Notizie e approfondimenti sul clima che cambiaPosts RSS Comments RSS

I megaincendi dell’Australia: perché una leadership negazionista nuoce alla salute

Il manifestarsi sempre più frequente di “megaincendi”, associati a fenomeni meteorologici estremi (pirocumulonembi) e dagli impatti sempre più forti sulla popolazione (vittime e feriti, intossicazioni urbane da fumo e ceneri), evidenzia nuove sfide per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Ma i negazionisti (al potere, nei media o tra cittadini che ci cascano) non sono attrezzati a capirle e a rispondere adeguatamente.

Quel che è successo  negli ultimi mesi in Australia, con incendi di gran lunga più estesi di quelli, già devastanti e recentissimi, di California, Amazzonia e Siberia, è di importanza capitale per capire il mondo che ci viene incontro.

In questo post esponiamo sinteticamente i fatti e mostriamo come una posizione negazionista, come quella che caratterizza il partito al potere in Australia, ostacola la concettualizzazione, l’adozione, il finanziamento e l’implementazione di politiche e misure di adattamento e mitigazione efficaci a fronteggiare gli eventi che ci propone la Terra – ormai, come diceva McKibben, modificata in “Terraa”. I decisori politici negazionisti non vedono il quadro generale, reagiscono troppo lentamente e con misure che non rispondono neppure all’emergenza immediata, non esercitano una leadership effettiva per il futuro imminente né affrontano le cause del problema, giocano allo scaricabarile e si limitano a sperare che “passi la nottata”.

Inseriti in giornate dalle temperature mai raggiunte e dopo anni di siccità eccezionale, in un connubio tra temperature e precipitazioni ben riassunto da questi grafici, le centinaia di incendi che punteggiano le zone verdi dell’Australia (quelle centrali già regolarmente desertiche sono stati toccate solo in una piccola parte), hanno assalito parti finora immuni e ben in anticipo rispetto alla tipica stagionalità estiva.E si sono uniti in unità gerarchiche superiori (quelle che nella scienza della complessità sono chiamate proprietà o strutture “emergenti”): megaincendi capaci di generare fronti inarrestabili di fuoco, fumi, ceneri e scintille con tutta una serie di parametri fuori range storico (rapidità di espansione, distanza a cui le scintille si dipartono dai fronti principali, ritorno su luoghi dove il fuoco si era già estinto, ecc.).

Questo tipo di struttura emergente crea un suo proprio clima, generando vento ed essiccando la vegetazione  circostante, che può essere così più facilmente aggredita dalle fiamme, per la rovina di interi habitat, inclusi quelli critici per specie in via di estinzione, in aggiunta a quanto sta succedendo, con vari effetti incrociati e incrementali. I fumi convergono nel creare nuovi tipi di nuvole, i pirocumulonembi dai quali nascono fulmini e tornadi (come quello che ha scaraventato in aria un camion di 12 tonnellate uccidendo un vigile del fuoco).

 

Fonte: Ufficio di Meteorologia del Governo Australiano

 

Le foreste, dopo aver sequestrato la CO2, rilasciano con gli incendi in pochi giorni una parte importante di quanto accumulato nei decenni, in quantità confrontabili con le emissioni annuali innestando un ulteriore feedback positivo.

I megaincendi modificano radicalmente il territorio, come mostra ad esempio l’evoluzione catturata dal satellite Sentinel-2 del programma Copernicus:

 

Composizione tecnico-grafica di Tommaso Orusa.

 

Piccole e grandi città vengono trasformate in inferni di fumo, con visibilità sotto il chilometro ed un inquinamento dell’aria superiore a quello di città come Delhi (e quindi con livelli decine di volte superiori a quanto sperimentato nelle nostre migliori città). Si è discusso se annullare gli Open di tennis poiché l’aria di Sydney era divenuta intollerabile.

Una riflessione su quanto sta accadendo è d’obbligo per capire quali lezioni si possono trarre da questa vicenda. In genere simili eventi hanno risonanza mediatica quando superano certe soglie dimensionali, se coinvolgono un numero sufficiente di persone, se qualche membro del jet set internazionale è direttamente coinvolto. Questo selection bias nell’informazione tende a favorire quello che molti anni fa ho chiamato “adattamento escludente”, in contrapposizione ad un “adattamento inclusivo”: in nome di una priorità non discussa e di una ristrettezza delle risorse si finisce a proteggere solo una piccola parte degli asset vulnerabili (viventi o meno).

