Notizie e approfondimenti sul clima che cambiaPosts RSS Comments RSS

Il nuovo volto del negazionismo climatico

Su Climalteranti negli ultimi 13 anni ci siamo occupati a lungo dei negazionisti climatici, cioè di chi nega in modo testardo e irragionevole l’evidenza scientifica consolidata sul cambiamento climatico (per chi avesse ancora perplessità sull’uso del termine negazionista, ormai usato in tantissimi contesti, si rimanda a questo vecchio post). Ci siamo occupati di chi ha sostenuto che il clima non stava cambiando, che non è colpa dell’uomo, che il riscaldamento globale fa bene e così via.

Come già detto, il negazionismo climatico è ormai ridotto ai minimi termini – almeno in Italia – e i suoi argomenti sono stati smentiti in modo ormai definitivo, sepolti da migliaia di pubblicazioni scientifiche autorevoli. È ormai raro trovare un articolo o un convegno in cui si nega la responsabilità umana sul riscaldamento globale e la validità delle proiezioni per il futuro realizzate dai climatologi.
Più diffusi, e anche più insidiosi, sono oggi altri argomenti, come quello secondo cui la necessità di contrastare i cambiamenti climatici e più in generale la difesa dell’ambiente possano essere contrapposte, in qualche modo, al “progresso”. Si tratta di una retorica che anche in passato il negazionismo ha alimentato, ma che oggi è diventato l’argomento principale di chi vuole impedire azioni drastiche e incisive per limitare l’uso di combustibili fossili e ridurre le emissioni di gas serra.

Un esempio è l’articolo “Difendiamo l’ambiente, ma con l’agenda Draghi non con l’agenda Greta”, pubblicato su il Foglio del 29 marzo 2021 a firma del suo direttore, Claudio Cerasa.

Il Foglio è come noto tradizionalmente su posizioni negazioniste sul cambiamento climatico, come si può leggere in molti articoli del suo primo direttore Giuliano Ferrara, di Piero Vietti, di vari rappresentanti dell’Istituto Bruno Leoni, di Umberto Minopoli, dello stesso Cerasa (memorabile nel 2017 un suo tweet in cui spiegava che la temperatura della Terra stava scendendo mentre il grafico mostrava il contrario) e di altri.

Nella fase attuale il negazionismo climatico del Foglio non contesta più la scienza, ma cerca piuttosto di sostenere un approccio alla questione del clima che pretende di presentarsi come razionale. A quelli che in passato venivano etichettati come “catastrofisti climatici” si attribuisce una visione anti-industriale, antitecnologica, addirittura luddista. L’ambientalismo, in quanto tale, viene così schiacciato sulle posizioni della “decrescita felice”. Anche questo, in verità, è un genere di retorica non nuovo né originale, funzionale alla costruzione di un avversario di comodo. Chi lo abbraccia, infatti, ignora di proposito che è la comunità scientifica, non qualche celebre attivista ambientalista, ad aver messo in guardia il mondo dal pericolo del riscaldamento globale ormai diversi decenni fa e dimentica anche interi campi della ricerca scientifica, dall’ecologia alle scienze ambientali.

Quella che nell’articolo di Cerasa viene etichettata come “Agenda Greta” non è altro che l’agenda di chi sulla crisi climatica afferma “follow the science”, seguiamo ciò che afferma la comunità scientifica. Semmai, è Il Foglio ad essere andato per anni contro quella che oggi chiama “Agenda Draghi”, ovvero un approccio che riconosce che la crisi climatica esiste, è responsabilità delle attività umane (e dei governi), è grave e ha anche importanti impatti economici. Rimane certo da vedere come le affermazioni che il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha fatto nel suo discorso alle camere si tradurranno in politiche e in decisioni concrete. Ma non sono certo messi in discussione gli obiettivi drastici – o quantomeno molto ambiziosi – già approvati dall’Unione Europea, ossia la neutralità climatica al 2050.

Anche se non è corretto personalizzare nella sola figura di Greta Thunberg le posizioni di un movimento che ha creato una mobilitazione mondiale, si può osservare che Thunberg non ha mai voluto offrire risposte facili o ricette originali per uscire dalla crisi climatica, preferendo invitare a concentrarsi sul quadro complessivo e sulla necessità di azioni e cambiamenti politici ed economici anche radicali, ma non utopistici. Sull’energia nucleare l’attivista svedese ha perfino espresso posizioni pragmatiche. «Sono personalmente contraria», ha scritto su Facebook, ma, richiamandosi alla posizione dell’IPCC, ha aggiunto che «può essere una piccola parte di una nuova, molto ampia, soluzione energetica senza emissioni di carbonio, specialmente in paesi e aree che non hanno la possibilità di avere una fornitura di energia rinnovabile su vasta scala». Al di là che si condivida o no tale tesi, un’affermazione di questo tipo è l’espressione di una visione lontana dall’utopismo e dal pregiudizio ideologico (che del resto si pensa sempre caratterizzi le posizioni altrui, mai le proprie) a cui viene associata Thunberg da parte dei suoi critici.

