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Piantare alberi può salvare il clima?

Pubblichiamo la traduzione del post di Stefan Rahmstorf su Realclimate, su un tema che ha fatto recentemente molto discutere

 

Di recente i media si sono occupati di un nuovo studio pubblicato da ricercatori dell’ETH di Zurigo (Bastin et al. 2019). I ricercatori si sono chiesti quanto carbonio potremmo sequestrare piantando alberi in tutto il mondo laddove i terreni non sono già destinati all’agricoltura o alle città. Dall’aria le foglie degli alberi estraggono carbonio sotto forma di anidride carbonica – CO2 – e poi rilasciano ossigeno – O2 –,  è un bel modo di proteggere il clima. I ricercatori stimano che verrebbero sequestrati 200 miliardi di tonnellate di carbonio… a condizione di piantare oltre mille miliardi di alberi.

L’impatto mediatico del nuovo studio è dovuto soprattutto a una dichiarazione del comunicato stampa dell’ETH secondo la quale piantare alberi potrebbe ridurre di due terzi l’aumento di CO2 di origine antropica. Rimediare in gran parte alle conseguenze di uno sviluppo industriale lungo due secoli con una misura così semplice e popolare sembra un sogno! Infatti è subito piaciuto a coloro che sognano tuttora una mitigazione del clima indolore per tutti.

Purtroppo è anche troppo bello per esser vero. Si paragonano capre e cavoli, e vengono scordate importanti retroazioni del sistema Terra. Per capirlo, bastano pochi fatti elementari sull’aumento della CO2 in atmosfera.

Ogni anno l’umanità butta nell’aria 11 miliardi di tonnellate di carbonio (gigatonnellate, abbreviate in GtC) sotto forma di CO– e la tendenza va crescendo. Queste 11 GtC corrispondono a 40 gigatonnellate di CO2, perché una molecola di CO2 è 3,7 più pesante del solo atomo di carbonio. Dal 1850 a oggi, il totale ha raggiunto 640 GtC di cui il 31 % dovuto all’uso del suolo (deforestazione soprattutto), il 67 % all’energia fossile e il 2 % ad altre fonti. Tutte queste cifre provengono dal Global Carbon Project, un consorzio internazionale di ricerca che monitora i gas serra.

Il risultato è che la quantità di COnell’aria è aumentata di metà; è maggiore di quanto sia stata per almeno 3 milioni di anni (Willeit et al. 2019) ed è la causa principale del riscaldamento in corso. Dall’Ottocento l’effetto serra della COè noto, spiegato dalla fisica ed è scienza incontestata.

C’è posto per altri alberi? Pecore pascolano su montagne brulle della Nuova Zelanda. Foto: S. Rahmstorf

 

Ma in totale l’aumento di CO2 nell’aria equivale a poco meno di 300 GtC, anche se abbiamo emesso 640 GtC. Per fortuna. Vuol dire che soltanto meno della metà delle nostre emissioni è rimasta nell’atmosfera, il resto è stato assorbito dagli oceani e dalle foreste. Per inciso, è la dimostrazione che questo aumento è causato interamente dagli esseri umani. La CO2 in più non viene dall’oceano o da qualche altra fonte in natura. È vero il contrario: il sistema Terra naturale assorbe una parte della nostra CO2 atmosferica.

Peraltro, vuol dire anche che se estraiamo 200 GtC dall’atmosfera, la quantità non diminuisce di 200 GtC, ma di molto meno perché gli oceani e le foreste fanno da tampone, un fatto esaminato più dettagliatamente nella letteratura scientifica. Jones et al. 2016 hanno calcolato che, nel contesto di uno scenario di mitigazione (RCP2.6), la quantità di carbonio rimossa dall’atmosfera rappresenta soltanto il 60% o meno ancora delle emissioni negative.

Possiamo anche confrontare le “emissioni negative” del piantare alberi con le nostre altre emissioni: 200 GtC sarebbero meno di un terzo delle 640 GtC totali, non due terzi. E gli autori del nuovo studio dicono che ci vorrebbero dai cinquanta ai cento anni perché quei miliardi di alberi sequestrino 200 GtC – una media di 2-4 GtC all’anno, rispetto alle attuali emissioni di 11 GtC all’anno. Tra un quinto e un terzo, insomma, con una percentuale che andrà calando se le emissioni continueranno a crescere. Siamo ben lontani dalla prospettiva di risolvere i due terzi del problema climatico. E proprio perché rimboschire richiede molto tempo, oggi dovrebbe essere tabù tagliare foreste mature e ricche di specie, che sono grandi riserve di carbonio e di una diversità biologica preziosa.

C’è un altro problema che gli autori non menzionano. La maggior parte Una parte considerevole delle terre adatte alla forestazione si trovano nell’estremo nord dell’Alaska, del Canada, della Finlandia e della Siberia. Anche lì si può immagazzinare carbonio con gli alberi, sebbene molto lentamente, ma per il clima sarebbe controproducente. Le foreste sono molto più scure delle aree senza alberi ricoperte di neve che, in quelle regioni, riflettono molta radiazione solare nello spazio. Le foreste la assorbono invece, aumentando il riscaldamento globale invece di ridurlo (Bala et al., 2007, Perugini et al., 2017). Tra l’altro, causare un aumento del riscaldamento regionale nelle zone del permafrost artico sarebbe un errore tremendo: il permafrost contiene più carbonio di tutti gli alberi della terra messi insieme, circa 1.400 GtC. Svegliare un simile gigante dal suo sonno sarebbe una follia.