In Australia sono bruciati ecosistemi di altissimo pregio perché, dopo una prevenzione meno capillare rispetto agli anni precedenti, le scarse risorse disponibili (tagliate negli anni precedenti, come ad esempio riportato qui e qui, mentre uno dei governi regionali sosteneva fossero “preparate a tutto”) sono state concentrare lì dove l’urgenza ha imposto di destinarle (la difesa delle vite umane). Invece le azioni di prevenzione e contenimento dell’emergenza dovrebbero essere rivolte non sono alla difesa delle vite e delle proprietà (secondo un approccio costi-benefici che valuta solo i valori immediatamente monetizzabili), ma anche alla difesa degli ecosistemi non adattati al fuoco, il cui benessere e biodiversità sono elementi fondamentali del well-being umano oltre che avere un valore intrinseco indipendente. Mentre in assenza di cambiamenti climatici, gli eventi di questo tipo sono rarissimi ed intercorre tra essi un intervallo di tempo sufficiente in qualche modo alla ricostituzione dell’ecosistema, in presenza di cambiamenti climatici gli shock diventano di rapida successione e spostano il livello della sfida.

Primissimi calcoli indicano in ottocento milioni gli animali uccisi (“senza contare rane, insetti e altri invertebrati” – questi ultimi per altro oggetto di grande allarme planetario con una proposta di roadmap di contenimento del collasso), non senza alta probabilità di  estinzione di alcune specie endemiche.

Il totale  indica in oltre 10 milioni di ettari il terreno bruciato (un’area pari a 14 milioni di campi di calcio). Persino le piogge, benvenute lì per lì per spegnere il fuoco, hanno causato inondazioni e danneggiato gli ecosistemi ripari e costieri, a causa delle mutazioni intervenute nel suolo e della grande quantità di ceneri e sedimenti dilavata dalle acque di scorrimento.

Il governo australiano ha reagito con letargica lentezza (e quindi lasciando crescere i danni), contando su 3000 riservisti (in aggiunta agli appena 2700 professionisti , quindi utilizzando in totale un uomo ogni 2450 campi di calcio in fiamme nei quattro mesi dell’emergenza) per contenere incendi che avevano già oltrepassato di gran lunga le possibilità di controllo con mezzi terrestri o aerei. Ha minimizzato continuamente la vicenda deludendo i capi della locale protezione civile.

Non è un caso: il premier ha smantellato le azioni climatiche messe in campo in precedenza e tagliato i fondi alla ricerca, vincendo le elezioni con una piattaforma direttamente negazionista della relazione tra clima e azioni umane (arrivando a brandire in Parlamento un pezzo di carbone per spiegare quanto fosse benefico). Ora ricicla gli argomenti dei Repubblicani americani quando avviene un massacro da armi da fuoco (“non è questo il momento di parlare di politica”) per negare che questa sia la “pistola fumante” che dovrebbe convincere finalmente a tenere il carbone (di cui l’Australia è grande utilizzatore ed esportatore) sotto terra. Le sue prime azioni, insieme a quelle dei governi ai vari livelli territoriali, sono state “memorabili”: vietare i barbecue, suggerire di bruciare preventivamente nei paraggi della propria casa, rinviare di due mesi l’invio della dichiarazione telematica al fisco sui propri redditi, prendere in prestito “ben” 4 aerei porta-acqua,  e gettare la croce sui Verdi, accusati di non volere le azioni preventive di fuoco prescritto (anche se da anni questa non è la loro posizione). Minimizzare, depistare, scagliarsi contro capri espiatori, stringere il frame su dettagli irrilevanti invece che ragionare sulle ragioni ed i rimedi strutturali, riproporre aneddoti su fenomeni di molti ordini di grandezza inferiori al fenomeno che si pretende di spiegare.

Sui media hanno iniziato a fioccare i numeri degli arresti dei responsabili dell’innesco del fuoco, rapidamente gonfiati poiché, come denuncia la polizia, le cifre originali includevano ammende e reprimende per barbecue non autorizzati e si riferivano a periodi di tempo più lunghi dell’attuale stagione di incendi. Cercando di dare la colpa a qualche individuo deviato invece di sottolineare che, indipendentemente dalla causa immediata, la rapidità e le modalità nuove con cui si propaga il fuoco hanno a che fare con siccità e temperature.

Su Twitter, da account sospettati di essere dei bot che generano automaticamente post copia e incolla, si sono gonfiati gli hashtag che supportano vari generi di tesi negazioniste, quando non complottiste o addirittura fantascientifiche.

Chi nega i cambiamenti climatici usa ogni sotterfugio psicologico e sociale, ogni errore cognitivo sistematico, per poter continuare a sostenere tesi insostenibili. Per agire è sempre troppo presto, oppure non è il momento giusto, oppure è ormai troppo tardi.

Questa strategia nuoce gravemente all’azione di prevenzione e gestione dei rischi e delle calamità “naturali” (in un connubio inestricabile tra clima mutato, trend e fluttuazioni anche correlate tra loro). Chi sa leggere i cambiamenti climatici, accetta la possibilità di continue novità (per severità inedite, per l’estensione degli eventi estremi ad aree finora non toccate, per i rischi di inabitabilità di parti crescenti del globo, come indica il libro di David Wallace-Wells). Ed è soprattutto pronto a fare grandi investimenti strutturali, investendo sulla prevenzione territoriale su vasta scala (ad esempio tramite la selvicoltura o il fuoco prescritto; permettendo il passaggio degli incendi dove sono fisiologici ed integrati in dinamiche ecosistemiche ed impedendolo dove costituirebbe irreversibile scomparsa delle specie) e sull’adattamento urbanistico – le uniche strategie in grado di fronteggiare efficacemente megaincendi sempre più frequenti e simultanei (come nel caso australiano), che sono in grado di mettere in crisi i sistemi di lotta antincendi di qualsiasi Paese (si pensi al caso della Grecia, con oltre cento vittime in appena due ore di incendio).