Chi oggi vuole descrivere come nemica del “progresso” l’agenda del movimento che si batte per politiche più ambiziose sul cambiamento climatico compie quindi una mistificazione. Non sorprende che questo arrivi da chi non molto tempo fa ha sostenuto che le temperature globali non stavano aumentando o che l’acqua alta a Venezia non aveva nulla a che vedere con il cambiamento climatico (perché «è successo anche nel 1966») e dirige un giornale su cui per anni sono stati pubblicati articoli che davano ai lettori una rappresentazione distorta sul tema del cambiamento climatico. Non sorprende che a sostegno si citino think tanks come l’Istituto Bruno Leoni, che ha a lungo sostenuto e diffuso tesi negazioniste e di recente sosteneva, perfino, i pregi di una presunta agenda verde di Donald Trump.

Preferire nel 2021 come bersaglio polemico un’attivista che vorrebbe che si centrassero gli obiettivi dell’accordo di Parigi, e non le politiche pro-combustibili fossili o le politiche, ancora insufficienti, di molti governi, significa coltivare ancora quella visione che nel 2017 induceva ad affermare che la temperatura del pianeta stesse diminuendo.

Alla fine, è lo stesso approccio fideistico di chi non poteva riconoscere che l’attuale sistema socio economico stesse creando gravi alterazioni del clima terrestre a spingere oggi a proporre per la sua salvaguardia nient’altro che il ruolo salvifico del mercato, della concorrenza, che risolverebbe tutto come una bacchetta magica. L’ultima “trincea” del negazionismo rimane oggi la difesa di quella che, come ben spiegato da Naomi Oreskes e Erik Conway, storicamente è stata la sua stessa matrice ideologica, in nome della quale i “mercanti di dubbi” hanno negato la scienza del clima e si sono opposti alle regolamentazioni delle emissioni climalteranti. Regolamentazioni e politiche che una visione fondamentalista del libero mercato e una concezione dello Stato “minimo” non potevano accettare.

Perciò, anche se oggi il Foglio riconosce la centralità della questione climatica e ambientale, non c’è una reale soluzione di continuità tra le posizioni di ieri e quelle espresse oggi. L’antipatia per figure come Greta Thunberg scaturisce da quella stessa visione che, se fosse tradotta in decisioni politiche, ostacolerebbe ancora quelle azioni, drastiche e urgenti, che oggi sono necessarie per fermare il riscaldamento globale.

 

Testo di Antonio Scalari e Stefano Caserini

7 responses so far

7 Responses to “Il nuovo volto del negazionismo climatico”

  1. homoereticuson Apr 3rd 2021 at 13:43

    Applauso.

    Non è difficile immaginare che l’agenda Draghi-Cingolani che piace al nostro eroe Cerasa sia fatta di un ambientalismo talmente pragmatico che molto pragmaticamente si propone di continuare a fere le stesse cose più o meno come prima, insistendo nel modello estrattivo (con più efficienza, ci mancherebbe! e qualche generosa pennellata di vernice verde, che ci sta sempre bene) che sta conducendo al rapido collasso degli ecosistemi e del clima.

    Con il vostro permesso apro un piccolo e relativo OT (in realtà il tema del consumo e cementificazione dei suoli è legato a doppio filo con la questione climatica, sia per gli aspetti micro climatici, sia per questioni più generali che vanno dall’enorme impronta carbonica dei materiali usati nelle costruzioni (cemento e acciaio), alla perdita della capacità del suolo di immagazzinare carbonio, alla ricarica delle falde ecc).

    Nel silenzio generale (chissà che ne pensano i pragmatici D&C) in questi mesi, a dispetto della crisi pandemica è in atto l’ennesimo irresponsabile, futile e sconsiderato assalto ai suoli agricoli della pianura padana. Qualche esempio:

    http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2021/03/la-campagna-della-pianura-cremonese-e-in-pericolo/

    http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2021/03/la-logistica-invade-la-bassa-bergamasca-senza-neppure-la-valutazione-ambientale-strategica/

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2021/02/16/news/nuova-maxi-logistica-con-zelata-verde-nasce-il-fronte-del-no-1.39910799

    https://www.bolognatoday.it/cronaca/altedo-legambiente-contro-polo-logistico.html

    mi fermo, ma purtroppo, ce ne sarebbero anche altri.

  2. ocapienson Apr 4th 2021 at 16:43

    Applausi bis

    Preferire nel 2021 come bersaglio polemico un’attivista che vorrebbe che si centrassero gli obiettivi dell’accordo di Parigi

    In effetti un giornalista d’assalto dovrebbe prendersela con il comunista dentro verde fuori Joe Biden. Per non parlare di tutti quei capitalisti rinnegati, vili traditori del libero mercato ecc. che sono entusiasti del suo Recovery Plan…

  3. Delitto di buonismo – ocasapienson Apr 4th 2021 at 16:44

    […] non avevo citato l’ultima sparata del direttore del Foglio contro di lei. Per fortuna, su Climalteranti ci pensano Antonio Scalari di Valigia blu e Stefano […]

  4. Simone Casadeion Apr 4th 2021 at 23:21

    Privatizzazione totale e metodologica, concorrenza spietata e selvaggia, crescita dogmatica infinita su un pianeta finito, il (dio) Mercato e il neoliberismo sono le ideologie dominanti degli ultimi 30-40 anni che ci hanno portato, con un’accelerazione incontrollabile, fino a questo punto insostenibile (non solo per il riscaldamento globale, ovviamente, ma anche per la fine delle risorse, per il crollo degli ecosistemi e della biodiversità, per gli spillover virali etc. etc.).