E ci sono altri punti interrogativi. Utilizzando mappe satellitari ad alta risoluzione e Google Earth, i ricercatori hanno analizzato i luoghi privi di alberi adatti alla forestazione, esclusi i terreni agricoli e le città. Con l’aiuto del machine learning, hanno valutato le aree naturali in tutto il mondo per identificare il clima e le condizioni dei suoli in cui le foreste possono prosperare. Le terre libere e adatte ammontano a 1,8 miliardi di ettari: la superficie della Cina più quella degli Stati Uniti.

In molte di quelle zone però, è probabile che non ci siano foreste per buoni motivi. Spesso sono semplicemente dei pascoli nei quali, dicono gli autori, gli alberi sarebbero radi e potrebbero perfino giovare agli animali. Così i pascoli olandesi o irlandesi somiglierebbero a una savana. Ciononostante, in molte di quelle aree è probabile che esistano ostacoli considerevoli e di varia natura, non visibili dall’alto dei satelliti. E resta da chiarire, scrivono gli autori, quali delle aree che hanno identificato siano effettivamente disponibili per la forestazione.

Trovo pertanto ottimistico pensare che metà del sequestro potenziale calcolato in teoria sia realizzabile in pratica. Parliamo quindi di 1-2 GtC di emissioni negative all’anno, proprio quello di cui avremo un bisogno urgente in futuro. Globalmente, le emissioni di CO2  attuali possono essere ridotte del 80-90 % attraverso la trasformazione dei nostri sistemi energetici, di riscaldamento e di trasporto. Sarà difficile sbarazzarsi del resto (per esempio le emissioni dell’agricoltura, dei processi industriali e dei voli a lungo raggio), ma dovremo farlo per stabilizzare il clima globale.

Il riscaldamento globale rischia di provocare perdite massicce di foreste (in rosso) soprattutto nei Tropici. Fig. 3 di Bastin et al., Science 2019

 

I media quasi non hanno parlato di un altro risultato importante dei ricercatori dell’ETH. Senza una protezione efficace del clima, il riscaldamento globale porterà a una perdita massiccia delle foreste attuali, soprattutto nei Tropici. Al contempo, i modelli non sono in grado di simulare in modo affidabile come le foreste potranno resistere ai nuovi eventi estremi: incendi, fusione del permafrost, insetti, funghi e malattie in un clima che cambia.

Piantare enormi quantità di alberi in tutto il mondo è quindi un progetto da affrontare presto. Non con delle monocolture ma con cura, stando il più vicino possibile allo stato naturale e in modo sostenibile, così da raccogliere ulteriori benefici delle foreste per il clima locale, la biodiversità, il ciclo dell’acqua e persino come fonte di cibo. Senza farci illusioni sui miliardi di tonnellate di CO2 che verranno estratti dall’atmosfera, però. Men che meno l’illusione che così rimanderemo a più tardi il momento di abbandonare l’uso dei combustibili fossili. Al contrario, il loro uso deve finire presto proprio perché vogliamo salvaguardare le foreste esistenti nel mondo.

 

Link

Would a large-scale tree restoration effort stop climate change? L’esperto di foreste Marcus Lindner dell’EFI ricorda gli incendi in Russia e un successo in Cina

How to erase 100 years of carbon emissions? Piantare alberi e tanti. Il National Geographic mostra l’importanza delle popolazioni indigene come “guardian della foresta”.

Restoring forests as a means to many ends. Su Science il commento sullo studio di  Bastin et al. si concentra su come progettare una riafforestazione sostenibile dai benefici molteplici, oltre al sequestro del carbonio.

Tree planting ‘has mind-blowing potential’ to tackle climate crisisThe Guardian

Analysis: How ‘natural climate solutions’ can reduce the need for BECCS. In un’analisi dell’anno corso Carbon Brief ha stimato la potenziale mitigazione del carbonio che ci si può aspettare da soluzioni “verdi” come il biochar e piantare alberi..

 

Post originale su Realclimate qui

Traduzione di Sylvie Coyaud

59 responses so far

59 Responses to “Piantare alberi può salvare il clima?”

  1. alsarago58on Lug 22nd 2019 at 20:50

    Anch’io, leggendo di quella ricerca, avevo avuto dei grossi dubbi sull’effettiva efficacia di quel programma di rimboschimento globale: utile, certo, ma lontano dall’essere risolutivo, come certe volte è stato presentato sulla stampa.

    La soluzione al problema climatico, non può prescindere dall’abbandono accelerato dei combustibili fossili, la riforestazione, al massimo, ci può aiutare ad allungare un po’ i tempi, per rendere la transizione più accettabile.

    Inoltre, a mio parere, la sola riforestazione è un modo inefficiente di usare gli alberi per il sequestro della CO2: un albero in genere cresce rapidamente nei suoi primi decenni di vita, e poi rallenta, invecchiando.

    A mio avviso sarebbe quindi meglio usare queste nuove foreste come sorgente di legname da costruzione, usando gli alberi di 20-30 anni per sostituire, dove possibile, acciaio e cemento, con il loro immediato rimpiazzo nel terreno.

    Così facendo non solo si ottimizza il sequestro di CO2 nel legno, ma si sostituiscono anche materiali altamente energivori, prendendo due piccioni con una fava.

