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La verità non detta sul cambiamento climatico

Recentemente David Roberts ha scritto un interessante articolo sull’atteggiamento dei politici e degli scienziati rispetto ai pericoli del cambiamento climatico. Avremmo voluto proporre una traduzione integrale, ma la responsabile del licensing per Vox Media (che ha pubblicato l’articolo in lingua Inglese), Samantha Mason, ci ha negato il permesso. Riteniamo che questo sia un atteggiamento controproducente e anacronistico, e che articoli come quello di Roberts dovrebbero avere la massima diffusione possibile.

Riportiamo quindi un riassunto di alcuni punti salienti dell’articolo, corredati da alcune nostre riflessioni.

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La premessa dell’articolo di Roberts è che vi è una forte discrepanza fra quello che è teoricamente possibile per limitare il riscaldamento globale e quello che è realisticamente possibile. Nel caso del cambiamento climatico, la teoria dice che, applicando rapidamente, continuativamente e massicciamente tutte le tecnologie disponibili per ridurre le emissioni di gas climalteranti, abbiamo ancora buone possibilità di rimanere sotto i 2 °C di riscaldamento. Nel concreto, ci sono molte inerzie, sia di tipo politico – la difficoltà di convincere tutti gli stati del mondo ad effettuare uno sforzo congiunto e l’umanità intera a cambiare radicalmente le proprie abitudini quotidiane – sia tecnico – legate all’inerzia del ricambio tecnologico.

La conseguenza, nelle parole di David Roberts è che “a meno di miracoli, l’umanità è in un terribile pasticcio”.
Effettivamente, gli sforzi compiuti fino ad oggi per ridurre le emissioni inquinanti sono chiaramente insufficienti. Il grafico qui sopra mostra le diverse proiezioni climatiche proposte dall’IPCC. La linea rossa corrisponde allo status quo, ovvero uno scenario che non prevede alcuna politica di sostanziale riduzione dei gas di serra. Le altre linee colorate dall’alto verso il basso mostrano scenari corrispondenti a politiche ambientali via via più stringenti. La linea nera, che combacia quasi perfettamente con quella rossa, corrisponde alle emissioni misurate fino ad oggi.
Stiamo seguendo la traiettoria rossa, e per seguire quella blu ci vorrebbe uno sforzo enorme, significherebbe sostenere per decenni un livello di coordinamento e mobilitazione globali mai raggiunto in passato. Non vi è alcuna evidenza che ciò stia accadendo, né alcuna ragione per pensare che questo possa accadere a breve.

Già nel 2012 laBanca Mondialeaveva avvertito che senza cambiamenti di rotta, entro la fine del secolo rischieremo “ondate di calore estreme, declino delle derrate alimentari globali, perdita di ecosistemi e biodiversità, ed un aumento del livello dei mari rischioso per la vita”. Rileggendo queste parole a tre anni di distanza, è difficile non pensare alla recente ondata di calore che sta causando gravissime perdite umane ed economiche in India.

Nella parte centrale del post Roberts procede quindi ad una disamina del perché nessuno vuole parlare di questa scomoda verità. L’articolo riprende a grandi linee un commento su Naturedi Oliver Geden, un ricercatore del German Institute for International and Security Affairs.

Geden afferma che i politici vogliono sentire buone notizie, e che gli scienziati, in parte per paura di essere altrimenti esclusi dal dibattito, gliele forniscono. Questo non implica alcuna disonestà o falsificazione dei dati, ma piuttosto una serie di assunzioni che, se pur realistiche dal punto di vista scientifico, non lo sono necessariamente dal punto di vista socio-politico ed economico.
Il motivo, secondo Geden, è che i politici vogliono sentirsi dire che è ancora possibile limitare l’aumento della temperatura a meno di +2°C. E
vogliono sentirsi dire che possono raggiungere questo obiettivo senza dover proporre tagli rilevanti delle emissioni nel breve termine, diciamo per la durata del loro mandato.
Secondo Geden, gli scienziati si sentono quindi spinti a dover fornire buone notizie, perché altrimenti saranno additati come allarmisti, catastrofisti o disturbatori, e verranno ignorati ed esclusi dal dibattito. Di conseguenza, gli scienziati costruiscono modelli che dimostrano come sia ancora possibile raggiungere l’obiettivo dei 2°C, dando sempre lo stesso messaggio: “Stiamo esaurendo il tempo a disposizione; abbiamo solo 5 o 10 anni per cambiare le cose, ma ce la possiamo ancora fare con uno sforzo congiunto.”
Questo è stato il messaggio nel 1990, nel 2000, nel 2010. Non è chiaro come sia possibile avere sempre ancora 10 anni. La risposta, dice Geden, sta nelle assunzioni irrealistiche che gli scienziati utilizzano nei loro modelli.