Occorre quindi lavorare contemporaneamente su tre fronti: mitigazione climatica, prevenzione territoriale (tramite la gestione della vegetazione) e preparazione all’autoprotezione collettiva e individuale. Solo dopo viene l’estinzione dei roghi, che è la misura meno efficiente e più costosa di tutte.

Al contrario, chi si ostina a non vedere il trend delle temperature e degli eventi estremi considera singoli eventi come outliers e quindi si aspetta che non si ripetano tanto presto, evitando di mettere in atto risposte sistemiche che considera alla stregua di esagerate “cattedrali nel deserto”.

Per questi motivi, l’adattamento agli eventi estremi diventa un ulteriore campo d’azione della lotta contro il negazionismo climatico.

 

Letture di approfondimento

Il ruolo dei cambiamenti climatici negli incendi australiani

Visualizzazione degli incendi con il un tool di visualizzazione Nasa

Una esperienza personale

Effetti esterni sul clima dei megaincendi

Una spiegazione dettagliata sulle cause degli incendi

In che consistono le strategie di “fuel reduction”

La diffusione di notizie esagerate sul ruolo di piromani individuali

Report del governo australiano che nel 2008 prevedeva prima del 2020 un clima più arido e grandi incendi

 

 

Testo di Valentino Piana, col contributo di Tommaso Orusa, Giorgio Vacchiaro, Marina Vitullo, Stefano Caserini e Sylvie Coyaud

19 responses so far

19 Responses to “I megaincendi dell’Australia: perché una leadership negazionista nuoce alla salute”

  1. Paolo C.on Gen 27th 2020 at 12:18

    Qui si parla di 17 milioni di ettari in fumo, includendo gli incendi al nord:

    https://www.9news.com.au/national/australian-bushfires-17-million-hectares-burnt-more-than-previously-thought/b8249781-5c86-4167-b191-b9f628bdd164

  2. Valentinoon Gen 27th 2020 at 12:57

    Si, il totale cresce via via. La stagione non è finita. Grazie dell’update! Il senso di questo articolo è che, come dice Micheal E. Mann, sotto i nostri occhi stiamo passando un tipping point, nei tempi della cronaca, e non della storia e neppure della biologia (parafrasando un antico testo “Tempi storici, tempi biologici” di Enzo Tiezzi). https://www.downtoearth.org.in/interviews/climate-change/forest-fires-have-we-reached-a-tipping-point-68694

  3. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 27th 2020 at 14:17

    Non è affatto finita, questa è una foto satellitare di ieri pomeriggio della costa sudest australiana (oggi è nuvoloso, ma immagino che il disastro continui)

    https://zoom.earth/#view=-36.86301,149.18215,8z/date=2020-01-26,am

  4. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 27th 2020 at 15:31

    In questo articolo di New Scientist,

    https://www.newscientist.com/article/mg24532643-500-australian-government-report-predicted-severe-wildfires-11-years-ago/

    si ricorda come il governo australiano fu avvertito dagli scienziati ben 11 anni fa, che si stava andando incontro a eventi come questi, e naturalmente nessuna misura seria, di breve o lungo termine. è stata presa.

    E che a novembre, quando era già ben chiaro cosa stava rischiando il paese, il vice primo ministro australiano, aveva detto, che gli allarmi climatici erano robetta da “radical chic” ambientalisti.

    Non siamo i soli ad avere una classe dirigente inadeguata ai tempi…

  5. Valentinoon Gen 27th 2020 at 16:08

    @Alessandro
    Giustissimo! Il report da lei citato
    https://webarchive.nla.gov.au/awa/20190509080516/http://www.garnautreview.org.au/pdf/Garnaut_Chapter5.pdf riporta i risultati di uno studio del 2007 http://www.climateinstitute.org.au/verve/_resources/fullreportbushfire.pdf

    Negli stessi anni, …an open letter to heads of the G8, Blair wrote, “We have a window of only 10–15 years to take the steps we need to avoid crossing a catastrophic tipping point” (Balkenende & Blair, 2006).