  2. Massimiliano Rupaltion Lug 23rd 2019 at 11:22

    Articolo importante per evitare (ma lo eviteremo?) che nascano nuovi miti in campo ecologico che, anziché aiutarci a risolvere i problemi, li aggraveranno, grazie a soluzioni che soluzioni non sono. Per carità, piantare alberi è sicuramente un’attività meritoria che contribuisce positivamente a combattere il riscaldamento globale. Ma questa cosa mi fa pensare ad un’altra “soluzione” improbabile che sposta l’attenzione dai veri obbiettivi della lotta al GW: il veganesimo. Liberi di mangiare quello che si vuole, ma proporlo come la soluzione a tutti i problemi del pianeta è delirante, come ha fatto notare lo stesso Michael Mann, che pure è lui stesso vegetariano (ma per scelta sua, non perché la cosa salvi il clima di per sè).

  3. Sylvie Coyaudon Lug 23rd 2019 at 16:07

    alsarago58 e Massimiliano Rupalti,

    Bastin et al. elencano condizioni che riducono parecchio l’efficacia della loro proposta, poi cambiano idea nell’ultima frase:

    This places ecosystem restoration as the most effective solution at our disposal to mitigate climate change.

    E’ un po’ urlata, ma Bastin, Crowther et al. sono giovani e cercano di farsi sentire – penso – perché nelle riviste da qualche anno c’è rissa su quale riforestazione. Si capisce dall’articolo di Simon Lewis et al., secondo me (Lewis è quello delle ricerche sull”Amazzonia, quindi pro-restauro delle foreste tropicali)

    http://www.nature.com/articles/d41586-019-01026-8

    E’ anche gratuito.

  4. alsarago58on Lug 23rd 2019 at 23:24

    Intanto, più che la riforestazione, con Bolsonaro è ripartita la deforestazione dell’Amazzonia…

    https://www.newscientist.com/article/2210621-deforestation-in-brazil-has-rocketed-since-bolsonaro-became-president/

  5. Mercurioon Lug 25th 2019 at 14:58

    Rupalti, quali sono i veri obiettivi della lotta al GW? Nell’articolo si fa riferimento ad un miracoloso calo delle emissioni ma poi si va a finire in uno studio che non è di pubblico dominio. Questo chiama in causa il fideismo. No, le sette esoteriche non fanno per me. Scusate l’intromissione. Aria!

  6. Mauon Lug 26th 2019 at 14:03

    Queste notizie andrebbero lette ed analizzate con un esperto in… PSICOLOGIA!!

    Purtroppo la mente umana spesso si rifiuta di accettare le tragedie e si inventa che ci deve essere una scappatoia.
    Così qualcuno si inventa che possiamo continuare ad usare il SUV basta che sia elettrico o che tutti i problemi si risolveranno cambiando dieta o piantando qualche albero.

  7. Sylvie Coyaudon Lug 26th 2019 at 14:06

    Mercurio,

    uno studio che non è di pubblico dominio

    Sarebbe bello se ci fossero soltanto riviste scientifiche di buona qualità, subito gratuite per i lettori (gold open access).
    Non è così, purtroppo.

    Questo chiama in causa il fideismo. No, le sette esoteriche non fanno per me. Scusate l’intromissione. Aria!

    Scusi “l’intromissione. Aria!”, M. Rupalti non fa parte dei collaboratori di Climalteranti, io sì.
    Non siamo “una setta esoterica” e non “facciamo per lei” lo stesso, temo. Diversamente da lei per esempio, dubito che gratuità sia sempre sinonimo di affidabilità perché le riviste truffaldine (predatory) sono tutte “di pubblico dominio”.

    Come le réclame réclame ingannevoli, d’altronde.

  8. Mercurioon Lug 26th 2019 at 15:29

    SCoyaud
    Forse si intuisce che scrivevo con tono scherzoso.
    Però se si dice no a questo e no a quello come ha fatto Rupalti bisogna motivare come si deve, per non sembrare dei presuntuosi.
    Stessa cosa se si cita un mirabolante studio che spiega come risolvere definitivamente il problema delle emissioni, come minimo servirebbe un piccolo accenno a cosa c’è scritto. Altrimenti sembra la Carboneria. (Ma non si era detto che la soluzione univoca non esiste?)
    Mau
    Io arruolerei un battaglione di psicologi per scoprire la ragione per cui si parla sempre e soltanto di ecologia senza far niente di concreto. Secondo il tuo criterio (che mi fa pensare all’avvoltoio appollaiato sul ramo secco) questo studioso svizzero che si dà tanto da fare per piantare “qualche albero” andrebbe rinchiuso al manicomio.

  9. Sylvie Coyaudon Lug 26th 2019 at 17:48

    Mercurio,

    se un giorno leggerà il post che commenta, vedrà che la prima parte si riferisce a un comunicato stampa “di pubblico dominio” che ha indotto un’ottimismo assurdo in parte della stampa. Riassumo il resto per sua comodità.

    Per 5 paragrafi Rhamstorf fa “piccoli accenni” agli assunti irrealistici dello scenario proposto dai ricercatori, apprezza alcuni risultati della loro analisi, conclude che non esiste un’unica soluzione, ma chePiantare enormi quantità di alberi in tutto il mondo è quindi un progetto da affrontare presto.