Un classico esempio sono le tecnologie di sequestro del carbonio. Quasi tutti gli scenari modellistici che limitano il riscaldamento a 2 °C prevedono che in futuro l’umanità raggiungerà emissioni negative, ovvero che direttamente o indirettamente estrarrà dall’atmosfera più carbonio di quanto non ne emetta. Le tecnologie di sequestro del carbonio esistono già (si veda per esempio la Sleipner Facility in Norvegia), ma si tratta principalmente di casi isolati, e queste tecniche non sono mai state implementate su scala nazionale o internazionale.

Questo, tuttavia, non implica necessariamente che non sia possibile implementare per lo meno tecnologie ad emissioni bassissime o neutre. La Cina, il primo paese al mondo per emissioni, si è impegnata a sviluppare 800-1000 gigawatt di energia rinnovabile entro il 2030. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza, questo corrisponde quasi al fabbisogno elettrico dell’India. Azioni come queste permettono di abbandonare la traiettoria della linea rossa, ma siamo comunque d’accordo con Roberts che, ad oggi, è stato fatto poco per ridurre le nostre emissioni, e che rimanere sotto i 2 °C a fine secolo sarà molto difficile. Va aggiunto che il limite dei 2 °C è stato formulato principalmente al fine di avere un chiaro obbietivo politico, ma non vi è alcuna base scientifica per affermare che con +1.9 °C non ci saranno danni mentre con +2.1 °C avverranno catastrofi irreparabili. L’obiettivo dell’umanità dovrebbe essere limitare il riscaldamento globale al minimo possibile. Il messaggio di Roberts sembra invece essere: o 2 °C o niente.

La domanda che si pone Roberts alla fine del suo articolo, riguarda le responsabilità sulla questione. Chi è che dovrebbe ammettere per primo che i 2 °C stanno diventando rapidamente un obiettivo poco realistico? Sono gli scienziati?
Niklas Höhne, direttore del New Climate Insitute, ha offerto una risposta ragionevole: “L’IPCC non ha mai sostenuto alcun obiettivo, ne ha mai commentato sulla fattibilità degli scenari, né tantomeno lo hanno fatto le Nazioni Unite. Nessuna delle relazioni riporta un giudizio sulla fattibilità. Lo lasciano ai responsabili politici”. Questo è assolutamente vero, in quanto i modelli di valutazione integrata che producono gli scenari climatici si limitano a mostrare quali risultati derivano da un particolare insieme di input, senza alcuna valutazione sociale, economica o politica degli input. Teoricamente i politici dovrebbero sapere tutto questo, ma è chiaro che nel dibattito politico la realisticità o meno dei presupposti dei modelli è spesso involontariamente o volutamente ignorata.
Il punto secondo Roberts non è se gli scenari “2°C” violino le leggi della fisica, ma se siano ragionevoli dato ciò che sappiamo circa gli esseri umani, in quanto molte cose sono fisicamente possibili, ma richiedono però ipotesi “eroiche” sui comportamenti umani, quali politiche di mitigazione aggressive a fronte di potenti interessi acquisiti, armonizzate in tutto il mondo e sostenute per decenni, e anche molte gigatonnellate di emissioni negative.

La sostanza alla fine è piuttosto chiara ed è espressa in modo molto efficace da Roberts: “la nostra attuale traiettoria, in assenza di nuove sostanziali politiche climatiche, ci porterà fino a 4°C e forse di più entro fine secolo. Questo sarà, sulla base di una chiara lettura delle prove disponibili, catastrofico. Siamo diretti verso il disastro – lentamente, sì, ma inesorabilmente.
Anche se molti esperti del clima stanno ora sostenendo che 2°C è un obiettivo insufficiente, che rappresenta già danni inaccettabili, ci troviamo ad affrontare una situazione in cui anche una limitazione della temperatura a 3°C richiede cambiamenti politici e tecnologici eroici.
Eppure… il mondo non appare prossimo alla fine; non c’è una grande minaccia visibile. Il cambiamento climatico si muove così lentamente che il suo ritmo è evidente principalmente attraverso grafici e statistiche. E raramente supera il rumore di fondo”.

