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Note sul pessimismo climatico

Prendo spunto da due testi pubblicati recentemente su climalteranti.it. Il primo è una recensione del nuovo libro di Michael Mann, La nuova guerra del clima, in cui il climatologo americano, oltre a mettere in guardia contro le nuove forme di negazionismo camuffato, pone in risalto la pericolosità di visioni “eccessivamente cupe del nostro futuro”. Il secondo articolo verte sulla COP 26 di Glasgow e sui risultati che essa potrà produrre. Anche in questo caso vi è una sorta di messa in guardia: contro “una visione semplicistica del negoziato sul clima”. Secondo questo post, la contrapposizione “successo vs. fallimento” è fuorviante, perché ignora sia la complessità delle trattative sia i risultati intermedi che, come in occasione di passate edizioni, possono essere ottenuti e che comunque, ai fini di una efficace lotta contro i cambiamenti climatici, sono molto importanti.

            Qui di seguito intendo, se non proprio mettere in guardia contro queste e altre simili messe in guardia, presentare alcune riflessioni critiche al loro riguardo. Per cominciare una nota sul titolo del saggio di Mann: considero l’impiego della metafora della guerra in riferimento al riscaldamento globale come problematico e opinabile, e comunque contradditorio rispetto al dichiarato intento di denunciare i facili allarmismi e pessimismi. Data la natura dell’oggetto in questione, il clima mondiale, se di guerra si tratta, quella contro il Climate change deve o dovrà necessariamente assumer l’aspetto di una guerra totale, contro un nemico assai potente e da tempo conosciuto, e in cui nessuno potrà risparmiarsi. Sennonché il nemico non risiede dall’altra parte della frontiera o del mare, bensì è in mezzo a noi, nelle nostre distese metropolitane, nei gangli del potere politico ed economico e pure nelle nostre menti e abitudini, talché se proprio si vuol ricorrere alla metaforica bellica, meglio sarebbe parlare di “nuova guerra civile del clima”.

            Le visioni eccessivamente cupe del nostro futuro, l’emergente “pornografia climatica”, sostiene Mann, sono pericolose perché possono condurre alla paralisi e alla disperazione. È qui attivo un assunto indimostrato: “pessimismo = disfattismo” oppure “ansia = incapacità di agire”. Anche a prescindere dalla funzione euristica, ossia di incitamento all’impegno per il cambiamento, di opere (letterarie, artistiche e filosofiche) segnate da un profondo pessimismo, numerosi eventi mondiali prodottisi nel secolo scorso ci ricordano che anche le più cupe premonizioni o visioni di quel che sarebbe potuto accadere risultarono alla prova dei fatti ampiamente al di sotto della realtà, per così dire ampiamente “ottimistiche” rispetto alla portata dei crimini e delle distruzioni che effettivamente si produssero.

            Merita senz’altro attenzione e un’approfondita analisi, da un lato, la diffusa insofferenza nei confronti di chi, peraltro puntualmente accusato di indulgere a una retorica apocalittica, vede profilarsi all’orizzonte un futuro di catastrofi immani; dall’altro, l’ininterrotta produzione e il successo di opere di finzione, in specie cinematografiche, di genere marcatamente apocalittico. Si iscrivono nella logica della suddetta insofferenza le bordate contro l’attivismo climatico dei giovani, come quella dello storico Niall Fergusson sulla Neue Zürcher Zeitung di alcune settimane fa [1],  secondo cui il moderno movimento ambientalista sarebbe ormai degenerato a culto della fine dei tempi (altri, più compassatamente, vedono finalmente giunti i tempi dei fatti e della concretezza da parte dell’establishment politico ed economico, e la fine della gazzarra utopistica di Fridays of Future).

            È abbastanza facile cogliere in queste e altre simili esternazioni il rifiuto di prendere atto che la crisi climatica non pone solo problemi di adeguamento e tenuta del modello economico dominante, dei sistemi di approvvigionamento energetico, alimentare, ecc., ma in modo del pari se non più radicale mette in questione gli attuali modi di fare società e le forme di vita che essa impone (con lo stile di vita di meno dell’uno per cento della popolazione mondiale responsabile di oltre un sesto delle emissioni globali). Questo in un’epoca che sa produrre solo surrogati d’utopia, come il Terraforming su Marte, il Neuralink di Elon Musk e altre visioni postumaniste. Nel mentre si conducono ricerche e fantastica sulle interfacce neurali impiantabili, sul cervello connesso direttamente alle macchine digitali e sul mondo nuovo tutto interconnesso e postumano, si ha sì sentore della minaccia ecologica e di quella del controllo digitale totale, ma siccome i cambiamenti sono graduali, come fa osservare il filosofo Žižek, di fatto si continua a “ignorarne gli effetti nella nostra vita quotidiana… fino a quando ci accorgeremo che è troppo tardi e che avremo perduto tutto”[2]. Va da sé che anche questa è una visione, ossia un’anticipazione del futuro, che in quanto tale è passibile di mancare il bersaglio; nondimeno, all’attuale stato delle cose, sinistramente non sembra farle difetto una buona dose di realismo.

