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Comunicare il futuro climatico: lenta evoluzione o bruschi cambiamenti?

La concreta possibilità di un cambiamento climatico causato dall’uomo fu già ipotizzata oltre un secolo fa (vedere qui). Da allora, la mole delle nostre conoscenze sul sistema climatico è aumentata esponenzialmente, ed ha confermato oltre ogni ragionevole dubbio che il nostro pianeta si sta riscaldando e che questo riscaldamento è causato in massima parte dalle attività umane. Contestualmente alla dimostrazione scientifica di questo fatto, ha assunto sempre maggiore importanza la comunicazione del cambiamento climatico al di fuori dei circoli scientifici, per far sì che sia gli attori politici che l’elettorato che li sceglie abbiano un quadro preciso dei possibili futuri climatici e delle loro conseguenze per il nostro pianeta.

La comunicazione del cambiamento climatico è stata analizzata in dettaglio in innumerevoli articoli scientifici e libri. Questi hanno analizzato sia i possibili approcci per una comunicazione efficace che le ragioni che portano una fetta della popolazione – ed una minima parte della comunità scientifica, spesso comprendente scienziati con esperienze in campi non legati al clima – a negare l’esistenza del riscaldamento globale, o la sua origine antropica (vedere per esempio qui, qui e qui).

Una delle raccomandazioni che ricorre, quando si tratta di comunicare ad un pubblico non specialista il cambiamento climatico, è di evidenziare sia la gravità del problema che le possibili soluzioni (e.g. qui). Secondo gli autori di questo testo, è anche essenziale chiarire che il tempo per indugiare è passato. Se non agiremo rapidamente a livello globale, già tra poche decine di anni potremmo trovarci nelle condizioni di dedicare la massima parte delle nostre risorse alla gestione di disastri climatici in fieri, senza poter implementare azioni di più largo respiro di mitigazione – agendo sulle cause del cambiamento climatico – e di adattamento – operando invece sugli effetti.

Trasmettere questo messaggio di urgenza in modo efficace, è però complicato da vari fattori. Da un punto di vista puramente esperienziale, in Europa ci troviamo in una fase in cui gli effetti del cambiamento climatico sono già visibili – per esempio l’innalzamento del livello del mare che rende sempre più frequenti e distruttivi i fenomeni di Acqua Alta a Venezia, una frequenza più elevata di ondate di calore (Sez. 1.4 dell’AR5-IPCC, qui) ed inverni più miti – ma non ci hanno ancora costretto a radicali cambiamenti nelle nostre abitudini. Nel comunicare i rischi legati al cambiamento climatico, la narrazione dominante finora è dunque stata quella di un lento ma costante deterioramento delle condizioni climatico-ambientali in cui viviamo. Questa viene tipicamente veicolata attraverso l’illustrazione di serie storiche di medie temporali e/o geografiche di diversi indicatori climatici (anomalie di temperatura alla superficie, estensione dei ghiacci artici, livello degli oceani, etc.), unitamente a scenari di cambiamento futuro, formulati sulla base di modelli (“simulatori”) del clima.

Un cambiamento climatico graduale, pur problematico, permette ai sistemi naturali di adattarsi almeno in parte ai nuovi climi. Questo avviene anche per gli esseri umani, che possiedono una capacità di adattamento superiore a quella di molte altre specie animali e vegetali, grazie alla possibilità di ricorrere alla tecnologia e alla conoscenza.

 

Clima medio ed estremi climatici

Questo punto di vista, per quanto in parte condivisibile, è tuttavia semplicistico sotto molti aspetti. Per esempio, nessuno di noi vive nel clima medio illustrato dalle serie storiche e dagli scenari climatici futuri. Il “tempo” cambia ogni giorno, e le medie geografiche o temporali possono nascondere eventi estremi quali alluvioni e siccità, che mediati nel corso di un anno o a scala continentale o globale possono cancellarsi. In modo del tutto simmetrico, la grande variabilità meteo-climatica che caratterizza le variazioni giornaliere, stagionali ed inter-annuali (per esempio termiche, pluviometriche etc.) rende spesso facile sottovalutare importanza e impatti di tendenze climatiche su periodi di alcuni decenni. Le condizioni di futuro rischio climatico combinano quindi tendenze graduali e possibili alterazioni nella frequenza ed intensità di eventi estremi legate al cambiamento climatico. Tuttavia, la rarità intrinseca degli eventi estremi, rende difficile evidenziare con significatività statistica queste variazioni. Ciò è vero, in particolare, per gli estremi legati alle precipitazioni, siano esse troppo intense o eccessivamente carenti.