Roberts conclude quindi che “la gente vuole sentirsi dire che c’è speranza di restare entro i 2 °C. I politici vogliono dire che c’è speranza di restare entro i 2°C. Su richiesta, i modellisti sono ancora in grado di produrre scenari che mostrano i 2°C. E nessuno vuole essere quello che rovina la festa.”

Tuttavia l’articolo di Roberts sembra poco informato sugli ultimi sviluppi del caso. Molto recentemente (Maggio 2015) 70 scienziati del clima hanno contribuito ad un rapporto delle Nazioni Unite, fornendo 10 messaggi cruciali ai policy makers. Uno di questi è che: “Limitare il riscaldamento globale a 2 °C necessita un cambiamento radicale dello status quo, e modifiche più limitate del trend attuale saranno insufficenti ”. Un’altro è che “Il mondo non è sulla giusta traiettoria per raggiungere gli attuali obiettivi di lungo termine [riguardo ai cambiamenti climatici, nda]. Le politiche di mitigazione necessarie sono già note, e devono essere implementate rapidamente”.
Questi messaggi sono chiari ed inequivocabili. Mentre in passato esisteva senz’altro il finto ottimismo stigmatizzato da Roberts e da Geden, gli ultimi rapporti scientifici sono chiarissimi sui presupposti necessari per limitare il cambiamento climatico a 2 °C.
Roberts ha ragione a dire che “Si è a disagio in qualsiasi ambiente sociale ad essere quello che insiste sul fatto che, no, le cose non vanno bene, che ci stiamo dirigendo verso il disastro”, ma di fronte ad un disastro in fieri queste riserve sono state superate.

 

Testo di Gabriele Messori, Daniele Bocchiola, Laura Tagliabue e Stefano Caserini

15 responses so far

15 Responses to “La verità non detta sul cambiamento climatico”

  1. Ugo Bardion Giu 2nd 2015 at 18:24

    L’articolo di Roberts centra il problema. Si può ancora fermare il cambiamento climatico prima che diventi una catastrofe, ma i politici non vogliono sentir parlare di sacrifici, ma i sacrifici sono necessari.

    Per farsi un’idea di quello che ci potrebbe costare una transizione fattibile da fossili a rinnovabili, potete dare un’occhiata a questo articolo in corso di pubblicazione mio e dei colleghi Sgouridis e Csala sulla base di assunzioni fisiche realistiche.

    http://arxiv.org/abs/1503.06832

    Secondo i nostri calcoli, la transizione e possibile, ma bisogna cominciare subito e investire molto pesantemente nelle nuove tecnologie, come pure nell’efficienza e nella mitigazione

  2. homoereticuson Giu 3rd 2015 at 11:28

    Grazie. Un post di cui c’era davvero bisogno.

    Da tempo sono convinto che le cose stiano nel modo così ben spiegato dall’articolo (per la serie: non salveremo il clima comprando qualche fragola biologica o un orologio da polso a energia solare. Serve uno sforzo immane, e al momento stiamo tutti ancora convintamente remando nella direzione opposta).

  3. giovanni mazzitellion Giu 3rd 2015 at 17:53

    Certo che uno slogan del’United Nations Environment Programme per l’evento per il World Environment Day 2015 del tipo “un pianeta, consumare con cura” usando al parola consumare non aiuta… così come non aiuta un programma come quello della regione lazio che per 6 milioni di abitanti investe 200me in 6 anni (5,5 euro/anno/procapite) http://www.regione.lazio.it/pianoenergetico/ per il risparmio energetico, la governance etc.
    Non credo che sia solo un problema di “buone notizie” o di credere che sia ancora “possibile limitare l’aumento della temperatura a meno di +2°C”. mi pare che sia un problema di modello economico e sociale che non vuole essere in alcun modo cambiato dove e’ meglio consumare che usare, dove e’ meglio investire che pianificare, dove e’ meglio non prendersi la responsabilità delle decisioni e magari delegarle il tutto al mercato della green economy.

