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Un piano fuori dal tempo

Pubblichiamo un’analisi del documento “Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022” per quanto riguarda il tema dell’azione sul clima. In sintesi: un documento deludente che, al di là di qualche giusta misura, assegna un ruolo marginale al tema del cambiamento climatico, disperso in un insieme di tante proposte in cui non si affronta il punto cruciale di come conciliare le molte iniziative infrastrutturali con il nuovo contesto dell’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050.

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Negli scorsi giorni è stato presentato  al Presidente del Consiglio del Ministri e agli Stati Generali, e in seguito molto discusso, il documento “Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022”, redatto da un comitato di esperti in materia economica e sociale guidati dal manager Vittorio Colao. Il documento è composto da un rapporto di circa 50 pagine e da un elenco di 102 schede in 117 pagine, e contiene raccomandazioni relative a iniziative atte a facilitare e a rafforzare la fase di rilancio post epidemia Covid-19.

Come scritto nella Premessa, il rapporto ha effettuato una “selezione dei temi da trattare. Sono stati conseguentemente esclusi dalle riflessioni del Comitato interventi che riguardano aree già presidiate da altri comitati, quale ad esempio la Scuola, nonché riforme che richiedono tempi significativi di elaborazione e un alto grado di competenze specialistiche”. L’obiettivo dell’insieme delle iniziative proposte dal Comitato è quello di “accelerare lo sviluppo del Paese e di migliorare la sua sostenibilità economica, sociale e ambientale, in linea con l’Agenda 2030 e gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e con gli obiettivi strategici definiti dall’Unione europea”. Agganciata a questo riferimento agli obiettivi strategici dell’Unione Europea c’è la comunicazione della Commissione “Il momento dell’Europa: riparare i danni e preparare il futuro per la prossima generazione”.

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Il Rapporto non contiene alcun riferimento diretto al problema del cambiamento climatico, termine che non è mai menzionato. Non nel capitolo della fragilità dell’Italia, non in quello degli obiettivi, in cui è citato in modo generico l’obiettivo di rendere l’Italia “Più sostenibile ed equa per limitare gli effetti degli shock sulle fasce più vulnerabili della popolazione e scongiurare un indebolimento strutturale dei fattori “primari” dello sviluppo (capitale economico, capitale umano, capitale sociale e capitale naturale)” e di “privilegiare senza compromessi gli aspetti di sostenibilità economica, sociale e ambientale”.

Uno dei tre assi di rafforzamento è la “Rivoluzione verde, per proteggere e migliorare il capitale naturale di cui è ricco il Paese, accrescere la qualità della vita di tutti e generare importanti ricadute economiche positive nel rispetto dei limiti ambientali.

Nel Piano di rilancio si citano “Le Infrastrutture e l’Ambiente, che devono diventare il volano del rilancio, grazie alla rapida attivazione di investimenti rilevanti per accelerare la velocità e la qualità della ripresa economica”.

“Infrastruttura e ambiente, volano del rilancio” è proprio il titolo di una delle sei aree di lavoro, in cui il Comitato propone “un’ampia gamma di interventi (fibra, risparmio energetico, mobilità sostenibile, de-carbonizzazione, economia circolare, gestione rifiuti etc.) che possono offrire ritorni interessanti per capitali privati e possono quindi essere realizzati senza aggravare eccessivamente il debito pubblico”.

Il titolo di questa sezione è indicativo di ciò che i redattori del piano Colao hanno in mente. Se in Europa si parla, da anni ormai, di Clima-Energia, e la transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio è il cuore di una visione strategica che mette al centro l’ambiziosissimo obiettivo di un Europa climaticamente neutra entro il 2050, il piano ci porta indietro agli anni ’80, nella visione di uno sviluppo basato essenzialmente sulle infrastrutture, parola che compare in 5 titoli su 5 della sezione; mentre l’ambiente è un comprimario, apparendo solo in un pezzo di un titolo con un timido “salvaguardia del patrimonio ambientale”.

Dal testo traspare un’ambiguità nel definire quali debbano essere le priorità. Mentre da un lato nel preambolo della sezione si scrive “Gli sviluppi infrastrutturali devono privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il “saldo zero” in termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo”, subito dopo compare la ben nota lamentazione “Gli investimenti infrastrutturali soffrono di lentezze e resistenze burocratiche che non permettono la tempestiva realizzazione delle opere, frenando la crescita del Paese.”

