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“2052”, ritorno al (grigio) futuro

Un nuovo meditato scenario di Jørgen Randers sul futuro che ci aspetta se i decisori non decidono e prevale l’inerzia.

 

Mentre l’IPCC analizza, commenta e riassume tutte le posizioni espresse su riviste scientifiche e assimilabili, necessariamente giungendo a posizioni intermedie di consenso, singoli esperti, basandosi sulla loro storia, possono proporre scenari che ritengono a loro avviso i più probabili.

Jørgen Randers ha tutte le carte in regole per proporre, nel suo ultimo libro “2052”, uno scenario complessivo, globale e regionale, degli andamenti economici e sociali: un terzo di vita passato da ricercatore, un terzo da policymaker, ed un terzo nel mondo del business.

Sulla scorta di questa esperienza Randers sostiene che i decisori che contano oggi trascurano i cambiamenti climatici e fanno poco o nulla: nei migliori dei casi citano retoricamente il problema, a volte indicono qualche esperimento pilota, ma non si passa davvero a quella trasformazione epocale che la sfida richiederebbe. E quindi che succederà? PIL sempre al centro delle policy, crescita affaticata dall’esaurimento progressivo delle risorse più a buon mercato e, novità rilevante, costi rapidamente crescenti a causa del mancato adattamento Gli investimenti per la mitigazione crescono troppo lentamente e aumentano quelli necessitati, a valle degli eventi climatici estremi. Insomma: tante nuove ricostruzioni di città dopo gli alluvioni, dopo le frane, dopo gli uragani, ecc.

Scrive Randers: “Riconosco senz’altro che questi problemi saranno finalmente affrontati con un aumento degli investimenti in soluzioni.
Ma non prima che i problemi diventino intensi e solo quando i costi di riparazione dei danni sono divenuti inevitabili. Per esempio, non mi aspetto che gli Stati Uniti finanzino in modo significativo la riduzione delle emissioni ma non potranno evitare di sostenere il costo della ricostruzione dopo che gli uragani colpiranno le loro città. In termini più generali, le nazioni reagiscono solo una volta che vi è prova convincente di danni. Solo allora si trovano i soldi da spendere per ridurre gli effetti negativi dell’esaurimento delle risorse, dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici, e dell’ingiustizia. Solo dopo ci saranno significativi investimenti in adattamento….. Crescerà la quota di reddito destinata alla ricostruzione – molto probabilmente sotto forma di aumento delle tasse che copriranno lavori di riparazione – e quindi il consumo ne soffrirà … In un orizzonte più lontano il consumo crollerà a causa degli ingenti investimenti effettuati nel tentativo di mantenere i flussi di risorse ed un ambiente pulito”
.

Ma tutto questo toglie qualità e smalto alla crescita e crea una disillusione crescente tra i cittadini sulla capacità della democrazia di prendere decisioni. L’attuale stallo americano sul budget (col cosiddetto “government shutdown”) è solo una conferma della paralisi decisionale. Che ci siano maggioranze oceaniche (e quindi che comprendono tutto e il contrario di tutto) o risicate (e quindi ricattate da minime minoranze allineate agli inquinatori), non si vedono mai decisioni coraggiose e coerenti che traghettino il sistema fuori dalla palude.

Chi si oppone è una scheggia impazzita, priva di mordente reale, gli esperimenti locali nascono e muoiono senza lasciare il segno. E quindi il controllo delle emissioni è al rallenty, troppo poco e troppo tardi: le emissioni nello scenario di Randers raggiungono il picco solo nel 2030, quando ormai lo stock nell’atmosfera è tale da spingere ad un incremento di 2 gradi (rispetto ai livelli preindustriali) già nel 2052: “Questo significa che vivremo più frequenti eventi meteorologici estremi nei decenni a venire, e probabilmente assisteremo all’auto-rafforzamento del cambiamento climatico nella seconda metà del 21° secolo. Il clima più caldo scioglierà più tundra, che emetterà le sue emissioni di CO2 e CH4, che a loro volta rendono ancora il clima più caldo, si fonderà più tundra, e così via fino a quando tutti la tundra sarà sciolta e le temperature medie saranno schizzate molto più in alto di oggi. Questo richiederà tempo, ma i nostri nipoti non ci ringrazierà per la nostra inazione attuale.”

In una delle tappe del world tour di presentazione delle traduzioni del suo libro, ho avuto il piacere di essere il suo co-chair in una conferenza a Xi’an in Cina, lo scorso settembre. Abbiamo avuto quindi modo di discutere le policy innovative del mio libro, già evidenziate in questo post [https://www.climalteranti.it/2012/11/12/come-accelerare-la-mitigazione-dei-cambiamenti-climatici/], ed
il mio concetto di high frequency mitigation measures: per interrompere trend ormai consolidati occorre, a mio avviso, attivare azioni che possono essere decise ed intraprese in tempi molto rapidi e ad altra frequenza (settimane e mesi, non anni o decadi).

L’idea gli è piaciuta molto, essendo in coerenza con una delle molte proposte che ha fatto negli anni (“se ogni Europeo comprasse un credito di carbonio, in due anni ‘asciugheremmo’ la sovra-offerta di crediti sul mercato ed il prezzo della CO2 comincerebbe a mandare messaggi forti e chiari ai decisori delle grandi imprese emettitrici”).

Per chi volesse ascoltare di persona ed interagire con Randers, l’appuntamento è il 19 ottobre 2013 a Bergamo – al pomeriggio – o a Milano, la sera. Questa è la seconda volta che passa in Italia a promuovere la traduzione nella nostra lingua di “2052”.