            Certo, “le migliori proiezioni non prevedono quegli scenari” (come scritto nel primo post) cupi che secondo Mann e Caserini detta “pornografia climatica” va irresponsabilmente diffondendo, ma, appunto, si tratta delle proiezioni migliori (e non fa molta differenza che con “migliori” siano intese quelle più ottimistiche, quelle più accurate e attendibili oppure, com’è più probabile, entrambe le cose). Un po’ a tutti l’esperienza insegna o dovrebbe insegnare che, in particolare nell’ambito di trattative e in presenza di interessi contrastanti e problemi complessi, fra il meglio e il peggio a spuntarla è solitamente una via intermedia, cioè, nella fattispecie, a metà strada fra l’optimum del +1,5 come limite superiore massimo e il pessimum del +3 gradi e oltre di aumento della temperatura globale media – senonché varcata la soglia di +2 è tutto pessimo.

            Come ebbe a sostenere Ernst Jünger subito dopo la conclusione della Prima guerra mondiale [3], nel XX secolo la minaccia, l’incidente e la catastrofe costituiscono l’apriori del pensiero – ma non solo del pensiero, dobbiamo aggiungere, bensì estesamente e intensamente della realtà globale… dalla moltitudine più o meno consapevolmente vissuta o semplicemente subita giorno per giorno. Alle ragioni di chi ritiene che le visioni di catastrofe possono “portare a paralisi e disperazione” fanno da contraltare quelle di chi sostiene che alla base di ogni vero impegno per una profonda riforma della vita vi è la disperazione al cospetto di quella lunga serie di disastri che siamo soliti chiamare “storia dell’uomo”.

            Anziché o comunque prima di schierarsi per le une o per le altre, mi sembra opportuno, anzi, necessario considerare da vicino le due posizioni, analizzarne attentamente la struttura e gli assunti. Questo perché in esse non si esprimono unicamente e banalmente forme elementari di ottimismo o al contrario di pessimismo, di speranza oppure di disperazione; infatti, sia le visioni al rosa sia le visioni al nero possono dispiegarsi in vista di un fine. Per dirla in modo diretto, sia l’ottimismo sia il pessimismo possono essere funzionali. Semplificando ulteriormente, il messaggio che l’ottimista funzionale mira a diffondere è che l’optimum non è precluso, basta volerlo; mentre quello del pessimista funzionale è che occorre guardare nel baratro in cui già ci troviamo, scrutarlo attentamente per individuare i punti di rottura di una costellazione che, come nel caso di cui qui ci occupiamo, preannuncia catastrofi a non finire.

            Un ulteriore e rilevante elemento di discrimine fra le due posizioni è dato dalle aspettative nei confronti della tecnologia. Vi è ampio consenso sul fatto che le soluzioni per il superamento della crisi climatica saranno necessariamente tecnologiche, ma molti, se non proprio tutti, si affrettano ad aggiungere che non potranno essere solo tecnologiche. L’enfasi o le accentuazioni riservate all’una o all’altra sono tuttavia assai diverse. La prassi delle trattative internazionali e i dibattiti che ne scaturiscono mostrano in modo incontrovertibile che l’attenzione è posta pressoché esclusivamente sulle questioni tecniche ed economiche, mentre il lato non tecnologico del problema è al massimo oggetto di qualche esternazione estemporanea in occasione di discorsi di circostanza. Ciò, complice la stampa mainstream, diffonde e alimenta la fede nell’intangibilità del principio per cui a poche migliaia di tecnocrati è delegato di prendere decisioni che riguardano l’intera umanità, ma soprattutto diffonde e alimenta quel dogma (ma a ben vedere una vera e propria ideologia) che giustamente è stato chiamato “soluzionismo tecnologico” [4].

            Tecnologie e tecniche di riparazione di ambienti contaminati, di rinaturazione e anche di geoingegneria su scala planetaria – oggi solo abbozzate o vagamente immaginate – potranno in futuro magari neanche troppo lontano fornire strumenti di difesa e lotta contro il riscaldamento climatico e in genere contro i guasti alla biosfera, ma è di fondamentale importanza porre attenzione ai limiti delle soluzioni tecnologiche, soprattutto ai rischi che esse necessariamente, cioè sempre, comportano: agli incidenti, ai guasti, agli eventi imprevisti e/o imponderabili. D’altra parte, è proprio quanto suggerisce la scienza stessa, più precisamente le cosiddette “scienze della sicurezza” con il “principio precauzionale”, ossia la regola generale che prescrive che prima di ogni decisione concernente l’adozione di nuove tecnologie o la realizzazione di nuovi progetti debba essere considerata l’ipotesi che si verifichi il peggiore dei casi [5]. E il peggiore dei casi – come dimostrano tanti eventi disastrosi accaduti negli ultimi decenni, peraltro non di rado colposamente non previsti – è precisamente ciò che ha luogo con angosciante regolarità.