    Poche settimane prima della crisi australiana corrente, nel giugno 2019, in “Evidence and implications for Australia of existential climate-related security risk” è stato affermato: “At present, because of the complacent group-think of our leaders, the Australian community is totally unprepared for the climate impacts which are already causing havoc across the continent, and which will escalate. Holistic scenario planning on the real implications of climate change for Australia, encompassing the full range of possible futures, must be initiated as a matter of extreme urgency. We must rapidly rethink our Official Future before events move beyond our ability to influence outcomes. That must be done at the national level, and embraced with an all-encompassing commitment from politics, business and the community.
    https://52a87f3e-7945-4bb1-abbf-9aa66cd4e93e.filesusr.com/ugd/148cb0_c65caa20ecb342568a99a6b179995027.pdf
    Per più info su Official Future https://cpd.org.au/2011/07/ian-dunlop-changing-the-official-future/

  6. Valentinoon Gen 27th 2020 at 16:26

    In Australia, la strategia nazionale per adattamento e resilienza è ufficialmente questa del 2015:
    https://www.environment.gov.au/system/files/resources/3b44e21e-2a78-4809-87c7-a1386e350c29/files/national-climate-resilience-and-adaptation-strategy.pdf

    Dopo aver descritto più volte il rischio incrementato di incendi, destina solo “$15 million over three years to state and territory governments for a National Bushfire Mitigation programme to implement long-term bushfire mitigation strategies and improved
    fuel reduction programmes” (e poco di più per la ricerca).
    Questo perché: Australia is in a good position to adapt to climate change from a health perspective…. We already respond effectively to environmental threats to human health including heat waves, bushfires,flooding, disease outbreaks and declines in air and
    water quality.

    All’epoca l’episodio peggiore era stato “The Victorian bushfires in early February 2009 killed 173 people and more than 1 million animals, destroyed more than 2000 homes, burnt about 430,000 hectares, and cost about $4.4 billion”. https://www.climatechangeinaustralia.gov.au/media/ccia/2.1.6/cms_page_media/176/AUSTRALIAS_CHANGING_CLIMATE_1.pdf

    Confrontate le cifre…

  7. Armandoon Gen 27th 2020 at 19:22

    Qualche giorno fa sono andato su Amazon.com per vedere che testi apparivano digitando Global Warming.
    Bene, il secondo libro apparso era un testo negazionista. Media delle diverse centinaia di recensioni: 5 stelle, cioè il massimo.
    Solo il 4% dei recensori attribuiva al libro una stella, alla luce non solo dell’incompetenza dell’autore (un geologo) ma anche dell’inconsistenza delle argomentazioni, completamente prive di basi scientifiche.
    Il punto è che una regola del giornalismo impone che qualsiasi argomento venga affrontato da punti di vista contrapposti. Sono pochi gli argomenti che fanno eccezione, ovvero dove i media impediscono l’accesso a chi la pensa in modo diverso.
    Io ne conosco solo due: gli argomenti economici (siamo entrati in un’epoca in cui la sinistra e la destra hanno la stessa visione dell’economia e non esiste più alcuna opposizione) e l’esistenza dei campi di concentramento nazisti. Forse aggiungerei i vaccini.
    Tutto il resto è opinabile, anche se si sa perfettamente dove sta la verità.
    Perché? Un esempio può spiegare: circa venti anni fa (non saprei collocarlo più precisamente) un tizio scrisse al Venerdì di Repubblica una lettera in cui irrideva i verdi e gli allarmismi sui cambiamenti climatici che secondo lui erano stati definitivamente smentiti da un’insolito periodo di piogge.
    Un caso umano, direte voi. Niente affatto: Scalfari gli rispose riconoscendogli tutti gli onori e affamando che la pensava esattamente come lui.
    Vogliamo credere che Scalfari fosse disinformato? Anche lui era convinto che gli scienziati dell’IPCC sono un branco di comunisti che vogliono strangolare il capitalismo, o semplicemente dei truffatori che cercano di ottenere soldi per inutili ricerche?
    Io non lo penso. Semplicemente Scalfari ha esercitato la funzione tipica dei media, che consiste nell’esercizio del potere.
    In sostanza, i media sono gli strumenti che mediano fra le élite al potere e la massa di gente indistinta e senza alcun potere come me e voi.
    Questa opera di mediazione costa. Un tempo costava cara, oggi i media sull’orlo del fallimento sono molto più a buon mercato, ma la sostanza non cambia.
    Il discorso di Scalfari era chiaro: non è la scienza a decidere se il riscaldamento globale esiste o no, siamo noi.
    E se volete che esista, dovete pagare.

  8. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 28th 2020 at 00:07

    Armando, guarda che la cosa è molto più semplice dell’idea della Spectre dei media che ti sei fatta.

    Pochi giorni fa su Repubblica è uscito un articolo sullo smog in Valpadana, in cui il giornalista, una firma importante, concludeva che limitare la CO2 serve a chiudere il buco dell’ozono.
    In altre parole, buona parte della stampa italiana, e sicuramente molti dei suoi opinionisti, giornalisti di punta e dirigenti, non c’ha ancora capito nulla di questi temi, nè, tanto meno, ne ha afferrato l’importanza.
    Ha solo notato che molti nei “paesi importanti” ne parlano, quindi il tema è “di moda” per cui ne parliamo anche noi, senza prendersi la briga di approfondire, tanto, sotto sotto, sono convinti che prima o poi il clima uscirà dalla top ten, e potremo finalmente smettere di far finta di preoccuparcene.