    Enormi nel senso di miliardi, non di milioni come avviene adesso.

    Altrimenti sembra la Carboneria.

    temo di causarle un grave trauma, ma il mondo è in mano alla Carboneria. A noi cronisti impedisce l’accesso anticipato a qualunque cosa: film, libri, cellulari, automobili, riviste scientifiche, cioccolatini, campagne di Salve the Children…

    Per la riforestazione, M. Rupalti si è fidato di Stefan Rahmstorf. Perché non doveva farlo?

    si parla sempre e soltanto di ecologia senza far niente di concreto .

    Parla per sé o scriveva “in tono scherzoso”?

  10. Mercurioon Lug 26th 2019 at 18:28

    Ma insomma, quali sono i veri obiettivi della lotta al GW? Mi si manda a leggere uno studio che non si può leggere! Rupalti dice che ci sono soluzioni che soluzioni non sono ma che ci sono i veri obiettivi della lotta al GW e non dice quali sono.
    Nell’articolo trovo scritto
    “Globalmente, le emissioni di CO2 attuali possono essere ridotte del 80-90 % attraverso la trasformazione dei nostri sistemi energetici, di riscaldamento e di trasporto. Sarà difficile sbarazzarsi del resto (per esempio le emissioni dell’agricoltura, dei processi industriali e dei voli a lungo raggio), ma dovremo farlo per stabilizzare il clima globale”.
    Cosa significa in pratica? Sono parole vaghe per essere considerate i veri obiettivi della lotta al GW. Pure un pò banali.

  11. Noahon Lug 26th 2019 at 18:41

    @Alsarago: l’accenno all’edilizia green in legno è ottimo. A suo modo è un argomento esemplare nella lotta al cambiamento climatico: è un settore con grandi potenzialità (anche come risparmio energia ed edilizia antisismica), in espansione mentre il resto del settore è in crisi, necessita di un cambio di mentalità e di nuove professionalità. Ma, appunto, ancora di nicchia. Qui in Italia nel 2015 eravamo ad un 14esimo della volumetria costruita (dati Federlegno). Come nota in un altro intervento, la sfida è altrove, dove i benefici non si valutano solo in termini di CO2 risparmiata o materiali da costruzione a nuovo impatto, ma anche in termini di difesa del suolo, delle comunità locali e dei diritti delle donne:
    https://oggiscienza.it/2017/06/01/wangari-maathai-green-belt-movement/
    E tutti sono esempi di interventi concreti.

  12. alsarago58on Lug 26th 2019 at 22:35

    Mercurio visto che bruci dalla voglia di leggere la ricerca completa, di cui non puoi fare a meno per capire quello che è scritto nel post, ecco qua

    https://eloraenvironmentcentre.ca/wp-content/blogs.dir/7/files/2019/07/Bastin-et-al.2019_The-global-tree-restoration-potential.pdf

    Bastavano 3 minuti di ricerca con Google per trovarla.

    Spero ora riuscirai a dormire.

  13. Sylvie Coyaudon Lug 26th 2019 at 23:25

    Mercurio,

    Cosa significa in pratica? Sono parole vaghe per essere considerate i veri obiettivi della lotta al GW. Pure un pò banali.

    Davvero non ha capito che l’articolo sopra riguarda un *unico* modello di riforestazione e non ha mai sentito parlare degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile e dell’Accordo di Parigi sul clima?

    Non ci credo, comunque li trova riassunti nelle sezioni C e D di questo Summary for policy-makers.

  14. Mercurioon Lug 27th 2019 at 05:43

    Alsarago e Coyaud
    Ho dormito. Adesso vado a far colazione, poi più tardi mi leggerò i malloppi, visto che ho tempo perché sono in ferie. Aloha.
    (Che noia questa isola tropicale).

  15. Mercurioon Lug 27th 2019 at 10:32

    Ecco, già letto il “pacco”

    Allora, il documento linkato dalla Coyaud mette molta carne al fuoco:

    C.2.3 Such reductions can be achieved through combinations of new and existing technologies and practices, including electrification, hydrogen, sustainable bio-based feedstocks, product substitution, and carbon capture, utilization and storage (CCUS)

    C.2.4 changes in land and urban planning practices, as well as deeper emissions reductions in transport and buildings

    the electricity share of energy demand in buildings would be about 55–75% in 2050

    In the transport sector, the share of low-emission final energy would rise from less than 5% in 2020 to about 35–65% in 2050

    C.2.5 Mitigation options limiting the demand for land include sustainable intensification of land-use practices, ecosystem restoration and changes towards less resource-intensive diets (high confidence

    D.2.1 development goals that include poverty eradication, reducing inequalities, and climate action

    D.2.3 Strengthened multilevel governance, institutional capacity, policy instruments, technological innovation and transfer and mobilization of finance, and changes in human behaviour and lifestyles are enabling conditions that enhance the feasibility of mitigation and adaptation options for 1.5°C-consistent systems transitions

    D.3.4 Adaptation options that also mitigate emissions can provide synergies and cost savings in most sectors and system transitions, such as when land management reduces emissions and disaster risk, or when low-carbon buildings are also designed for efficient cooling