            Sembra ragionevole affermare che il peggio è ancora evitabile, ma questo implica un’effettiva, corale volontà di farlo, soprattutto da parte di quel quinto di umanità che ne detiene i mezzi e che dei disastri cui stiamo andando incontro è il principale responsabile. Ed è proprio qui che la questione si fa difficile. Volere è indubitabilmente la condizione imprescindibile per potere, ma volere è insieme un processo e un esito che implica uno stacco, una rottura rispetto alla condizione pregressa e presente. A meno di credere che tutto possa rimanere così com’è ora, che le forme di vita oggi dominanti e il corollario di “valori” che le segnano possano conservarsi sostanzialmente immutati, occorre riconoscere che vi sono domande attinenti alla sfera delle idee che non possono più essere ignorate. Non è infatti il pianeta che deve essere salvato, bensì l’umanità e più precisamente una certa idea di umanità. È assai probabile che l’uomo possa sopravvivere e continuare ancora per molto tempo ad abitare il pianeta Terra, nonostante tutti i cataclismi che potranno intervenire; ma la domanda o meglio le domande fondamentali sono: come, secondo quali principi e valori, con quali strutture sociali, al prezzo di quante e quali sofferenze?

            Si può discettare sul superamento dell’antropocentrismo, sul non umano e sull’importanza o necessità di riconsiderare la posizione dell’umano nel mondo o universo della complessità e iperoggettualità, come fanno taluni pensatori; resta però il fatto che tutto ciò si fonda su un’idea o immagine, per quanto vaga, incerta e precaria, di che cosa è e può homo sapiens. Questo, beninteso, vale anche per il postumanismo, che proprio perché ne postula il superamento dell’umano ne implica l’idea e la centralità.

            La via che potrebbe portare fuori dalla situazione e dalle attuali, tutt’altro che incoraggianti prospettive non corre fra la Scilla del soluzionismo tecnologico e tecnocratico e la Cariddi delle visioni cupe e rassegnate di catastrofe totale, bensì direttamente nel disastro del presente o, all’inverso, nel presente del disastro, il quale di per sé è insopportabile e solo in ragione della quotidiana opera di disselezione e rimozione diviene ovvero è fatto essere sopportabile. Come da un secolo e più sappiamo, il rimosso però ritorna, nella fattispecie sotto forma di fantasmi e visioni di una catastrofe che non darà scampo; e come parimenti da parecchio tempo sappiamo, tutti gli sforzi e anche gli argomenti dispiegati per scacciare i fantasmi, proprio perché questi sono ancorati nel reale, non fanno altro che alimentarne la potenza.

 

Testo di Raffaele Scolari

 

 

Riferimenti

[1] N. Fergusson (2019) Der Klima wandelt sich, und wir wandeln uns mit ihm: Ein anderer Blick auf Greta Thunbergs Aufruf zur Panik¨, Nueue Zürcher Zeitung, 3. September 2019.

[2] S. Žižek (2021) Hegel e il cervello postumano, Ponte alle Grazie, Milano, p. 178

[3] E. Jünger (1931) Der Arbeiter, trad. it. L’operaio, Adelphi, Milano.

[4] E. Morozov (2014) Pour tout résoudre, cliquez ici: l’aberration du solutionisme technologique, Limoge, FYO Éditions.

[5] E. Horn (2021) Biopolitica della catastrofe, in particolare il capitolo Il futuro delle cose, Mimesis, Milano, pp. 66 ss.

3 responses so far

3 Responses to “Note sul pessimismo climatico”

  1. Vittorio Marlettoon Gen 24th 2022 at 10:19

    Il mondo potrebbe essere travolto dalla catastrofe climatica? Sì, potrebbe. Sta a noi evitare che accada. Se esco in bicicletta potrei restare ucciso? sì potrei. Sta a me minimizzare i rischi, evitando al massimo strade trafficate, usando freni in discesa, indossando un casco ecc. Però esco lo stesso, non resto chiuso in casa. Avere ben chiara la catastrofe incombente serve ad adottare ogni misura necessaria ad evitarla. È prevenzione, una mentalità difficile da adottare nel quotidiano, figuriamoci a scala globale. Però sforzandosi ci si riesce, e una parte dello sforzo consiste appunto nel pensare al peggio, per evitarlo, non per fare gli struzzi.