    Scalfari, 20 anni, non ne sapeva nulla, e faceva il negazionista (senza saperlo), perchè allora il tema climatico non andava di moda e “di pancia” gli sembrava che il clima andasse benone.
    Oggi continua a non capirci nulla (basta leggere i suoi editoriali), ma siccome è di moda dirsi preoccupati per il clima, ora non è più negazionista.

    Insomma, non c’è bisogno di immaginarsi che obbediscano ai “poteri forti”, semplicemente sono ignoranti come capre sui temi scientifici: non gli interessano e mai gli sono interessati.

    PS: sulla preparazione dell’Australia. Ad aprile dirigenti della protezione civile di quel paese hanno chiesto all’appena eletto governo di provvedere urgentemente a rinforzare le forze aeree antincendio (7 aerei in tutta l’Australia!), perchè, vista la siccità e le probabili alte temperature estive, c’era da aspettarsi un disastro mai visto prima. Ma, siccome avevano osato citare il cambiamento climatico come causa della situazione ad altissimo rischio, il governo manco lo ha ricevuti nè tanto meno ha fatto qualcosa sul tema.
    https://www.abc.net.au/news/2019-11-14/former-fire-chief-calls-out-pm-over-refusal-of-meeting/11705330

  9. Valentinoon Gen 28th 2020 at 10:47

    @Alessandro
    Preparazione Australia
    Ottima segnalazione. L’azione dall’alto, possibilmente preceduta e sinergica con azioni preventive sul terreno, è particolamente importante quando le condizioni impediscono concretamente di operare a terra in sicurezza e invece le azioni dall’alto preparano una nuova fase di quelle sul terreno. Un leader pro-clima, consapevole della responsabilità storica delle emissioni dell’Australia e del principio Common but differentiated responsibilities, userebbe questa occasione, tra l’altro, per promuovere una flotta di portata continentale e la metterebbe a disposizione come componenete di una flotta se non globale quantomeno accessibile ad una pluralità di paesi, che in modo asincrono possano disporne. Qualche anno fa incendi molto vasti sono avvenuti in Indonesia, intossicando Singapore. In sostanza si tratta di riconoscere che nella governance multilivello è facile che le questioni ambientali abbiano una componente iper-locale e che quindi debba esserci una responsabilità ed una indicazione di appropriatezza delle diverse azioni a quel livello ma che regolamente la vastità dei cambiamenti climatici richieda l’intervento (preventivo e in corso d’opera) dei livelli superiori (nazionali ed internazionali). Molti anni fa parlavo, a proposito di mitigazione, di costituire dei Benchmark Club di varie nazioni i cui NDC prevedessero azioni simili, in modo da facilitare il learning, il passaggio delle buone pratiche e il cofinanziamento con strumenti di finanza globale (es. green bond per tutti i PAESC). Direi che una idea analoga dovrebbe valere per le strategie di adattamento e i National Adaptation Plan che giacciono, largamente non finanziati, sui server dell’UNFCCC.

  10. Valentinoon Gen 28th 2020 at 10:55

    Di fronte ad una acclarata emergenza, una leadership pro-clima dovrebbe cogliere cogliere la palla al balzo e fare rete, evitando la mal-adaptation, che deriva sia dall’adattamento esclusivo che da risposte individuali razionali ma controproduttive a livello di sistema.

    Ad esempio oggi un premier australiano pro-clima potrebbe andare in tv e dire: “Abbiamo subito un attacco senza precedenti. Dobbiamo essere pronti ai molti pericoli immediati e di medio periodo. Ad esempio vi è il rischio che, con l’attuale ondata di calore, il comprensibilissimo utilizzo massiccio e contemporaneo dei condizionatori d’aria provochi un black-out. Invito tutte le famiglie ad acquistare batterie e pannelli fotovoltaici per essere in grado di essere autonomi per almeno 24 ore. Tale azione, fatta su larga scala e in parallelo, riduce di suo la probabilità del black out stesso. E’ fatto obbligo ad ospedali, edifici pubblici e centri commerciali di dotarsi di batterie e, ovunque tecnicamente possibile, di pannelli. Le comunità locali devono scegliere quali di essi possono rappresentare rifugi temporanei in caso di necessità”. In tal modo si stanno praticando tre principi di buon adattamento: il principio di precauzione, che incita a guardare al caso peggiore e non a quello medio; il principio di collegare strettamente adattamento, disaster risk management e mitigazione; il principio di ridondanza (prepararsi al caso peggiore con un backup e col backup del backup).

  11. Valentinoon Gen 28th 2020 at 11:14

    Prendere sul serio i cambiamenti climatici significa, in termini di adattamento e risk management, far fare un salto di qualità e di scala quantitativa alle migliori pratiche di soluzioni di problemi esistenti (che vengono esacerbati), sapendo che è possibile che la loro efficacia normale possa essere diluita e compromessa e quindi aprendosi alla possibilità di fare cose nuove, con nuove attribuzioni di compiti, resposabilità (+ uomini e mezzi, ovviamente), nonché essere pronti a vedere problemi completamente nuovi.