Anomalie di temperature invernali medie in Europa rispetto al periodo pre-industriale (i colori rappresentano tre diversi set di dati). Figura tratta dall’Agenzia Europea per l’Ambiente.

 

Il CMCC ha recentemente stilato un rapporto che analizza il rischio climatico in Italia (qui il testo). Il rapporto sottolinea che, nel contesto del cambiamento climatico, gli eventi estremi potrebbero determinare gli impatti maggiori. Per esempio, i sistemi urbani “subiranno impatti negativi soprattutto in riferimento ai fenomeni climatici estremi (ondate di calore ed eventi di precipitazione intensa) e […] saranno principalmente le fasce più fragili della popolazione (bambini, anziani, disabili) a subire gli effetti più negativi”. È evidente che, se la frequenza od intensità di tali eventi dovesse risultare molto maggiore di quanto sia oggi, né la società umana né i sistemi naturali potranno adattarsi facilmente.

Alcuni esempi di quanto già accaduto nel nostro Paese possono rendere più evidente la natura del problema. Negli ultimi 17 anni si sono riscontrate ben 4 crisi idriche (2003, 2006/7, 2011/12, 2016/17) con deficit di precipitazione molto elevati in varie parti del  paese (l’anno 2017, ad esempio, è stato considerato l’anno più “secco”, addirittura dal 1800 ad oggi – vedi qui). Sempre negli ultimi anni, si sono susseguiti un numero crescente di eventi di precipitazione estrema. Nell’ottobre 2019, l’Alessandrino ricevette precipitazioni dell’ordine di 500 mm in 24 ore (vedere ad esempio qui). Nell’ottobre 2018 la famosa “tempesta Vaia”, con venti misurati superiori a 180 km/ora, distrusse migliaia di ettari di conifere, ed occorse in un periodo – ottobre e novembre 2018 –  caratterizzato da precipitazioni estreme, venti fortissimi, dissesti e piene fluviali in gran parte del Paese. Se tali eventi divenissero più frequenti e/o intensi, metterebbero letteralmente in ginocchio l’Italia, anche nel contesto di un cambiamento climatico graduale dal punto di vista delle medie annuali o continentali.

 

Variazioni repentine (tipping point)

Un secondo aspetto che non viene considerato dalla narrazione del cambiamento climatico graduale, è la possibilità di variazioni repentine (rispetto al tempo di evoluzione della causa che le ha determinate), contraddistinte da una rapida, e tipicamente irreversibile, transizione verso un nuovo stato di equilibrio. Questa tipologia di cambiamento climatico è associata al superamento di una soglia critica (“tipping point”) in una o più componenti del sistema climatico (“tipping element”). I “tipping elements” individuati ad oggi nel sistema climatico includono, solo per citarne alcuni, il deperimento della foresta Amazzonica, il collasso del sistema di correnti dell’oceano Atlantico, la fusione della calotta glaciale della Groenlandia e quella del permafrost siberiano (Lenton et al. 2020).

Esempi di “tipping points” nel sistema climatico. Figura tratta da Carbon Brief

 

Ciascuno di questi elementi potrebbe portare a stati di equilibrio climatico sostanzialmente diversi da quello attuale, se determinate soglie critiche dovessero essere oltrepassate. Ad esempio, si stima che la foresta Amazzonica possa deperire a causa dell’effetto combinato di una riduzione delle precipitazioni (in ultima analisi riconducibile al riscaldamento globale) e del processo di deforestazione. Allo stesso modo, un collasso della circolazione oceanica nell’Atlantico potrebbe verificarsi in seguito all’input di acqua dolce dovuto alla fusione dei ghiacciai della Groenlandia e del ghiaccio marino nell’Artico. Per quanto ciascuna di queste transizioni abbia un carattere “regionale”, le conseguenze climatiche sarebbero globali. Soprattutto, non sarebbe possibile ristabilire le condizioni pre-“tipping” riducendo le concentrazioni atmosferiche di gas climalteranti ai livelli pre-industriali.

Il concetto di soglia critica non è nuovo. Già nel Terzo Rapporto IPCC si fa riferimento a discontinuità che hanno il potenziale di innescare cambiamenti a grande scala nel sistema climatico. Tuttavia, è solo a partire dal Quarto Rapporto IPCC che l’espressione “tipping point” entra ufficialmente tra i termini comunemente utilizzati nella letteratura sul clima.

Secondo le stime più recenti, il livello di riscaldamento globale che potrebbe portare a variazioni climatiche repentine ed irreversibili è più basso di quanto non credessimo in passato. Figura tratta da Nature.
 