Ora, non potrebbe essere che le “lentezze e resistenze burocratiche” del passato siano state dovute al fatto che molte opere infrastrutturali proposte opere erano in contrasto con la sostenibilità ambientale? L’utilizzo dell’espressione “privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale” sembra più una boutade, per mettersi al riparo da possibili critiche, come se fosse semplice garantire la sostenibilità ambientale per grandi interventi infrastrutturali; e fa trasparire la mancanza di consapevolezza che gli obiettivi del Green Deal europeo potrebbero mettere in discussione molte infrastrutture.

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La struttura della sezione “Infrastrutture e Ambiente” manca di organicità e visione, pur se contiene gli immancabili generici riferimenti alla “transizione energetica da fonti fossili a fonti rinnovabili, così da raggiungere gli ambiziosi target fissati a livello nazionale e internazionale” e a “accelerare le iniziative per il passaggio all’economia circolare”.

Delle 20 schede che compongono la sezione, la n. 30, “Efficienza e transizione energetica, e Tecnologie energetiche innovative” è l’unica a citare esplicitamente il contesto dell’azione contro il cambiamento climatico, delineando 5 azioni specifiche:

  1. a) Definire piano a lungo termine di decarbonizzazione ed esplicito obiettivo di carbon neutrality, come da linee guida europee e sul modello di altri Paesi
  2. b) Istituire un percorso privilegiato per gli interventi di transizione energetica
  3. c) Incentivare l’efficienza energetica delle imprese
  4. d) Incentivare la transizione energetica dei privati, rafforzando produzione/ auto-produzione energetica, bioedilizia e conversione degli impianti di condizionamento e riscaldamento
  5. e) Incentivare nuove tecnologie emergenti attraverso un piano nazionale (ad es., nuove rinnovabili, idrogeno, stoccaggio CO2)

 

Nella descrizione del contesto si trova un errore grave, laddove si scrive che l’obiettivo di decarbonizzazione del Green Deal europeo è la “neutralità climatica delle attività industriali”. L’obiettivo del Green Deal europeo non riguarda solo le attività industriali, ma tutti i settori produttivi, e relative emissioni dell’Unione europea, compresi i trasporti. Si tratta di un errore non di poco conto, perché è proprio l’ambizione di questo obiettivo a far sorgere forti dubbi che l’enfasi sulle infrastrutture di trasporto (che prevede ad esempio “l’alta velocità su ferro delle merci” o la dorsale tirrenica dell’alta velocità) sia corretta.

La scheda 30 comprende un elenco di misure interessanti (es. su efficienza, auto-produzione energetica, bioedilizia), ma è una lista della spesa parziale, che strizza l’occhio ai desiderata dei principali gruppi industriali e di potere, e mal si addice al contesto storico e alle sfide che ci attendono. Certo, come detto precedentemente il documento vuole privilegiare le misure da attuare nel breve termine (“escludendo quelle non avviabili in un arco temporale di dodici mesi”), ma ha anche indicato la possibilità di selezionare e classificare iniziative “da approfondire. Interventi complessi, con benefici importanti a medio lungo termine, ma con impatti significativi sulle finanze pubbliche”.

In questo senso, appare poco fondata l’enfasi sui biocombustibili, interessati da molte misure, che come ben noto- vista la loro limitata disponibilità- possono occupare solo un ruolo marginale nella prospettiva di decarbonizzazione europea.

In questo quadro, non sorprende il mancato riferimento alla rimodulazione o eliminazione anche parziale dei sussidi ambientalmente dannosi, che fa segnare al documento l’ennesima occasione mancata in questo senso.

Sul tema rifiuti si trovano molte proposte condivisibili e realistiche, mentre non convince il lungo elenco relativo ai temi della mobilità. Non appare condivisibile mettere sullo stesso piano lo sviluppo di veicoli ibridi, elettrici e biocombustibili, segno della mancanza di una vera visione sul tema.