    Ad esempio, è chiaro che storicamente i vigili del fuoco si sono occupati di difendere città di legno e che certe competenze si sono via via diffuse su vari corpi e sistemi di protezione civile. Oggi, di fronte al collasso degli ecosistemi e lo spostamento dei bioclimi, con la comparsa di novel climates (e.g. https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/aa75d7), la difesa degli ecosistemi in sé è diventata una priorità stringente, che andrebbe affrontata in modo olistico (includendo tutte le antropizzazioni e i pericoli singoli e congiunti), con un apporto di competenze specialistiche rinnovate.

    Non (solo) perché abbiano un valore turistico o perché qualche anima pia ama gli animali ma perché sono l’insostituibile culla della vita, dotati di valore intrinseco a prescindere (e in aggiunta) a qualsiasi valore abbiano per l’uomo.

    Per un articolo scientifico, pubblicato ieri, sui rischi degli ecosistemi si veda

    https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rstb.2019.0116

    an overview of how and where climate extremes are affecting the most biodiverse ecosystems on Earth and summarize how interactions between global, regional and local stressors are affecting tropical forest and coral reef systems through impacts on biodiversity and ecosystem resilience. We also discuss some key challenges and opportunities to promote mitigation and adaptation to a changing climate at local and global scales.

    …anthropogenic climate change is increasing the periodicity and intensity of some climate extremes (e.g. [9–11]), which can be defined as abrupt climatic events, such as abnormally intense storms, hurricanes, floods, heatwaves, droughts and associated large-scale wildfires [12]. The ecological impacts of these extreme climate events can be exacerbated by ongoing gradual changes in temperature and precipitation, as well as local anthropogenic pressures, such as land-use change [13,14].

  12. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 28th 2020 at 15:20

    Ricevo dal WWF

    Non si ferma l’emergenza in Australia. Un nuovo incendio ha iniziato a divampare nel pomeriggio di lunedì 27 gennaio nell’Orraral Valley, ora le fiamme hanno raggiunto il Parco nazionale di Namadgi e si stima che abbia già colpito circa 8.106 ettari.

    Gli incendi sono a soli 15 chilometri da Canberra e dalla capitale si vedono il fumo e le fiamme che stanno colpendo la riserva naturale di Tidbinbilla, area in cui vivono koala, canguri e molte altre specie endemiche australiane, visitata ogni anno da centinaia di migliaia di persone.

    Gli ultimi aggiornamenti del quotidiano The Canberra Times dicono che la città di Tharwa è già stata evacuata ma si teme che un’imminente ondata di calore prevista nei prossimi giorni dall’ESA (Emergency Services Agency), che vedrà salire la temperatura a 40 gradi, renderà molto difficile il controllo degli incendi. In allarme il territorio della capitale australiana, il cui primo ministro Andrew Barr, ha dichiarato come questa sia la situazione più grave che abbiamo affrontato dagli incendi del 2003, che hanno ucciso quattro persone e distrutto centinaia di case.

    È straziante anche l’analisi fatta dal Guardian Australia sui dati delle aree bruciate nel New South Wales e nel Queensland, poi confermati dal governo del NSW, da cui risulta bruciato almeno l’80% dell’area delle Blue Mountains e più del 50% delle foreste pluviali del Gondwana, entrambe dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco.

    “La portata del disastro è così grave da poter incidere sulla incredibile diversità degli eucalipti, motivo per cui l’area delle Blue Mountains è riconosciuta come patrimonio mondiale dell’umanità”, ha dichiarato John Merson, direttore esecutivo del Blue Mountains World Heritage Institute, al Guardian.

  13. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 30th 2020 at 09:07

    Impressionante video che mostra la velocità di diffusione degli incendi forestali in Australia di qualche settimana fa.

    https://www.facebook.com/DunmoreRFS/videos/2435387696711232/

  14. giovannion Gen 31st 2020 at 09:52

    mi pare sia bene ricordare che i politici al governo in Australia sono tali poiché hanno vinto le elezioni, dunque sono stati i più votati dagli australiani

    identica situazione in Brasile

    negli Stati Uniti

    in Russia

    ecc…

    a dimostrazione dell’eccelsa intelligenza caratterizzante la Specie Umana

  15. Valentinoon Gen 31st 2020 at 10:45

    @giovanni
    Dati corretti. Ci sono due spiegazioni, oltre quella sua piu’ generale, o le elezioni vertevano su tutt’altro e il climate change risulta non decisivo nelle scelte (almeno per una parte della popolazione)
    oppure siamo in una fase in cui parti importati della popolazioni sono conniventi (in un triangolo tra politici, media e popolazione) o nel non credere (all’origine antropogenica o alle strategie di mitigazione) o a mis-intepretare gli eventi climatici.