In poco meno di 20 anni, la probabilità stimata per questa tipologia di eventi è progressivamente aumentata: se nel 2001 l’IPCC considerava le “discontinuità” probabili solo per un riscaldamento globale superiore ai 5 ºC (rispetto ai valori preindustriali), negli ultimi due Special Report IPCC (qui e qui), il superamento di soglie critiche per alcune componenti del sistema climatico globale viene considerato plausibile già per riscaldamenti di 1 – 2 ºC.

 

Una nuova narrazione

In sostanza, quando si comunica la gravità del cambiamento climatico in corso e le possibili soluzioni, limitarsi a descrivere un lento ma costante cambiamento del clima medio fornisce un’immagine fuorviante della situazione. Bisogna spiegare chiaramente che, in parallelo ad un cambiamento del clima medio, quasi sicuramente vedremo cambiamenti negli eventi estremi, e probabilmente vivremo anche variazioni inaspettate e repentine legate al superamento di soglie critiche (si veda ad esempio questo post di Carbon Brief). Se aspettiamo che questi fattori si manifestino a grande scala, gli impatti che ne deriveranno renderanno difficilissimo implementare tanto le azioni di mitigazione – che agiscono sulle cause del cambiamento climatico – quanto quelle di adattamento – che invece operano sugli effetti.

È errato ritenere che ci potrà sempre essere tempo per correre ai ripari, magari con azioni intraprese all’ultimo momento, tanto più che molte variazioni legate ai “tipping elements” potrebbero essere irreversibili nell’arco di scale temporali rilevanti per l’uomo. La narrazione secondo cui il pericolo della crisi climatica è lento/graduale (ovvero lontano nel tempo) e reversibile è fallace. Bisogna invece utilizzare una narrazione vicino/imminente (oltre che irreversibile), che sottolinei come le peggiori conseguenze potranno essere evitate solo agendo con decisione sia nella mitigazione che nell’adattamento. Già tra poche decine di anni, potremmo trovarci nella situazione in cui gestire i disastri climatici contingenti distoglierà risorse da politiche di mitigazione ed adattamento di lungo termine, portando quindi a sempre maggiori rischi climatici fino al punto in cui la situazione non sarà più gestibile.

Nella comunicazione dei rischi attuali e futuri legati al cambiamento climatico, rimane poi da superare una difficoltà fondamentale: la comunicazione dell’incertezza. La scienza si nutre di incertezza e di possibilità di revisione e falsificazione delle proprie teorie. Ma comunicare l’incertezza è difficilissimo, in primis perché è spesso invisa a coloro ai quali la comunicazione stessa si indirizza. I meteorologi, ma anche l’IPCC, lo sanno bene. E se è difficile fare proiezioni del clima futuro, è ancora più difficile comunicarne quantitativamente l’incertezza a chi vorrebbe soltanto certezze granitiche. Ma questo tema meriterebbe un altro post a sé stante.

 

Testo di Gabriele Messori, Alessio Bellucci, Carlo Cacciamani, con il contributo di Stefano Caserini, Claudio Cassardo, Mario Grosso e Stefano Tibaldi

7 responses so far

7 Responses to “Comunicare il futuro climatico: lenta evoluzione o bruschi cambiamenti?”

  1. Francesca Venturaon Gen 11th 2021 at 10:41

    come sposare efficacemente questo:
    “La narrazione secondo cui il pericolo della crisi climatica è lento/graduale (ovvero lontano nel tempo) e reversibile è fallace. Bisogna invece utilizzare una narrazione vicino/imminente (oltre che irreversibile), che sottolinei come le peggiori conseguenze potranno essere evitate solo agendo con decisione sia nella mitigazione che nell’adattamento”
    con questo:
    “Una delle raccomandazioni che ricorre, quando si tratta di comunicare ad un pubblico non specialista il cambiamento climatico, è di evidenziare sia la gravità del problema che le possibili soluzioni”
    ?

  2. homoereticuson Gen 11th 2021 at 11:43

    @ Francesca Ventura
    una possibile formulazione per rispondere alla sua domanda:

    – la cattiva notizia: la crisi climatica è già tra noi e aggravandosi le sue conseguenze potranno diventare intollerabili, irreversibili ed ecc e ancora ecc.

    – quella buona: esistono le soluzione e possediamo le conoscenze per mitigarla ed evitare gli scenari più pericolosi.