Meritano una nota (negativa) la scheda 24, che lega gli investimenti degli operatori al rinnovo delle concessioni, con procedure semplificate e rapide (per idroelettrico, geotermico e autostrade) e la scheda 29, che rivendica l’utilizzo di percorsi prioritari per progetti di transizione energetica, per raggiungere gli obiettivi declinati nel PNIEC, limitando però tali percorsi ad una riduzione dei tempi autorizzativi e semplificando i procedimenti di valutazione di impatto ambientale (VIA).

Anche la scheda 35 su verde e dissesto idrogeologico insiste con la “semplificazione”, questa volta per quanto riguarda le procedure di intervento sui siti inquinati di interesse nazionale e gli iter di certificazione di avvenuta bonifica di aree dismesse. Sempre nella stessa scheda, è condivisibile e promettente l’accento sull’espansione del verde urbano, sulla de-impermeabilizzazione dei suoli e sull’inclusione del capitale naturale nei bilanci aziendali. Riguardo quest’ultimo punto, tuttavia gli incentivi per le aziende virtuose non sono affiancati da disincentivi per chi consuma o degrada servizi ecosistemici, biodiversità e suolo – l’unica precauzione in merito è una debole “valutazione preliminare di alternative per il riuso e la rigenerazione delle aree già urbanizzate”. Infine, la scheda si presenta ambivalente anche nei confronti della gestione del patrimonio forestale: è positivo il richiamo alla certificazione delle filiere, alla creazione di un Registro nazionale dei crediti di carbonio, e ella lotta agli incendi boschivi mediante azioni progettuali e preventive. Tuttavia, il richiamo alla gestione bio-economica delle foreste dovrebbe essere inserito in un contesto di pianificazione e gestione sostenibile e responsabile, come richiamato dalla Strategia Forestale Nazionale in corso di approvazione, e da una visione globale che contrasti l’importazione e il consumo di prodotti responsabili di deforestazione delocalizzata in altre parti del pianeta.

Non si può non sorridere nel vedere come, mentre per le politiche sul clima il rapporto sia striminzito e reticente, ampio spazio venga invece dedicato a questioni centrali come lo “sviluppo di un turismo nautico di qualità”, a cui nella scheda 51.ii sono dedicate 5 voci, fra cui l’indicazione della necessità di “creare infrastrutture per facilitare il trasporto da/a porti (es. strade, treni)”. Eh sì, questo sì che è il vero sviluppo sostenibile per riprendersi dalla crisi del COVID-19 e all’altezza della sfida climatica!

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Infine, una nota per quanto riguarda le direttive e raccomandazioni in ambito di Istruzione e Ricerca. Il piano Colao si focalizza sulla modernizzazione delle procedure con lo scopo di renderle più in linea con gli altri Paesi Europei. Già su Roars è stata evidenziata l’inadeguatezza dell’analisi e della proposta (“La supercazzola della VQR”) e  aggiungiamo che ciò che non viene enfatizzato abbastanza è che modificare il sistema di assunzioni, assegni di ricerca, programmi di aggiornamento e acquisizione di nuove competenze ecc. ha conseguenze importanti sul piano della sostenibilità ambientale.  Quando si parla di nuove competenze, o di rendere l’Istruzione secondaria e universitaria più “professionalizzante” (attraverso la creazione di programmi “ibridi” di dottorato o di laurea in collaborazione con aziende e istituti extra-universitari), l’ambiente, le tecnologie sostenibili, e l’economia verde dovrebbero essere al centro della scena. Per esempio, si potrebbero inserire considerazioni e suggerimenti per rendere l’Università, l’Istruzione, e la Ricerca più sostenibili con vari livelli di “impegno”. Dall’invito a inserire la sostenibilità ambientale nelle dichiarazioni di intenti e nelle carte dei valori delle singole Università, a veri e propri incentivi monetari per la realizzazione di modifiche ai curricula in chiave ambientale, o per iniziative di “outreach” nelle comunità in cui ciascuna Istituzione opera. Per approfondimenti sul tema consigliamo di consultare il sito della RUS – Rete delle Università Sostenibili, o l’articolo Mapping of sustainability policies and initiatives in higher education institutes”.