  4. homoereticuson Giu 4th 2015 at 10:16

    @ mazzitelli

    concordo. Il modello economico e sociale attuale non è messo mai in discussione, salvo in pochi contesti sociali del tutto marginali e ininfluenti: mi riferisco in particolare al credo religioso nella crescita economica infinita. (roba che in confronto scientology è una cosa seria, ma tant’è, se una cosa la dicono tutti deve essere vera, no?)
    e aggiungo che anche lo sforzo più ciclopico per decarbonizzare l’economia, sarà vanificato se non si decide finalmente di affrontare in modo drastico il principale problema di crescita che abbiamo (quella demografica).
    ma anche qui di segnali per essere ottimisti non se vedono. o, almeno, non li vedo io.

  5. albertoon Giu 4th 2015 at 11:43

    Benvenuti giù dal pero.
    Non è che ci volesse molto a constatare che i cosiddetti “sforzi” compiuti finora per ridurre le emissioni globali di GHG abbiano prodotto risultati “insufficienti” (i dati riassunti nella linea nera del grafico mostrano risultati praticamente nulli ma accontentiamoci degli eufemismi).
    Il punto è che anche i pensatori realisti come il Roberts nel cercare delle spiegazioni ragionevoli dell’ inerzia dell’ intera umanità nell’ affrontare il problema climatico (per non parlare di altri di gravità comparabile come quello demografico) si perdono in constatazioni secondarie e moralizzanti (la brava “gente” che vorrebbe sentirsi dire che riguardo ai 2 degC “se ppo fa” , i cattivi politici che lo dicono, gli scienziati che si rifiutano di tenere il cerino in mano e passare per guastafeste etc)
    La spiegazione del perché l’ umanità non riesce ad affrontare i problemi globali da lei stessa indotta è banale nella sua semplicità, anche se si preferisce ignorarla:
    i problemi globali sono il prodotto di milioni e miliardi di azioni di singoli individui e singole organizzazioni che li raggruppano in maniera eterogenea (dal villaggio sperduto a superpotenze statuali come Cina ed Usa, passando per unioni di scienziati, piccole e grandi imprese economiche, partiti politici locali o nazionali etc) ma senza una massa critica (dell’ ordine di 2-3 miliardi di individui) che corregga (od inverta se necessario) la direzione di marcia, ogni azione pratica sarà necessariamente insufficiente. E questa massa critica non la si organizza e la si mantiene coesa per attuare lo sforzo immane della rifondazione della struttura (intesa in senso marxista) produttiva dell’ umanità con qualche utopistica conferenza internazionale.
    Ad oggi tale organizzazione sovranazionale (le Disunited Nations sono solo un’ inefficiente e minimale sistema di compensazione per alcune contrapposizioni tra i vari Stati che le compongono) non si è mai realizzata nella storia dell’ umanità e, benché ce ne sarebbe un disperato bisogno, non si vede all’ orizzonte un reale processo aggregativo che tenda verso di essa.
    Poi per fortuna la storia è imprevedibile e magari le catastrofi climatiche tra x anni o decenni convinceranno o costringeranno la nostra razza a darsi una regolata.

  6. marcogon Giu 4th 2015 at 14:57

    Lentamente, il dibattito internazionale sui temi dei cambiamenti climatici inserisce elementi che non siano di carattere tecnico. Probabilmente le misurazioni e gli scenari su base scientifica si affineranno e saranno sempre più condivisi, ma i veri problemi resteranno le scelte politiche e la condivisione da parte dei singoli individui, cioè le variabili umane e il senso stesso dell’esistenza.
    Forse qualcuno ha già piena consapevolezza che i destini del mondo siano segnati, e nessuno ce lo verrà a dire. Forse continueranno a prevalere interessi strategici di superpotenze che, fino alla fine, difenderanno i loro privilegi e rendite di posizione in un meccanismo infernale e autodistruttivo.
    Dietro ad ogni comportamento apparentemente irrazionale bisognerebbe chiedersi il perché, fino alle estreme conseguenze, senza dare nulla per scontato. Quando sento parlare della tutela delle future generazioni come faro etico nelle nostre scelte capisco come la confusione regni sovrana e, nel momento decisivo, quelle istanze etiche si scioglieranno come neve al sole, senza neppure capire da dove vengano e dove vogliano portarci. Convincere miliardi di cittadini a rinunciare a modelli di consumo che danno il senso dell’esistere è una sfida che richiede strumenti ben più complessi che soluzioni tecniche, più o meno avveniristiche. Alla fine, forse, il problema consiste nel perverso rapporto tra felicità umana e consumo dell’ambiente. Che non si riduce a sopravvivenza, ma richiede sempre, sempre di più. E, forse, sarà sempre destinato a restare insufficiente.