    Ho già sostenuto a lungo che strategie di mitigazione affidate esclusivamente ad un incremento generalizzato del prezzo della CO2 siano impopolari e, per varie ragioni, inefficaci. Ho quindi da tempo proposte diverse
    http://www.economicswebinstitute.org/essays/innopolicy_catalogue.pdf
    http://www.economicswebinstitute.org/innopolicymitigation.htm
    di cui ho valutato l’accettabilità politica
    https://www.springer.com/gp/book/9783642147753

    In buona sostanza, si tratta di operare contemporaneamente sui comportamenti dei consumatori, della struttura dei mercati e delle modalità di presa delle decisioni. Sistemi bonus malus, vantaggi differenziali per i produttori puliti, ecc.

    In quei testi si mettono in luce i meccanismi, di cui poi negli ultimi dieci anni ho proposto l’applicazione concreta ai diversi settori (edilizia, mobilità, ecc.).

    La novità pero’ di questo articolo è che proprio di fronte alle devastazioni climatiche è ancora possibile che, invece di riconoscere finalmente di essersi sbagliati e che la transizione energetica è conveniente, inarrestabile e desiderabile, chi non vuole il cambiamento dica: è troppo tardi, occupiamoci solo di adattamento; e poi è troppo tardi, non riusciamo neanche ad adattarci, fuggiamo; e poi vabbe, non c’è niente che si possa fare, rintaniamoci in casa (il faut cultiver notre jardin): après moi, le déluge.

    Chi ha delle soluzioni deve proporle come cose fattibili, immediate, efficaci. Fare contemporaneamente un discorso di sistema, profondo, ma anche tattico e puntuale.

    Un bell’articolo su questo tema a valle dell’esperienza australiana è

    https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jan/13/taking-action-on-climate-is-hard-here-are-five-questions-to-help-australia-seize-this-moment

    we are in a moment where the opportunity to implement effective and long-lasting policy to lower Australia’s climate pollution could finally be within reach. To grasp this opportunity we must learn critical lessons from the past.
    This is not the first time that public support for climate action has been sky high, nor the first time that political opportunity for far-reaching policy has presented itself.
    In all three of these cases, we lost in the how – how should Australia go about acting on climate?
    climate deniers such as Tony Abbott weaponised the carbon price policy for political ends, running the extremely effective “Axe the tax” scare campaign. Furthermore, the carbon price was for many Australians an abstract policy idea disconnected from their lives but perceived to be hurting their hip pockets.

    a poll by the Australia Institute found that there was simply not enough awareness of the differences between the two main parties’ energy and climate policies

    invito alla lettura 🙂

  16. Valentinoon Feb 6th 2020 at 10:09

    Un autorevole ri-definizione dei compiti di questa fase storica, prodotto in Australia, anche alla luce delle nuove condizioni:

    da una certa retorica dell’adattamento (che in una sua accezione deteriore potrebbe essere una semplice accettazione remissiva dello stato di fatto – continuamente peggiorato, in base ad una premessa “tanto ormai è troppo tardi” – mentre ovviamente “non è mai troppo tardi per evitare impatti ancor peggiori”)

    ad un nuovo obiettivo di “massima protezione”.

    Il filo logico è stringente:
    The goal of the UN Framework Convention on Climate, adopted in 1992 , was to “prevent dangerous anthropogenic interference with the climate system”. But by 2020, the damaging impacts of climate change (via intensified and more frequent extreme weather events and earth system, ecological and social process changes) are so great that it is now clear that humans have failed to achieve the UN Climate Convention’s goal – we are now living in the early stages of catastrophic climate change.
    With the failure of the old goal, we now need a new goal to drive our climate action work.

    We now need to take emergency speed and intensity action to:
    • restore a naturally safe climate, and
    • reduce the loss and damage suffered during the time it takes to return to a safe climate.

    We should commit to “achieving Maximum Protection for all people, other animals,
    plants, ecosystems, critical earth system elements and civilisation, globally and
    through time”.

    A safe climate needs to be restored by stopping emissions immediately and by taking the excess greenhouse gases out of the atmosphere as fast as possible.

    This is a practical goal that desperately needs to be achieved in the real world – at unprecedented speed.

    http://www.green-innovations.asn.au/RSTI/Max_Protection_paper_DIGITAL.pdf

    Una lettura provocante.

  17. Valentinoon Feb 10th 2020 at 11:26

    Solo oggi, grazie ad una pioggia fortissima, sono stati spenti una serie di incendi che erano rimasti senza controllo.
    https://apnews.com/cce6e07e359018d2447093cdf9cca8f6

    Drought, wildfires and now flooding have given Australia’s weather an almost Biblical feel this year. The good news is that a recent deluge in eastern parts of the country has drenched deadly fires and helped ease a crippling drought.

    But experts say it will take some time yet to know to what extent the rainfall has replenished dried-up rivers and quenched parched soil in some inland areas most affected by the 3-year drought.