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In conclusione, il “Piano Colao” ha considerato il tema della transizione energetica ma nel complesso lo spazio dedicato (1 scheda su 102) e il livello della proposta può essere definito insufficiente, deludente, un simbolo del ritardo culturale della classe dirigente italiana sul tema del cambiamento climatico.

Leggendo la proposta della Commissione Europea “Il momento dell’Europa: riparare i danni e preparare il futuro per la prossima generazione” è evidente il ruolo molto più centrale della transizione energetica nella ripresa, con l’esplicito riferimento al fatto che gli “investimenti dovrebbero essere realizzati in base alle priorità individuate nel semestre europeo, nei piani nazionali per l’energia e il clima (PNEC) e nei piani per una transizione giusta”. Il Green Deal europeo avrebbe dovuto essere “IL” documento di riferimento, avere un ruolo centrale, essere citato esplicitamente nella premessa, in quanto molto più di Agenda 2030 e degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile coglie e declina nella concretezza di obiettivi specifici l’urgenza temporale della sfida climatica ben riassunta dagli ultimi rapporti IPCC.

Negli incontri organizzati nell’ambito degli Stati generali il governo ha presentato il Piano di Rilancio dell’Italia, articolato in tre linee strategiche (modernizzazione del Paese; transizione ecologica; inclusione sociale, territoriale e di genere) che verranno attuate attraverso alcuni grandi obiettivi. Dalle prime informazioni disponibili sembra emergere una visione più organica e in linea con gli obiettivi europei declinati nel Green Deal, incluso il riferimento alla strategia Farm to fork ed all’agricoltura, del tutto dimenticata dal Piano coordinato  da Vittorio Colao che sembra destinato – meritatamente – a finire in un cassetto.

 

Testo di Stefano Caserini, Marina Vitullo, Alessandra Buccella, Veronica Aneris, Mario Grosso, Giorgio Vacchiano, Sylvie Coyaud

8 responses so far

8 Responses to “Un piano fuori dal tempo”

  1. Vittorio Marlettoon Giu 17th 2020 at 11:01

    L’unico esperto con qualche competenza ambientale era l’economista e statistico Enrico Giovannini che però ragiona in termini di agenda 2030, che considera il clima come un problema tra i tanti che affliggono l’umanità e lo mette al 13o posto tra i 17 obiettivi dell’agenda Onu…

  2. Armandoon Giu 17th 2020 at 11:53

    Non si parlerà di cambiamento climatico per almeno due, tre anni. Se siamo fortunati. Perché vorrà dire che fra due, tre anni avremo visto la fine del tunnel. Cosa improbabile, vista la situazione attuale.

  3. Stefano Ceccarellion Giu 17th 2020 at 14:33

    Nel frattempo il climate change avanza e la climate sensitivity potrebbe schizzare a 5C…
    http://stopfontifossili.wordpress.com/2020/06/15/con-la-scienza-fra-le-nuvole/

  4. homoereticuson Giu 17th 2020 at 17:56

    “un simbolo del ritardo culturale della classe dirigente italiana sul tema del cambiamento climatico” …
    e magari fosse in ritardo solo su quello!

    ringrazio per questo approfondimento.

  5. […] ha fatto notare un’analisi pubblicata sul blog Climalteranti.it, diretto da scienziati del clima e dell’ambiente, che sintetizza i risultati della sua disamina […]

  6. Armandoon Giu 22nd 2020 at 12:35

    Ricordo anche la rivolta dei Bonnets Rouges, che nel 2013 portò al ritiro di una tassa ecologica contro il trasporto su gomma. È evidente che l’idea è di far pagare i costi di transizione in modo regressivo, cioè gravando sulle fasce più povere della popolazione. Dato lo scenario attuale, non solo questo non succederà, ma penso che si tornerà indietro rispetto a quel (poco) che si è già fatto.

  7. stephon Giu 25th 2020 at 13:16

    Stefano
    ne avevo parlato anche io qualche mese fa , se interessa.