  3. Massimo Scaliaon Gen 11th 2021 at 12:55

    Apprezzo molto e utilizzo le vostre comunicazioni ricche di dati, instancabili nel mettere all’angolo con argomenti puntuali quelli fasulli del negazionismo. Proprio per questo mi stupisce che, parlando di bruschi cambiamenti climatici, non citiate il rapporto “Abrupt Climate Change” del NRC dell’Accademia delle Scienze Americana pubblicato nel 2002. È il primo che in modo netto e inequivocabile, sulla base di un decennio di studi e campagne di rilevazione, focalizza il cambiamento climatico “globale” come effetto soglia rispetto alla variazione della concentrazione di CO2 e, soprattutto, la conseguenza: il passaggio dalla stabilità all’instabilità climatica.
    A mio modo di vedere l’IPCC – meritevole per aver sollevato per primo la questione del global warming e aver ispirato con i suoi rapporti l’azione di mitigazione impostata da molti Governi e consacrata nell’Accordo di Parigi – ha però contribuito a creare l’illusione di “un cambiamento climatico graduale”, quella narrazione che voi denunciate come incompleta e semplicistica, con i suoi famosi scenari che scandivano nel corso del xxi° secolo gli incrementi della temperatura senza sottolineare il possibile carattere di rottura improvvisa. Al punto che nell’ultimo rapporto l’IPCC si è trovata costretta ad anticipare di vent’anni, dal 2050 al 2030, il “punto di non ritorno”.
    Veniva così in qualche modo segnalato un “tipping point” globale, cioè non relativo al superamento della soglia critica di una o più componenti del sistema climatico, proprio come oltre un decennio prima aveva fatto il rapporto “Abrupt Climate Change”.

  4. Stefano Caserinion Gen 12th 2021 at 09:05

    @ Massimo Scalia

    Sono tanti i testi che andrebbero citati, ma abbiamo voluto sintetizzare.
    Per il resto non condivido che ci sia un unico punto di non ritorno, oltre al quale si passa dalla stabilità all’instabilità. E per questo non è vero che l’IPCC ha anticipato di 20 anni il suo raggiungimento nell’ultimo rapporto speciale (e se si intende quello su 1,5°C, è il penultimo).
    In nessun punto nel rapporto speciale IPCC su 1,5°C si parla di questo valore di temperatura come il punto di non ritorno globale per la transizione fra stabilità e instabilità climatica.
    La faccenda è più complessa, come il post ha cercato di spiegare.

  5. Alessio Belluccion Gen 12th 2021 at 11:10

    @Massimo Scalia

    Come spiegato nel post, il quarto rapporto dell’IPCC (AR4) fa esplicita menzione del concetto di tipping point. Nello specifico, il capitolo 10 dell’AR4 cita per l’appunto il report dell’NRC a cui lei fa riferimento (si veda qui: https://archive.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/wg1/en/ch10s10-3-4.html#box-10-1), pubblicato nel 2002 (*), quindi nell’interregno tra il terzo e il quarto rapport dell’IPCC.

    Come ha gia’ spiegato Stefano Caserini in risposta al suo commento, l’argomento dei TP e’ molto ampio. Meriterebbe uno o piu’ post dedicati.

    (*) Alley, R.B., et al., 2002: Abrupt Climate Change: Inevitable Surprises. US National Research Council Report, National Academy Press, Washington, DC, 230 pp.

  6. Philip Ron Gen 16th 2021 at 01:06

    Breve domanda, riguarda a quanto sopra, ma riguardo a un’attualità: come derimere quanto si legge qui https://www.agi.it/cronaca/news/2021-01-12/clima-esperto-sbalzo-temperature-spagna-grecia-italia-10997382/ (fenomeno “scollegato alla componente del riscaldamento globale”) con quanti si evince qui https://www.lescienze.it/news/2021/01/13/news/individuato_un_legame_tra_riscaldamento_globale_ed_eventi_di_freddo_estremo-4867837/ “Individuato un legame tra riscaldamento globale ed eventi di freddo estremo”? Serafini poco aggiornato, o malcitato dall’agenzia di stampa? O possibile che il meteorologo fosse a conoscenza dello studio (normalmente in un campo di ricerca, le notizie circolano anche prima della publicazione), e che l’agenzia di stampa abbia deciso di inserire quella frase per… praticare una comunicazione che allontani l’idea della gravità degli eventi in corso?

  7. homoereticuson Gen 16th 2021 at 10:27

    @Philip
    in attesa dell’intervento di qualcuno più preparato del soprascritto la invito a leggere l’abstract dell’articolo citato dalle Scienze (l’articolo completo su Nature è a pagamento).
    Per come la vedo io, forse chi ha redatto il comunicato stampa si è fatto prendere un po’ la mano dall’entusiasmo. Non sembra esservi molta corrispondenza tra il contenuto dell’abstract e il suddetto comunicato.
    Per cominciare sarebbe interessante conoscere i riferimenti che hanno portato a scrivere che si starebbe osservando un “aumento degli eventi di freddo estremo nell’inverno boreale”.

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