 

 

Testo di Valentino Piana.

7 responses so far

7 Responses to ““2052”, ritorno al (grigio) futuro”

  1. Valentinoon Ott 15th 2013 at 14:03

    In altri termini, Randers è pessimista sulla capacità dei sistemi politici di dare risposte tempestive ed efficaci nella direzione giusta. I decisori sono miopi, non guardano al lontano futuro, a causa di un sistematico short-termism
    http://www.2052.info/p120723%20Systematic%20short-termism%20(Randers%20op-ed%203).pdf

  2. Valentinoon Ott 15th 2013 at 14:04

    Quindi che fare? Randers non rinuncia a sperare che si possano convertire (vedi punto 4 dell’elenco)
    Five recommendations for global action
    1) Slow population growth
    2) Reduce the ecological footprint
    3) Help the poor with clean energy
    4) Temper short-termism
    5) Establish new goals for rich society

    Ma soprattutto pronostica che saranno i disastri ad insegnare, lentamente, che bisogna fare qualcosa.

  3. Valentinoon Ott 15th 2013 at 14:08

    Io viceversa credo che occorre mettere la carota di fronte (e vicino) ai decisori miopi, offrendo ai politici, alle imprese, ed agli stakeholders delle policy implementabili ed eseguibili rapidamente (settimane, mesi), come quelle che offriamo nel nostro libro. Occorre ammettere la miopia e offrire soluzioni che vi si adeguino.

  4. Valentinoon Ott 15th 2013 at 14:12

    Un relatore della nostra sessione ha mostrato invece come il governo australiano, che ha varato una carbon-tax che dopo alcuni anni si trasforma in un cap-and-trade, usando una sintesi del “meglio” di quanto gli economisti neoclassici consigliano, sia stato bocciato sonoramente alle urne.

    Certe politiche, che partono da assiomi irrealistici su come consumatori imprese e istituzioni prendano le decisioni, sono dei boomerang.

  5. Vincenzoon Ott 17th 2013 at 08:19

    Un’analisi interessante quella di Randers, e cosi’ anche diverse altre cose che ho trovato in rete.
    Il dubbio che ho se a causa dell’età non sottovaluti le capacità di cambiamento che abbiamo a disposizione.
    Non ho capito come puo’ fare un europeo a comprare un credito di carbonio come propone Randers; io lo farei anche, ma dal punto di vista pratico che vuol dire?

  6. Valentinoon Ott 17th 2013 at 11:27

    @Vincenzo
    Condivido che noi potremmo avere una capacità di cambiamento molto maggiore di quella prevista da Randers. Il problema è se sappiamo attivarla (cioè se chi ce l’ha riesce ad avere sufficiente potere per influenzare il sistema e se, quando lo esercita, ottiene un consenso crescente o viceversa).
    Per quanto riguarda il secondo punto, Randers si riferisce al mercato EU ETS, cioè al sistema messo in piedi dall’Unione che riunisce i grandi inquinatori di alcuni settori, che ottengono crediti di carbonio (gratis o a pagamento) e se li scambiano tra loro.
    http://ec.europa.eu/clima/policies/ets/‎

    Quindi in effetti il singolo cittadino non può operare su quel mercato. Tra l’altro le quantità scambiate ogni volta sono molto più grandi di “un credito” da 50-100 euro come accennava Randers. Se però si crede al cap-and-trade implementato nell’ETS allora modifiche nei dettagli istuzionali potrebbero rendere fattibile quello che propone Randers.

    Peraltro una leggina dell’Unione che annulli il gap farebbe tutto, prima e senza costi per nessuno, tranne che per gli inquinatori…
    Rimane però che, in assenza di leggina, il prezzo del carbonio è basso (intorno ai 5-10 euro a tonnellata) senza fornire alcun incentivo ad adottare tecnologie di risparmio (tra cui peraltro la più in linea con la logica dell’ETS è la Carbon Sequestration and Storage). A me sembra che i sistemi di feed-in tariffs siano stati di gran lunga più efficaci dell’ETS, al netto di difetti di design sui quali ho delle proposte.

  7. Tony Urbanion Ott 22nd 2013 at 11:02

    Non ho avuto ancora il piacere di leggere il libro di Randers, ma provvederò al più presto.
    Il problema è complesso, certo che una previsione di così lungo periodo, può escludere o sottovalutare delle variabili importanti, in particolare sembra, ma consentitemi la supposizione, che cittadini, stati ed imprese siano mondi separati, un cambiamento reale deve coinvolgere tutti in modo circolare e le politiche top-down devono diventare se veramente efficaci ed efficenti, bottom-up.

    Randers si pone in un ottica realista da una parte (se non c’è danno non si ripara) e di denuncia dall’altra. Quello che come scienzieato sociale posso dire è che attualmente esistono dei fenomeni di “nicchia”, ma che aumentano in maniera esponenziale e che riguardano consumi ed atteggiamenti dei cittadini; solo per citarne alcuni: aumento della finanza etica, aumento di consumi di cibo biologico, aumento della mobilità sostenibile ed alternativa. Il problema è capire come possiamo accompagnare questi trend e generale capitale sociale, sono quindi perfettamente d’accordo con Valentino con offrire soluzioni a stakeholder, Stati ed imprese, a patto che queste coinvolgano ed impegnino tutti gli attori in una strategia win-win.


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