  7. Lauraon Giu 4th 2015 at 16:08

    Marcog
    @Alla fine, forse, il problema consiste nel perverso rapporto tra felicità umana e consumo dell’ambiente. Che non si riduce a sopravvivenza, ma richiede sempre, sempre di più.

    mmm. non so mica se sia vero .. non penso sia innato nell’essere umano che la felicità arriva dal sempre di più.. dipende dal nostro mondo , il nostro modello di sviluppo, ma potremmo anche averne un altro, no?

  8. marcogon Giu 5th 2015 at 07:56

    La mia affermazione è posta in formula dubitativa. Constato che è così, potrebbe essere diverso e alcuni vorrebbero che fosse diverso. Ma per costruire una nuova etica dei consumi occorre riconoscere uno spazio antropologico, psicologico ed esistenziale che finora è rimasto ai margini e le sfide sono enormi. La tua risposta va in quella direzione.

  9. Paolo Gabriellion Giu 6th 2015 at 13:31

    Si’, ci sarebbe da scoraggiarsi se non che……. la storia umana quasi mai avanza con provvedimenti top-down e tanto meno in un’epoca complicata ed interconnessa come la nostra (https://www.climalteranti.it/2012/01/19/il-cigno-nero-del-clima/).

    Ad esempio: negli anni ’80 c’era bisogno di un protocollo globale di comunicazione? Certo che si’, i tempi erano maturi. Abbiamo allora aspettato che i vari potenti del mondo si accordassero per svilupparlo? Direi di no. Nel 1989, Tim Berners-Lee del CERN ha inventato il web per facilitare lo scambio dei dati fra gli esperimenti. Il resto e’ venuto da se’…. ed e’ storia nota (e sorprendentemente breve).

    Oggi non sappiamo ancora se i tempi per il passaggio effettivo alle energie rinnovabili siano veramente maturi. Di pochi giorni fa e’ la dichiarazione del ministro saudita Ali Al Naimi «Credo che il solare farà grandi passi in avanti. Vi assicuro che l’Arabia Saudita lo svilupperà così tanto che nel 2040 esporteremo non solo combustibili fossili, ma anche un sacco di megawatt di elettricità».

    http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-06-04/carbon-tax-e-scontro-i-colossi-petrolio-113140.shtml?uuid=AB7vWHsD

    Sarebbe veramente il massimo dell’ironia se un paese come l’Italia si liberasse dalla dipendenza dai combustibili fossili e mantenesse comunque la dipendenza energetica anche per il solare. Solo fantasie? Forse. Ma dal punto di vista tecnico mi sembra che lo sfruttamento dei deserti sauditi per ottenere energia solare sia meno problematico che ad esempio sulla costa tirrenica o dell’Appennino.

    Tutto questo vuol dire che non possiamo fare nient’altro se non aspettare che la storia faccia il suo tempo? Tutt’altro. I grandi accordi internazionali dei politici (votati, nel bene e nel male, da noi) dovrebbero, secondo me, puntare a rimuovere gli ostacoli per lo sviluppo e la diffusione delle energie rinnovabili. Primo fra tutti gli incentivi pubblici per estrarre ancora petrolio. Se le energie rinnovabili sono una valida alternativa, problema climatico o meno, si affermeranno a velocita’ che potrebbero essere sorpendenti.

  10. Mariannaon Giu 6th 2015 at 17:21

    Personalmente mi viene da fare un paragone con l’impero romano. Avevano le capacità per produrre “macchine automatiche” da sostituire agli schiavi ma non le facevano, perché gli schiavi erano a costo zero.