    Sarà molto più difficile (quanto meno) mettere in discussione questi temi “politici” piuttosto che la Groenlandia verde, i raggi cosmici, l’attività solare, etc. etc. e tutti gli altri argomenti pseudoscientifici utilizzati per ritardare il riconoscimento della responsabilità dell’uomo nel rapidissimo cambiamento climatico in corso.

  5. Alfredo Tifion Apr 5th 2021 at 11:31

    Sì. Ma qual è l’alternativa al libero mercato? Ci avete mai pensato, a cercarla effettivamente, al di là delle “opinioni”? Per quanto mi risulta non sono mai arrivate proposte realistiche. Non sto dicendo che sia inevitabile, né che mi piaccia. Ma la società umana è così che si è evoluta, in modo “naturale”: nel mercato. È totalmente inutile polarizzarsi in difensori a spada tratta del libero mercato (che si evolve con una sua propria “intelligenza” che prescinde dall’interesse dei singoli umani) e in quelli che inveiscono contro. Occorre lavorare alle possibilità di controllo (l’intelligenza umana cerchi di porre dei correttivi su scala globale) e alla ricerca di alternative (uno stop evolutivo totale fondato sull’intelligenza umana che faccia piazza pulita dei criteri evolutivi naturali e riesca a controllare tutto per favorire il progresso umano per tutto il mondo). Ci sono infatti solo due possibiità: il libero mercato è sostituibile o non lo è. Per stabilire che non è sostituibile occorre coinvolgere scienziati, economisti, sociologi, filosofi e reinterpretare la realtà con sforzi consistenti che attualmente non vedo. Attualmente nel mondo a sostenere che non esistono alternative sono persone della levatura culturale e comprensione di Trump, Brunetta e dei loro elettori, inclusi i lettori de “Il Foglio”. Al massimo, da inesperto, a fiuto posso dirmi pessimista, ma non vedo una convergenza tra chi è dotato di intelligenza e doti scientifiche (dunque escludendo i politici) verso lo studio della questione a livello globale. Allora immagino di catapultarmi in un futuro in cui la questione sia stata valutata su scala globale e scoperta essere irrealizzabile senza produrre effetti anche peggiori dello stato attuale (anche in quel tempo) delle cose. Allora non rimarrebbe che l’ipotesi dei correttivi globali. Ma non è che questi richiedano minore intelligenza. Non ho ragioni per essere meno pessimista. La conclusione è che il mondo si autodistruggerà o dovrà andare verso una decrescita INFELICE, ma molto infelice, solo perché il potere non è in mano all’intelligenza umana.

  6. Lucy99on Apr 15th 2021 at 02:31

    Alfredo Tifi quello che lei scrive è vecchio catastrofismo inutile.

  7. Armandoon Apr 16th 2021 at 11:49

    Credo che Francesco Tifi faccia molta confusione, soprattutto quando afferma che “la società umana è così che si è evoluta, in modo “naturale”: nel mercato.” Questo non è assolutamente vero, e ormai non esistono economisti e pensatori importanti che difendano questa posizione. Oggi nessuno nega che i mercati sono costrutti umani. L’idea di fondare l’economia sul modello di scienze quali la fisica o la matematica non ha funzionato. Secondo questa linea di pensiero, come il teorema di Pitagora esisteva ben prima che lo si enunciasse, così i mercati hanno un’esistenza immanente perché se ne può dare una rappresentazione matematica, e quindi le società umane verrebbero plasmate e indirizzate dal loro funzionamento, garantito dai modelli che fanno ampiamente ricorso alla formalizzazione matematica. Il problema però è che i mercati hanno bisogno di un insieme molto ampio di istituzioni per funzionare, e comunque rimangono sempre incompleti e depotenziati dalle onnipresenti asimmetrie informative. I recenti accadimenti (crisi del 2008-9) hanno però scosso gli stessi fondamenti dell’economia neoclassica, per la quale le crisi sistemiche sono semplicemente impossibili, non possono cioè in nessun caso verificarsi. Il discorso è lungo e mi fermo qui.
    Vorrei però avanzare un’osservazione. Credo infatti che il problema non sia più il negazionismo, ma l’effettiva capacità/possilità degli Stati di effettuare la transizione necessaria.
    Gli ostacoli sono molteplici, ma i due principali, e allo stato attuale insormontabili, sono:
    a) mancanza di un centro di decisione politico;
    b) mancanza delle risorse economiche, intesa come volontà di non mettere in campo gli investimenti necessari (e in questo, la politica è perfettamente bipartisan, né la destra né la sinistra vogliono uscire dall’attuale scenario deflazionista.)

Leave a Reply

Translate