    D.4.2 1.5°C pathways that include low energy demand (e.g., see P1 in Figure SPM.3a and SPM.3b), low material consumption, and low GHG-intensive food consumption have the most pronounced synergies and the lowest number of trade-offs with respect to sustainable development and the SDGs (high confidence). Such pathways would reduce dependence on CDR. In modelled pathways, sustainable development, eradicating poverty and reducing inequality can support limiting warming to 1.5°C

    SDG1 No Poverty SDG2 Zero Hunger SDG 3 Good Health and Well-being SDG 4 Quality Education SDG 5 Gender Equality SDG 6 Clean Water and Sanitation SDG 7 Affordable and Clean Energy SDG 8 Decent Work and Economic Growth SDG 9 Industry, Innovation and Infrastructure SDG 10 Reduced Inequalities SDG 11 Sustainable Cities and Communities SDG 12 Responsible Consumption and Production SDG 14 Life Below Water SDG 15 Life on Land SDG 16 Peace, Justice and Strong Institutions SDG 17 Partnerships for the Goals

    eccetera.

    Ma più che altro assomiglia a un libro dei sogni.

    Alsarago mi ha mandato questo

    https://eloraenvironmentcentre.ca/wp-content/blogs.dir/7/files/2019/07/Bastin-et-al.2019_The-global-tree-restoration-potential.pdf

    dopo che ho speso almeno 5 commenti per dire che mi interessava quest’altro

    https://science.sciencemag.org/content/355/6331/1269

    E’ un dialogo tra sordi.

    Io vengo dalla lettura degli articoli del “Semplicity institute” e del “Low tech magazine”. Semplicità, cose fattibili da subito. Se stiamo ad aspettare che si muovano la finanza e la politica allora siamo fritti.

  16. alsarago58on Lug 27th 2019 at 19:45

    https://www.rescuethatfrog.com/wp-content/uploads/2017/03/Rockstrom-et-al-2017.pdf

    30 secondi netti su Google…ma da solo non ce la fai?

  17. Mercurioon Lug 27th 2019 at 21:17

    @alsarago
    No, preferisco in compagnia.
    Ho letto.
    Mi sono fermato al 2050.
    Fantascienza.
    Comunque ti ringrazio per l’interessamento.
    @Coyaud
    Lei che credo sia francese forse avrà letto “L’age des low tech” di Philippe Bihouix.
    Un bel libro. Parla del mondo reale.
    (come sono presuntuoso. Mi faccio persino schifo)
    Cordiali saluti. Veramente.

  18. Sylvie Coyaudon Lug 27th 2019 at 21:24

    alsarago58,

    DFTT

  19. […] l’editoriale riassume il dibattito in corso sulla riforestazione (di cui abbiamo parlato nel post precedente) e presenta le ricerche – entrambe in “sola lettura” – di Rebecca Senior et al. […]

  20. Noahon Lug 30th 2019 at 23:27

    Visto che c’è bisogno di buone notizie (nonostante Bolsonaro): https://www.theguardian.com/world/2019/jul/29/ethiopia-plants-250m-trees-in-a-day-to-help-tackle-climate-crisis

  21. homoereticuson Set 30th 2019 at 09:39

    Non solo foreste, per abbattere le emissioni l’arma segreta è la balena.

    https://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2019/09/28/news/non_solo_foreste_per_abbattere_le_emissioni_l_arma_segreta_e_la_balena-237089944/?ref=RHPPBT-VE-I174319567-C6-P19-S3.2-T1

  22. Enrico Mariuttion Ott 9th 2019 at 17:52

    Un testo scientificamente fazioso che, grazie a una traduzione che falsa alcuni passaggi, è diventata un fake news.
    Complimenti.

    https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/10/09/alberi-ambientalismo-anticapitalismo/?uuid=96_ikbzpOz4

  23. Sylvie Coyaudon Ott 12th 2019 at 21:47

    E. Mariutti,

    grazie di aver preso il tempo di pubblicizzare qui la sua ultima opera di disinformazione.. Dall’oca sapiens ho quasi pronto il fact-checking.

  24. Enrico Mariuttion Ott 12th 2019 at 22:21

    Non ho tempo da perdere con gente come lei. Attendo una risposta dal prof. Caserini o dal prof. Bardi.
    Lei, per quel che mi riguarda, è la stessa cosa di Rita Pavone che parla di vaccini.

  25. Stefano Caserinion Ott 13th 2019 at 10:38

    @ Mariutti
    Le rispondo per cortesia, perché me l’ha chiesto, anche se avrei preferito farne a meno: Lei scrive sempre la stessa cosa, quindi non penso che questa mia risposta aggiungerà qualcosa a quanto le ho già scritto nel commento al suo precedente post.

    Se pensa di aver confutato qualcosa con il suo scritto si sbaglia parecchio. Dal punto di vista scientifico il suo post è inconsistente, chiacchere in libertà appese male ad articoli in larga parte travisati; se studia la materia in modo laico, senza partire dal dover dimostrare una tesi che le serve per la sua propaganda ideologica, sono sicuro che ci arriva da solo a trovare gli errori e i salti logici che la mandano fuori strada. Come inizio le suggerisco questo https://serca.org.au/research/2013/Mackey_etal.pdf.

    Non mi sembra quindi utile entrare nel merito del suo post, leggerò il debunking di Sylvie che è sempre molto ben argomentato (Sylvie, ricordati di mettere qui il link quando esce).