  11. albertoon Giu 19th 2015 at 11:43

    Già, “… SE le energie rinnovabili sono una valida alternativa, problema climatico o meno, si affermeranno a velocità che potrebbero essere sorprendenti. ”
    E se la smettessimo di pensare alle energie rinnovabili (quelle esistenti e funzionanti, ossia eolico, fotovoltaico e solare termico, non quelle futuribili) in termini fideistici e salvifici?
    Purtroppo i problemi seri che le rinnovabili attuali pongono sono parecchi
    http://ourfiniteworld.com/2014/01/21/ten-reasons-intermittent-renewables-wind-and-solar-pv-are-a-problem/
    Ci sono motivi che indicano che ad oggi sembrano più essere complementari che alternative alle energie non rinnovabili.
    E non dimentichiamo che perfino i combustibili fossili (il carbone poi di tutto e poi il petrolio nel secondo dopoguerra) che erano davvero alternativi ai biocombustibili (legno innanzi tutto) dominanti come fonte energetica per tutto l’ 800, hanno avuto bisogno di molti decenni per raggiungere e poi superare il livello di utilizzo globale di questi.

  12. Riccardo Reitanoon Giu 19th 2015 at 12:35

    alberto
    a parte alcuni errori e forzature, il limite di fondo del post che citi è di restare legato all’idea di una singola tecnologia che sostituisca il petrolio nei mille utilizzi che ne facciamo. Già la prima frase chiarisce il punto, quando scrive che le rinnovabili “have been hailed as an answer to all our energy problems” (grassetto mio).
    Sarebbe bello e facile se fosse così, ma in realtà è l’intero sistema di produzione, distribuzione e, sottolineo, utilizzo dell’energia ad essere chiamato in causa. Come corollario dovrebbe essere ovvio che non esiste un soluzione unica (nè semplice) a tutti i problemi creati dalla dipendenza dal petrolio.
    L’autore sembra averlo scoperto solo ora, con colpevole ritardo, e crede che gli altri non l’abbiano ancora capito. Si sbaglia e di molto, solo una persona poco informata o ingenua può immaginare che sia sufficiente riempire i tetti di pannelli PV per risolvere tutti i problemi.
    Questo però non significa, come conclude l’autore, che non ha senso investire nelle rinnovabili. Sarebbe la logica dell’ottimo nemico del buono, della rinuncia ad affrontare la realtà rispetto al sogno.

  13. albertoon Giu 19th 2015 at 15:55

    In effetti la Tveberg non è condivisibile in toto però sulla correttezza di un investimento pubblico sulle rinnovabili (su quello privato non ha riserve) non scrive affatto secondo la logica “dell’ottimo nemico del buono” che tu le attribuisci un po’ come straw (wo)man “argument ma, ricorda che, data la sua conoscenza della storia economica
    “Around the world, extraction of inexpensive oil and gas has historically strengthened the finances of governments. This happens because governments have been able to tax the oil and gas companies heavily, and use the tax revenue to fund government programs.
    Unfortunately, the addition of wind and solar tends to act in precisely the opposite direction. In some cases, the reduction in governments revenue comes directly through subsidies for wind and solar. In other instances, the reduction in government revenue is more indirect…”

    Questo è un problema molto serio sugli sviluppi delle rinnovabili nei prossimi anni (l’ incentivazione per far decollare il comparto era più che utile, indispensabile) certo liquidare con battute retoriche sul buono o sull’ ottimo
    Ad esempio in Italia, adempiendo alle decisioni europee 20-20-20, siamo arrivati a dare sussidi “statali” (nel senso di pagati da tutti i contribuenti) pari a 12 miliardi di euro ogni anno per molti anni a venire (per gli altri Paesi i valori sono grosso modo proporzionali) alle rinnovabili. E’ impensabile visto l’ ammontare ed il bilancio pubblico che ci sia spazio per significativi ulteriori sussidi:
    o le rinnovabili intermittenti camminano sulle loro gambe (= diventano competitive senza aiuti di Stato) o la loro crescita (già insufficiente per avvicinarci al sogno della decarbonazione del sistema energetico) subirà battute d’ arresto.
    Sul fatto che quindi sia necessario investire molto di più in ricerca scientifica di base per lo sviluppo di rinnovabili di seconda generazione più promettenti, non mi sento di dare torto alla Tveberg.
    Il problema dei combustibili liquidi (fallimentari come EROEI quelli di prima generazione sovvenzionati come alternativi al petrolio ma in fondo parassitari dello stesso) è di natura ancora più grave, ma in effetti non c’ entra con l’ energia elettrica da PV od eolico.

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  15. […] frattempo, in una dichiarazione in vista dei colloqui sul clima, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OM…, è scesa in campo per proteggere la salute delle generazioni attuali e future, considerando il […]


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