia non si è colta questa opportunità, basando il tutto su una semplice analisi dei costi: costa troppo. Ma troppo rispetto a cosa?Troppo per quanto tempo e quanto a testa ogni anno? Questi dati non sono visibili, e qualcuno è legittimato a chiederselo? Alla luce di quanto sta accadendo nel nostro paese nel settore ambientale (https://www.climalteranti.it/?p=70#comments) s’intravede una possibilità di finanziamento tipicamente italiana del Protocollo di Kyoto. Se realmente l’Italia non sarà in grado di essere eleggibile, sarà costretta a pagare i costi elevati che il Ministero dell’Ambiente ha denunciato. Ma chi dovrà pagare questi costi? Ovviamente il popolo italiano, ma come? Beh occorre pareggiare i bilanci a seguito di alcune imposte che demagogicamente sono state eliminate (su tutte l’ICI). Le soluzioni italiane potrebbero essere due: l’istituzione di una tassa sul clima, legata al Protocollo di Kyoto, proposta in modo elegante, proponendo a tutti i cittadini un contributo per avere un futuro migliore; oppure denunciando un accanimento dell’UE nei confronti del nostro povero paese. I costi reali del Protocollo di Kyoto sono elevati solo perché sino ad ora le politiche in questa direzione sono state nulle o poco efficienti; in 10 anni si è fatto ben poco in questa direzione e quindi questa posizione, intrapresa in modo unilaterale dai governi italiani (destra o sinistra indifferentemente), ha portato a questa situazione elevata dei costi del pacchetto 20-20-20. Rimane comunque un quesito: l’italiano medio spende CENTINAIA di euro al mese in lotterie con la speranza di ottenere un cambiamento, un miglioramento della qualità della sua vita legato al profitto; perché allora non investire DECINE di euro per ottenere una QUALITÀ DELLA VITA ottimale che comporti il consumo efficiente di risorse e che garantisca la speranza di una vita migliore per i nostri figli? Per fare questo occorre però creare cultura, condivisione; è una strada lunga ma è l’unica percorribile.

  6. Antenore C.on Nov 14th 2008 at 09:18

    Marina >> Sinceramente non penso sia il preciso disegno di una lucida mente, quanto, piuttosto, la somma di un susseguirsi di eventi e non-decisioni, intervenuti a diversi livelli.

    Riguardo al fatto che dietro tutto questo non sia sia un disegno preciso… voi ne sapete piu’ di me… pero’:
    – non c’è un disegno preciso nello smantellare il registro nazionale delle emissioni;
    – non c’era un disegno preciso per gli errori fatti sui costi del clima;
    – non c’era un disegno preciso quando hanno introdotto la norma salva furbetti;
    – non c’era un disegno nel pestare tutta quella gente alla scuola Diaz di Genova (sentito poco fa).
    – altri che conoscete
    Ma siamo sicuri ?
    Forse sono meno ignoranti di quanto fanno apparire. Magari una volontà c’è e noi semplicemente non la conosciamo.

  7. red snowon Nov 16th 2008 at 21:02

    caro Antenore, dubbi più che legittimi e assolutamente inquietanti.

    E non mi si dica che è dietrologia: una classe dirigente (politica, economica, industriale,…) che si fa alfiere dello sviluppo, della crescita, dell’ordine, della sicurezza deve assumersi le proprie responsabilità sia per le cose che fa ma anche (o soprattutto) per le cose che non fa o, peggio, non ha la competenza e le capacità di fare.

    Se dietro tutte le decisioni che stanno prendendo (tra cui anche “le non decisioni” che fanno sì che il problema scandaloso riportato nel post non abbia una soluzione) c’è poi una volontà precisa, beh, allora il futuro di questo paese è seriamente messo in forte discussione…