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Una “Stele di Rosetta” per valutare i progressi sull’assorbimento di CO2 dalle foreste

L’obiettivo dell’accordo di Parigi – mantenere l’aumento delle temperature medie globali ben al di sotto dei 2oC – richiede ai paesi di raggiungere globalmente un equilibrio tra emissioni ed assorbimenti “antropogenici” di gas serra (emissioni nette pari a zero). I progressi fatti verranno monitorati ogni cinque anni nell’ambito di un meccanismo chiamato “Global Stocktake”, dove la somma delle emissioni globali dei paesi (inclusi gli impegni di riduzione futuri) sarà confrontata con quello che la scienza indica come necessario per restare entro i 2oC. La differenza dovrebbe poi stimolare i paesi a prendere impegni di riduzione più ambiziosi (Figura 1)

Figura 1. Il “Global stocktake” degli accordi di Parigi confronterà le emissioni globali dei paesi con quanto la scienza (modelli) indica come necessario per stare entro i 2oC di aumento della temperatura.

 

Per capire meglio il contesto, mettiamo l’accordo di Parigi dentro un’auto (Figura 2). I decisori politici sono il guidatore, gli inventari nazionali (che i paesi utilizzano per stimare i gas serra che ogni anno che vengono emessi e assorbiti entro i loro confini) sono il quadro strumenti, e gli “Integrated Assessment Models” (IAM, complessi modelli che simulano scenari globali di economia, popolazione ed emissioni) sono il navigatore. Una volta selezionata una destinazione, il conducente può utilizzare il sistema di navigazione per verificare se è sulla buona strada, così come i decisori politici utilizzano gli IAMs per valutare i progressi climatici collettivi verso gli obiettivi di Parigi.

Figura 2. Il contesto: decisori politici, inventari nazionali dei gas serra e “Integrated Assessment Models”.

 

Tutto chiaro? Quasi, perché a volte il diavolo si nasconde nei dettagli. Oltre alle incertezze dei dati (sia degli inventari che degli IAMs), il nostro dettaglio critico è la parola “antropogenico”. Quali sono le emissioni e gli assorbimenti “antropogenici” di gas serra? Se sulle emissioni non ci sono dubbi, sugli assorbimenti il dubbio ci può essere.

 

Gli ecosistemi assorbono ogni anno la metà delle emissioni di CO2 causate dall’uomo, circa in ugual misura tra ambienti terrestri (soprattutto foreste) e marini. Mentre gli assorbimenti degli oceani sono considerati naturali, ossia la loro capacità di assorbimento non è stata intenzionalmente modificata dalle attività umane, sulle foreste si fa tutto più complicato.

Sembra un dettaglio per specialisti, ma può fare la differenza nel valutare i progressi collettivi dei paesi verso l’obiettivo dell’accordo di Parigi.

 

Per identificare gli assorbimenti antropogenici di CO2 da parte delle foreste, storicamente sono stati sviluppati due approcci diversi. Da un lato gli inventari nazionali di gas serra e dall’altro i modelli globali, tra cui gli IAMs. Uno studio recentemente pubblicato nella rivista Nature Climate Change ha scoperto che la differenza nella stima dei flussi antropogenici di CO2 dalle foreste tra questi due approcci è enorme: per gli anni recenti, si tratta di 5,5 Miliardi di tonnellate di CO2/anno, pari a circa il 10% di tutte le emissioni antropogeniche di gas serra. La domanda sorge spontanea: chi ha ragione, e chi torto? In realtà ad essere sbagliata è la domanda. Non è un problema di errori ma di linguaggi, di termini usati e di significati attribuiti a questi termini. È come se i paesi e i modelli parlassero lingue diverse, oppure il navigatore e il quadro strumenti dell’auto usassero diverse unità di misura: nessuno è giusto o sbagliato, il problema è che non sono confrontabili

Figura 3. Il problema: inventari nazionali dei gas serra e modelli parlano lingue diverse.