  2. Simone Casadeion Gen 30th 2022 at 18:02

    @ la crisi climatica mette in questione gli attuali modi di fare società e le forme di vita che essa impone (con lo stile di vita di meno dell’uno per cento della popolazione mondiale responsabile di oltre un sesto delle emissioni globali)

    Il soluzionismo tecnologico e tecnocratico e – aggiungerei – del Mercato, porta inevitabilmente alle visioni cupe e rassegnate di catastrofe totale chi vede questo metodo, o approccio al problema, come figlio del pensiero unico che sta portando molto rapidamente la specie umana al disastro (il neoliberismo consumista, che per sua natura polarizza la ricchezza e in conseguenza le emissioni).

    Se è molto probabile che la soluzione al problema non possa trovarsi all’interno del perimetro di ciò che ha causato il problema stesso (il pensiero unico di cui sopra), nel presente del disastro diventa MOLTO URGENTE che le conoscenze tecnico-scientifiche vengano completate, ma forse è più congruo dire “guidate”, da soluzioni politico-sociali “alte” con visione “di specie” e non appunto solo individualistiche e “di mercato”.

    Sarebbe interessante sapere dall’autore del post – a mio parere molto opportuno in questo momento storico e su questo blog – quali siano le proposte di soluzioni alternative al soluzionismo tecnologico e tecnocratico di Mercato e cosa ne pensi lui a riguardo.

    L’unione e il confronto di competenze e conoscenze molto diverse e complementari possono portare ad una dialettica costruttiva utile ad accelerare l’individuazione e l’attuazione concreta della soluzione al problema.

  3. Raffaele Scolarion Feb 8th 2022 at 14:07

    È tutt’altro che facile rispondere alla domanda di Simone Casadei. Potrei dribblare facendo osservare che notoriamente la filosofia è poco attrezzata per dare soluzioni concrete a problemi complessi e globali come il cambiamento climatico e in genere i grandi mali del mondo: in passato, quando si proposta di farlo attivamente, gli esiti sono stati poco incoraggianti. Ma, appunto, sarebbe un gioco facile, soprattutto perché i problemi con cui oggi siamo confrontati richiedono un ripensamento a tutte le discipline della conoscenza, e quindi anche a quella che per tanto tempo ha ritenuto di essere la regina dei saperi. È quasi un luogo comune che il superamento delle crisi climatica non potrà non essere tecnologico, ma del pari che non potrà essere solo tecnologico. Precisamente questa seconda parte dell’asserzione deve essere campo d’indagine, benché non esclusivamente, della filosofia. Nel dettaglio, essa deve valutare e comprendere le ragioni che hanno condotto alla situazione attuale, perché è tanto difficile individuare e mettere in pratica soluzioni a livello planetario, e soprattutto come è mutato il nostro rapporto con ciò che siamo soliti chiamare natura e che sempre più si presenta come tecnonatura. Come in passato, continuano a prodursi catastrofi naturali, ma a preoccupare sono sempre più i disastri tecnonturali come l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, l’acidificazione dei mari, la morte avanzante e probabilmente inarrestabile delle barriere coralline. In essi vediamo paurosamente convergere il tempo profondo della Terra e i tempi storici o, più precisamente, l’irruzione del primo nei secondi. È un fatto assolutamente nuovo che oggi l’umanità si trovi a dover fare scelte che non riguardano solo il proprio futuro a corto e medio termine, bensì a lungo termine, cioè a dover pensare e programmare fattivamente la propria esistenza o sopravvivenza su un arco temporale di diversi secoli. Che cosa ciò implichi, che cosa comporti la necessità di portarsi all’altezza della nuova temporalità (che appunto è un mix di tempo storico e di tempo profondo), deve già oggi essere oggetto di approfondite indagini. Personalmente rimango dell’opinione (di marca chiaramente illuministica) che la comprensione del reale sia la conditio sine qua non per la sua trasformazione – questo soprattutto in un momento storico in cui, come ben illustrato nel film “Don’t look up”, tutto e tutti rischiamo annegare nel generale, perfido e demente chicchiericcio che segna tanta parte della realtà contemporanea. Nutro forti dubbi circa la capacità del sistema rappresentivo in vigore nei paesi a regime liberaldemocratico di fare fronte alla crisi climatica, comunque non in misura significativamente diversa rispetto ai regimi oligarcici o dittatoriali. La principale conseguenza di detto dilagante chiacchericcio è la scomaparsa dello spazio pubblico; lavorare non tanto per ricostruirlo quanto per reinventarlo mi sembra di fondamentale importanza ai fini di un vero cambiamento di rotta, che altresì sarà possibile solo nel momento in cui una consistente moltitudine avrà la forza di costringere il sistema della politica a rinnovarsi profondamente. Una prospettiva illusoria? Forse, comunque meno falsa del soluzionismo tecnologico.

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