    This is the most positive news we’ve had in some time. The recent rainfall has assisted firefighters to put over 30 fires out since Friday. Some of these blazes have been burning for weeks and even months.
    https://twitter.com/NSWRFS/status/1226731913378840577

    Fires and floods: Australia already seesaws between climate extremes – and there’s more to come
    https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/feb/10/fires-and-floods-australia-already-seesaws-between-climate-extremes-and-theres-more-to-come


    E un black-out lascia 134 000 persone senza luce
    https://www.news.com.au/national/nsw-act/news/more-than-100000-without-power-as-relentless-rain-lashes-nsw/news-story/130623c084454cb0a03105a28e9bccdb

  18. Valentinoon Feb 10th 2020 at 11:37

    In generale in questi commenti ci riferiamo all’Australia, ma per una panoramica GIS degli impatti previsti in Europa:
    https://experience.arcgis.com/stemapp/5f6596de6c4445a58aec956532b9813d
    sulle sue città
    https://experience.arcgis.com/stemapp/5f6596de6c4445a58aec956532b9813d/page/page_6/
    su Venezia
    https://experience.arcgis.com/stemapp/5f6596de6c4445a58aec956532b9813d/page/page_5/

  19. ALESSANDRO SARAGOSAon Feb 11th 2020 at 09:42

    In effetti sono passati da un estremo all’altro

    L’Australia ha tirato un sospiro di sollievo dopo la notizia che le piogge torrenziali hanno estinto molti degli incendi che stavano bruciando lungo la costa orientale. Questo significa, però, che il disastro naturale degli incendi è stato sostituito da un altro disastro, forse più “ordinario” ma comunque catastrofico.

    Sydney è stata colpita dalle piogge più forti degli ultimi 30 anni, che hanno portato diffuse alluvioni. L’agenzia meteorologica dell’Australia ha dichiarato che negli ultimi 4 giorni a Sydney sono caduti 391,6mm di pioggia, ossia oltre 3 volte le precipitazioni medie del mese di febbraio. Kingscliff ha ricevuto 300mm in 24 ore, Wentworth 200mm nelle 24 ore precedenti e parti della costa centro-settentrionale hanno registrato 250mm. La città di Narrabri è passata dalla siccità all’alluvione in un solo giorno. Robertson, nelle Southern Highlands, ha ricevuto 698mm di pioggia da mercoledì 5 febbraio, 500mm solo nel corso del weekend. Questo fine settimana ha portato pesanti alluvioni anche nel Queensland: Coolangatta ha ricevuto oltre 100mm di pioggia nella giornata di sabato 8 febbraio (la media del mese è di 138mm).

    Nella sola Sydney, nel corso del weekend, i servizi di emergenza hanno soccorso almeno 200 persone. Circa 100.000 case sono senza energia elettrica e le autorità hanno avvisato che le alluvioni potrebbero essere potenzialmente letali. L’area delle Spiagge settentrionali ha già registrato danni significativi, con diversi metri di spiaggia spazzati via in alcuni punti. Onde di oltre 5 metri hanno sferzato la costa nelle aree come Collaroy, devastando i giardini che si affacciavano sul mare.

    Maltempo Australia, a Collaroy le onde divorano fino a 25 metri di spiaggia e lasciano un’apocalisse di schiuma marina [FOTO e VIDEO]
    Numerosi alberi e pali della luce sono caduti su auto e case a causa dei venti che hanno superato i 100km/h. Diverse persone sono rimaste ferite e tante sono rimaste bloccate con le loro auto a causa degli alti livelli raggiunti dall’acqua nelle strade . Numerose imbarcazioni sono affondate per le condizioni turbolente del mare. Ai residenti delle zone meno elevate nell’area di Sydney è stata ordinata l’evacuazione. Tanti i fiumi esondati, che hanno contribuito ad alluvioni localizzate.

    Nonostante questo pericolo, l’altra faccia della medaglia è che solo 17 incendi bruciano ancora nello stato. Il Rural Fire Service (RFS) del Nuovo Galles del Sud ha dichiarato che le piogge hanno estinto oltre 30 incendi nel corso del weekend, definendola “la notizia più positiva che abbiamo avuto da un po’ di tempo”. L’ultimo incendio ad essere dichiarato estinto è quello della Gospers Mountain, ad ovest di Sydney. Da ottobre, aveva bruciato 512.000 ettari ed è stato considerato un mega incendio “troppo grande da estinguere”. Le piogge hanno spento anche il Currown Fire, che in 74 giorni aveva distrutto quasi 500.000 ettari e 312 case.

    Tuttavia, il Bureau of Meteorology (BoM) ha avvisato che le aree colpite dagli incendi possono essere particolarmente vulnerabili alle alluvioni e che le acque possono trasportare grandi quantità di detriti. Dopo anni di siccità, le risorse idriche sono state ricostituite. La Warragamba Dam, che fornisce l’80% dell’acqua di Sydney, potrebbe presto raggiungere il 70% della sua capacità (solo pochi giorni fa era al 42%).

Leave a Reply