 

In pratica, per una complessa serie di motivi spiegati nello studio, i paesi chiamano “antropogenico” una parte dell’assorbimento di CO2 che i modelli chiamano “naturale”.

Se i dati dei modelli e dei paesi non sono confrontabili per il periodo storico, come si fa a valutare i progressi dei paesi rispetto a quanto dice la scienza, come prevede l’accordo di Parigi? La valutazione non sarebbe accurata, e gli sforzi ulteriori che i paesi devono fare sarebbe sottostimata

Figura 4. I diversi approcci dei paesi e dei modelli globali nello stimare l’assorbimento antropogenico di CO2 dalle foreste rende meno accurata la stima dei progressi climatici dei paesi (linea verde) rispetto a quanto la scienza indica come necessario (linea blu). Questo rappresenta un problema per il Global stocktake.

 

Come fare? Cambiare gli inventari – basati su linee guida consolidate dell’IPCC (gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici) e su decisioni dell’UNFCCC (convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) – sarebbe molto complicato, come cambiare l’intero quadro strumenti dell’auto.

Cambiare l’unità di misura nel navigatore, invece, sarebbe una soluzione più semplice. Allo stesso modo, “tradurre” i risultati degli IAMs per renderli più confrontabili con gli inventari sarebbe una soluzione pragmatica a breve termine per garantire una valutazione più accurata del progresso climatico dell’accordo di Parigi.

Il nostro studio fa proprio questo: propone un metodo che, così come la “stele di Rosetta” permise di tradurre lingue diverse, consente di rendere i dati degli IAMs confrontabili con quelli dei paesi. Il metodo, piuttosto complesso, è spiegato nello studio.

 

La traduzione funziona bene. Ora, i modelli IAMs e gli inventari dei paesi hanno stime confrontabili di assorbimenti antropogenici di CO2 per il periodo storico. E confrontabili diventano anche gli impegni di riduzione futura delle emissioni dei paesi rispetto a quanto i modelli indicano come necessario per restare entro i 2oC di aumento della temperatura.

Questo ovviamente non garantisce che questo obiettivo venga raggiunto, ma almeno aiuta a valutare i progressi climatici in modo più accurato .

Figura 5. Le implicazioni: i paesi possono percepire la necessità di ulteriori sforzi di riduzione dei gas serra a livello globale.

 

La traduzione sposta tutte emissioni verso il basso (Figura 6). Sebbene questo non comporti un cambio dei percorsi di decarbonizzazione originariamente stimati dai modelli, la percezione della quantità massima rimanente di emissioni cumulate di gas serra (fino al raggiungimento di emissioni nette pari a zero) indicata dai modelli può cambiare (Figure 6). Per restare entro i 2oC di aumento, ad esempio, questa quantità si riduce del 12% rispetto a quanto originariamente indicato dai modelli (198% se si guarda alla sola CO2).

Senza questa traduzione, i paesi apparirebbero “messi meglio” rispetto a quanto sono nella realtà. Per questo motivo, questo studio può portare i paesi a percepire la necessità di effettuare sforzi maggiori di mitigazione a livello globale.

Figura 6. I risultati originari dei modelli non sono comparabili degli inventari dei paesi (sopra). Adattarli (‘tradurli’) per renderli compatibili a quelli degli inventari (sotto) può far cambiare prospettiva ai politici (sinistra) sulla quantità massima rimanente di emissioni cumulate di gas serra compatibili con i 2oC di aumento secondo quanto dice la scienza (destra). Diversi colori indicano diversi percorsi emissivi. Quello corrispondente ai 2oC è il verde.

 

Una sintesi più dettagliata dello studio è disponibile in questo post di Carbon brief. Lo studio è stato anche discusso dal Washington Post.