    Faccio notare solo un paio di cose, che mi sembrano davvero ridicole. La prima è che Lei, che si è letto giusto qualche articolo sul tema del clima, che è autore di scritti sul web di cui nessuno controlla la qualità, che di fatto fa un altro mestiere, si mette a dare lezione di climatologia e a trattare come scolaretto (vedi: “Rahmstorf sembra dimenticare che il cambiamento climatico è correlato solo indirettamente alle emissioni umane”… “E qui la questione diventa imbarazzante”..) di cui “è chiara la matrice ideologica”, uno dei più grandi e riconosciti climatologi, che dirige uno dei più grandi centri di ricerca sul clima, che ha un carnet di pubblicazioni da record con trent’anni di esperienza. Vabbè che sul web tutti diventano esperti di tutto, ma non le sembra di esagerare?
    Può prendersela con Rahmstorf, ma le assicuro che critiche ben fondate al lavoro di Basin et al sono arrivate da tanti altri esperti del ciclo del carbonio (es. Pep Canadell https://twitter.com/pepcanadell/status/1147066574299377664 si legga la serie di tweet). Inoltre, se il post di Rahmstorf è stato pubblicato su Realclimate ha l’avvallo degli autori del blog (altri climatologi di livello altissimo) e se anche noi l’abbiamo tradotto significa che i nostri esperti di foreste, ciclo del carbonio e clima l’hanno giudicato molto meritevole: tutti incapaci di capire i numeri? Suvvia…

    Per i post futuri le suggerisco di supportare a fatti, dati, statistiche alcune tesi chiaramente poco plausibili che avanza (ad esempio “la stragrande maggioranza degli esperti di un settore scientifico condividono la stessa visione politica”), altrimenti rimangono quello che sono, palesi stupidaggini, e fanno perdere la voglia di leggere il resto, e tantomeno di risponderle.

  26. Sylvie Coyaudon Ott 13th 2019 at 10:56

    E. Mariutti,

    non ho tempo da perdere con persone come lei

    grazie di confermare che non ha perso il tempo di confrontare la mia traduzione con il testo di Rahmstorf prima di accusarmi di falsarne alcuni passaggi.

  27. Enrico Mariuttion Ott 13th 2019 at 12:14

    @ prof. Caserini.
    Io capisco la stizza ma non è alzando i toni che cancellerà il punto più importante di questo testo: c’è scritta una bugia e la bugia è legata alla vostra traduzione, che trasforma “a considerable part” in “nella maggior parte”. In quale dizionario l’avete trovato, per curiosità?
    Ora, si figuri se mi addentro oltre quando non si parte da questa assunzione di responsabilità basilare.
    Pretendete di fare fact checking e diffondete bufale costruite ad arte (!!!).
    Beh qui per esempio siete tutti anticapitalisti e sinceramente non capisco come un comitato scientifico possa essere monocolore…

  28. homoereticuson Ott 13th 2019 at 13:32

    @mariuttu
    “Beh qui per esempio siete tutti anticapitalisti e sinceramente non capisco come un comitato scientifico possa essere monocolore…”

    ma si rende conto (parrebbe di no) che scrivendo in questo modo lei si copre di ridicolo e perde credibilità?
    Guardi, io sono solo un lettore qualsiasi di questo blog, ma basta aprire la finestra “chi siamo” per leggere i nomi ed il curriculum di chi vi contribuisce: ebbene dove ha letto che sono tutti anticapitalisti? si rende conto che la sua è un ossessione? (domanda retorica).

  29. Enrico Mariuttion Ott 13th 2019 at 15:17

    Beh, dato che ha aperto la finestra “chi siamo” faccia ancora uno step in più e veda quanti tra i nomi che scorre hanno pubblicato anche solo un commento su questo blog.
    Scoprirà che l’attività editoriale del sito è legata a un pugno di nomi.
    E’ esattamente quello che sto cercando di far capire al pubblico generalista: c’è gente che la pensa in maniera diversa su tanti aspetti, dalle strategie di contrasto al “modus comunicandi”, scienziati al pari degli altri, ma purtroppo in mezzo al frastuono fatto dagli esagitati non si riesce a far sentire.

  30. Stefano Caserinion Ott 13th 2019 at 16:05

    @ Mariutti
    Stizza? E perché mai? Più che altro è noia, magari il tono che ho cercato di mantenere cortese non lo è del tutto perché avrei di meglio da fare che stare a spiegarle di pensarci su prima di accusare uno dei principali climatologi del mondo di essere un pivello.
    La ringraizo per la segnalazione, abbiamo modificato il testo, in effetti “una parte considerevole” è più preciso di “nella maggior parte”. Se ha altri miglioramenti da proporre per la traduzione sono benvenuti.
    L’attività editoriale dei componenti del Comitato Scientifico è la scrittura e la revisione dei post, non scrivere commenti; non tutti amano questa forma di discussione, visti i tanti impegni.

  31. Sylvie Coyaudon Ott 13th 2019 at 17:02

    Fact-checking del post di E. Mariutti, prima parte – correzioni benvenute come sempre
    http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/?p=34975

    Lo ringrazio in nota della sua, avevo sbagliato io.

  32. Ugo Bardion Ott 13th 2019 at 18:32

    Gentile dr. Mariutti,

    vedrò di commentare il suo pezzo quando ho un attimo. Comunque, mi permetta di dirle che non mi aspettavo da parte sua una risposta così scortese nei riguardi di Sylvie Coyaud.