    Armando
    “Non si parlerà di cambiamento climatico per almeno due, tre anni.”
    Potrebbe essere, ma non ne sarei così sicuro. Intanto la pandemia ha rivalutato – e di molto – il ruolo degli esperti. La politica li ha seguiti. Fino a prima di questa emergenza globale, erano chiamati dai decision makers a dare consigli, se andava bene. Stavolta sono stati ascoltati e soprattutto sono intervenuti, hanno agito a livello politico. Si potrebbe ipotizzare che anche sull’emergenza climatica (che, va comunque ricordato, è un problema sì complesso e molto ampio nello spazio come quello pandemico ma soprattutto, a differenza di quest’ultimo, non lineare e molto ampio nel tempo) gli esperti possano avere un ruolo più incisivo, prendere posizioni più marcate, magari mettere in difficoltà gli stessi decisori politici e non solo consigliarli. In fondo, adesso c’è un precedente che dovrebbe servire a fare scuola. Insomma: l’agenda politica del cambiamento climatico potrebbe anche uscire rafforzata da questa emergenza sanitaria e non indebolita: il mondo politico e la società civile hanno dimostrato di sapersi adattare rapidamente a una minaccia comune, sia con regolamentazioni incisive e tempestive che con inviti gentili, come quello di restare a casa. Bisogna adottare lo stesso approccio mostrato per l’emergenza Covid-19 anche verso il clima: da una parte con misure più incisive di politica energetica e climatica sia nei paesi industrializzati che nei paesi in via di sviluppo, ad esempio riorientando la politica di aiuto allo sviluppo; dall’altra, utilizzando maggiormente le “spinte gentili” , vale a dire messaggi, informazioni che spingono l’individuo a cambiare i propri comportamenti e a fare scelte più consapevoli.

    “l’idea è di far pagare i costi di transizione in modo regressivo,”
    No, l’obiettivo è l’efficacia e questa è ottenibile solo attraverso un sistema ibrido che da un lato permetta di “sopportare” questi costi attraverso una riforma fiscale ecologica e dall’altro favorisca le suddette “spinte gentili”. Le tasse regressive non sono per nulla efficaci, in questo senso.
    L’economia di mercato, per poter funzionare bene, deve poter contare sull’applicazione del principio “chi inquina paga”. Oggi l’utilizzo di combustibili fossili provoca dei costi ambientali e sanitari, quindi questi costi li paghiamo già, non è che oggi non ci siano dei costi ambientali. Questi costi vengono sopportati maggiormente dalle economie domestiche che appartengono ai ceti medi e medio-bassi perché magari vivono in zone maggiormente esposte agli effetti nefasti dello smog (per es. lungo strade molto trafficate) e hanno meno possibilità di trovare delle soluzioni che permetterebbero loro di evitare di subire questo impatto ambientale. Da un punto di vista dell’economia di mercato, sarebbe dunque importante introdurre una riforma fiscale ecologica e quindi estendere la tassa sui carburanti ai trasporti. Ma non si tratterebbe di una tassa indiretta, perché verrebbe sì prelevata sul consumo di carburanti ma poi sarebbe ridistribuita alle famiglie esattamente come succede già ora in molti paesi con la tassa sugli oli combustibili tramite riduzione di altri costi obbligatori (per es. in Svizzera i premi delle assicurazioni malattia). Nella ridistribuzione delle entrate ricavate dalla tassa sui carburanti si potrebbe fare in modo di dare più risorse alle economie domestiche che vivono in queste regioni periferiche e rurali meno servite dai mezzi pubblici, compensandole per questo aggravio. Ci sono quindi soluzioni che sono molto più interessanti ed efficaci rispetto alle tasse indirette sulla CO2.
    Vedi per es. questo interessante articolo.

  8. Armandoon Lug 1st 2020 at 10:23

    @ steph Il mio ragionamento si basa sul semplice dato che, per limitarci all’Europa, aumentano le disuguaglianze sia fra i paesi, che all’interno dei singoli paesi. In questo quadro di disfacimento economico, politico, culturale e civile, non credo si possa affrontare efficacemente il problema del cambiamento climatico. In Francia il movimento dei Gilet Jaunes è stato represso con le pallottole di gomma e le incarcerazioni di centinaia di persone. Un intero paese, la Grecia, è stato distrutto da Francia e Germania per ripianare i debiti delle loro banche. Può darsi che esistano nella società attuale forze progressive in grado di proporre e raggiungere obiettivi ambiziosi per il bene pubblico, ma io francamente non ci credo. Felice comunque di essere smentito.

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