 

Testo di Giacomo Grassi

6 responses so far

6 Responses to “Una “Stele di Rosetta” per valutare i progressi sull’assorbimento di CO2 dalle foreste”

  1. Alberi e foreste – ocasapienson Mag 5th 2021 at 17:31

    […] A complicare il tutto, da decenni c’è una differenza notevole tra la CO2 assorbita dalle foreste stimata con i modelli (Integrated Assessment Models) e con gli inventari nazionali delle emissioni di gas serra. Come spiega Giacomo Grassi del Joint Research Centre europeo su Climalteranti […]

  2. silverio lacedellion Mag 6th 2021 at 17:33

    Avete notato che ormai non si parla più di 1,5°C ma si dà per scontato che si supererà tale incremento di temperatura e ormai si tratta sui 2°C? Pessimo segnale.
    Silverio Lacedelli

  3. Stefano Caserinion Mag 6th 2021 at 23:04

    @ Silverio

    Mi sembra che si è sempre parlato più di 2°C; certo più passa il tempo più rimanere sotto i +1,5°C è difficile.
    L’importante è che si parli del “well below 2°C”, che poi è l’obiettivo dell’Accordo di Parigi.

  4. albertoon Mag 7th 2021 at 16:23

    Copernicus ha realizzato un tool, aggiornato ogni mese, che estrapola il trend lineare dell’ ultimo trentennio per calcolare quando si raggiungeranno gli 1,5 gradi.
    https://cds.climate.copernicus.eu/cdsapp#!/software/app-c3s-global-temperature-trend-monitor?tab=app
    Naturalmente è facile estendere l’ estrapolazione ai 2 gradi, per i quali serviranno circa altri 20 anni oltre alla data attuale (2034) in cui si potrebbero toccare “in media” (nel senso che in un annata con un forte El Nino si toccheranno prima, ma poi la fluttuazione annuale ci farà scendere di poco per qualche tempo) gli 1,5.

  5. Armandoon Mag 27th 2021 at 18:05

    Salve.
    Avrei una domanda da fare ai più esperti.
    Ci sono stime degli investimenti necessari a raggiungere l’obiettivo fissato dall’Unione Europea di zero emissioni di CO2 entro il 2050?
    Ho letto in rete un articolo del solito Battaglia in cui si afferma che al tasso di investimenti sul PIL attualmente preventivato, qualora si puntasse sulla tecnologia più a buon mercato, cioè il nucleare, si coprirebbe soltanto il 25% del fabbisogno energetico.
    Non sto qui a riportare gli estremi del lavoro. È piuttosto sciatto, a dir la verità sembra una traduzione mal fatta e soprattutto non sono indicate le fonti.
    Però, una cosa devo riconoscere a quell’articolo. Pur utilizzando una metodologia sicuramente grezza, arrivava dritto al punto. Qualora i dati fossero corretti, un’analisi più approfondita dei possibili scenari non potrebbe ribaltare il concetto di fondo. Il 25% equivale ad aver mancato totalmente l’obiettivo.

  6. Stefano Caserinion Giu 1st 2021 at 17:50

    @ Armando
    La Commissione Europea accompagna tutte le proposte ad una “valutazione d’impatto”, in cui sono fatte anche delle stime dei costi. Sono lavori commissionati a società (o consorzi di società) esperte del tema. Se non la trova mi dica che la cerco.
    Non è affatto semplice capire quali saranno i costi (e i benefici) diretti e indiretti della mitigazione; le suggerisco di non considerare valutazioni semplicistiche, in particolare le opinioni di chi non ha alcuna competenza in materia, e ha mostrato più volte di sapere sbagliare in modo sistematico anche i numeri fondamentali su questa materia.

    Ad esempio anche solo dire quale sia la fonte di energia più economica non è facile, non solo perchè i costi attuali hanno delle variazioni a seconda del contesto https://www.lazard.com/perspective/levelized-cost-of-energy-and-levelized-cost-of-storage-2020/
    ma anche perchè le previsioni del passato sono state sbagliate non poco, qui trova un’analisi di quanto sono state sbagliate (sottostimste) nel passato le previsioni sul costo del solare
    https://rameznaam.com/2020/05/14/solars-future-is-insanely-cheap-2020/

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