    La sig. ra Coyaud è una giornalista scientifica con molti anni di esperienza e normalmente quando parla di clima sa di cosa parla. Certo, il suo stile è aggressivo e diciamo pure non tanto diplomatico. Ma non mi pare il caso di rispondere paragonandola a Rita Pavone — persona sicuramente degnissima ma che non mi risulta esperta di clima.

    Insomma, suggerirei di abbassare i toni, e non solo nei riguardi della sig.ra Coyaud. Il suo testo apparso sul sole 24 ore contiene molti punti assai discutibili, ma anche spunti interessanti che spero si possano discutere seriamente e costruttivamente. Non è più il tempo di battibecchi da bar, dobbiamo metterci d’accordo per dare una risposta efficace al cambiamento climatico nei tempi ristretti che abbiamo di fronte.

  33. Enrico Mariuttion Ott 13th 2019 at 22:22

    Gentile prof. Bardi,
    la sua risposta è molto elegante e pacata.
    Una piccola parentesi: sono ospite da mesi della gogna mediatica che la dott.ssa Coyaud intrattiene sul D. Articoli infamanti e diffamatori in cui l’autrice dimostra una grande conoscenza nozionistica e un incredibile deficit di conoscenze di base, a partire dalla termodinamica. Da qui il parallelo.
    La invito a non valutare la mia reazione, stratificata nei mesi, alla luce di come la dott.ssa si comporta con lei ma di come si comporta con chi sceglie come bersaglio per i suoi violenti post.
    Per quel che mi riguarda non è una questione personale ma di corretta informazione: seppur non molto numeroso, il suo blog ha indubbiamente un seguito. E non posso permettere che quel pubblico si formi un’idea del tutto erronea sui problemi che sollevo, solo per cavalleria nei confronti della dott.ssa Coyaud.
    Quanto al resto, il punto è semplice. Io non ho mai messo in discussione la descrizione del fenomeno che fanno i climatologi. Accetto, umilmente, il consensus.
    Sarebbe il caso che quando si parla di sostenibilità economica, politica o di comunicazione i climatologi facessero lo stesso con quegli scienziati che sono competenti in quei settori.
    Non siete sacerdoti del clima e i testi che leggete voi, seppur con più difficoltà, li possono leggere anche esperti di altri settori.
    Fatevi aiutare.
    Altrimenti, lo scenario, almeno per me, è chiaro.
    Se continua così, tra qualche anno l’IPCC non avrà più alcuna autorità, verrà svuotato dagli Stati che inizieranno a procedere in ordine sparso. Il focus diventerà rapidamente “contenere i danni a casa propria” piuttosto che “risolvere il problema”. Dove gli Stati non avranno mezzi a sufficienza moriranno tante persone. Ci saranno sconquassi geopolitici devastanti: non solo i migranti, guerre, derive autoritarie. Nel frattempo negli USA si svilupperanno le emissioni negative (nessuno sta seguendo le modifiche di Trump agli incentivi per la cattura diretta? Ricordano da vicino l’incipit della Shale Revolution…), che troveranno un perfetto controaltare nella carbon tax europea: gli americani ci inizieranno a vendere emissioni negative. Chi uscirà con le ossa rotte dalla “transizione climatica” saranno i più poveri, l’Europa e, paradossalmente, gli ambientalisti. Che avranno perso la loro occasione, lasciando campo libero, per una curiosa eterogenesi dei fini, alla grande industria. Con cui oggi vi dovreste alleare, perché l’obiettivo non è punire qualcuno ma salvare quanti più possibile.
    Se, invece, l’ambientalismo riesce a giocare una partita più pragmatica, tanti morti si possono evitare. E, dopo, il movimento ambientalista potrà riscuotere quel credito morale (e politico) di cui siamo in debito, iniziando a costruire quella “cultura della sostenibilità” che oggi potrebbe solo imporre, per di più con la paura.
    Ma dovete ascoltare chi non la pensa come voi, altrimenti rimanete imprigionati in un’echo chamber molto pericolosa. Pericolosa per voi e per gli altri.

  34. Noahon Ott 16th 2019 at 23:14

    <> Va bene, proviamo. Michael E. Mann, andrà bene come esempio di scienziato “ambientalista”? diciamo di sì. Poi digito “capitalism” e trovo: https://mothernature.com/2018/08/michael-mann-wants-to-give-capitalism-a-chance-to-solve-climate-change/. Non ha funzionato. Riprovo, con Katherine Hayhoe, e trovo in questa intervista https://thetab.com/uk/cambridge/2019/05/09/the-tab-talks-to-dr-katherine-hayhoe-124391: “We have to fix climate change with the broken, flawed, profoundly unjust system that we have”. Serata sfortunata.

  35. Sylvie Coyaudon Ott 17th 2019 at 16:40

    Noah,

    Tenga conto che “anti-capitalista” è il termine usato dai Repubblicani oggi al governo in USA per connotare chi auspica una democrazia meno iniqua. Nella loro neo-lingua, il welfare europeo è una forma di comunismo.

  36. Noahon Ott 18th 2019 at 12:32

    Questo forse valeva anche per molti di quelli di ieri. Il problema è che molti di quelli di oggi, forse esclusi quelli che non vogliono esporsi, hanno seguito il Potus nell’abbandono del buon senso. Cito di seguito un discorso del sen. Mc Cain, a titolo d’esempio. Spero che anche gli anticapitalisti nemici degli alberi apprezzeranno ☺️https://youtu.be/JZsmQzOT1oo

  37. Paolo C.on Ott 17th 2019 at 16:43

    Toh, io ero rimasto ad “anti-americano”.

    La cosa paradossale è che una certa politica proprio cercando di perpetuare lo status quo ne accelera il collasso.

  38. Sylvie Coyaudon Ott 17th 2019 at 20:49

    Paolo C.,

    quelli sono americani che tradiscono la patria, i peggiori.

  39. Stefano Caserinion Ott 20th 2019 at 08:20

    Segnalo che sono appena usciti una serie di commenti al paper originario di Bastin et al. (quasi tutti autorevoli, e critici), oggetto di questo post di Rahmstorf, e la risposta degli autori
    https://science.sciencemag.org/content/366/6463/eaay8108?intcmp=trendmd-sci
    (in fondo a questo link ci sono i link ai commenti)

    Da notare che la frase piu’ controversa nell’abstract originale e’ stata cambiata da
    “This highlights global tree restoration as our most effective climate change solution to date.”
    a
    “This highlights global tree restoration as one of the most effective carbon drawdown solutions to date”
    E’ già questo non e’ poco.

    Altre informazioni sul post di Oca Sapiens http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/?p=35002ù

  40. Enrico Mariuttion Ott 20th 2019 at 12:11

    @Stefano Caserini
    Da notare che in una delle risposte citano esattamente il dato che ho estrapolato io: 25% delle superfici tundra + boreale. Non scompongono oltre, probabilmente per non sbufalare Rahmstorf, ma il 25% si divide in: 5% tundra e 20% taiga/foresta boreale.
    Rahmstorf, al contrario, dice che “una parte considerevole” dei terreni da afforestare sono “distese innevate”. Falso, solo il 5%.
    Quindi: lei, che mi ha scritto testualmente “tutti incapaci di capire i numeri?”, o è incapace di fare addizioni e sottrazioni, oppure è una persona disonesta: ha controllato la tabella, ha verificato i dati e ha preferito buttarla sui titoli piuttosto che ammettere l’errore. Tertium non datur.
    @Noah
    A quanto pare i problemi di comprensione vanno oltre le tabelle e coinvolgono l’italiano: “la stragrande maggioranza” che vuol dire? Mi illumini.. E secondo lei Michael E. Mann è “un volto noto dell’ambientalismo”.
    …quanta disonestà!

  41. stephon Ott 20th 2019 at 14:30

    Sì, ma è un dettaglio. Uno dei punti essenziali è questo (e emerge sia dalla critica di Lewis et al. che da quella di Friedlingstein et al.):
    The authors then compound their overestimate of the importance of forest restoration by asserting that “reaching this maximum restoration potential [205 GtC] would reduce a considerable proportion of the global anthropogenic carbon burden (~300 GtC) to date.” This 67% reduction is not correct. Human actions have added 640 GtC since 1750; thus, 205/640 is 32%. The authors appear to have confused the increase in atmospheric carbon dioxide concentration since 1750 with total anthropogenic emissions. The difference is because ~55% of anthropogenic CO2 emissions were removed from the atmosphere into land and ocean sinks. Reversing the atmospheric increase via restoration concomitantly weakens the sink strength (2, 5, 12). Thus, overall, restoration over 900 Mha is ~100 GtC, which would reduce the anthropogenic burden by ~15% [i.e., (100 × 0.45)/300 from an atmospheric perspective, or 100/640 from an emissions perspective), not ~67% as Bastin et al. claim. Furthermore, 15% overestimates the climate impact of Bastin et al.’s restoration potential, because 25% of the new tree cover is in tundra and boreal regions, where warming from forests’ lower surface albedo can offset the cooling from new carbon uptake (13).
    Bastin et al. state in their abstract that “[our study] highlights global tree restoration as our most effective climate change solution to date.” This statement is not supported by the evidence provided.

    Forse è il caso che lei ritratti il suo articolo, lo emendi e lo corregga alla luce delle forti critiche emerse e anche della presa d’atto dello stesso team facente capo a Jean-François Bastin.

  42. Noahon Ott 20th 2019 at 14:58

    ” E secondo lei Michael E. Mann è “un volto noto dell’ambientalismo”.” Anche sì, come poteva rendersi conto chiunque abbia assistito l’anno scorso agli eventi cui ha partecipato, qui in Italia (e per fortuna che ci sono le foto, tanto per escludere ogni mia disonesta affermazione sul tema). Ho scelto appositamente due scienziati impegnati anche nella divulgazione e presenti sulla scena pubblica.
    Comunque, vista l’attenzione che mi ha così cortesemente dedicato, mi permetto una domanda. Quando nell’articolo del 15 settembre scorso, scriveva di “una petizione firmata da un gruppo di autorevoli scienziati indirizzata alle massime cariche dello Stato”, era consapevole di aver omesso di spiegare ai suoi lettori che la “stragrande maggioranza” dei firmatari della lista non era affatto autorevole in tema di climatologia, e che buona parte non era nemmeno composta da scienziati? Mi incuriosisce, anche perché tendo a partire dal presupposto della buona fede del mio interlocutore. Dare patenti di disonestà è alquanto sgradevole, ma non sorprendente, in chi conosce la ricetta per salvare o perdere il mondo, ma più banalmente non quella dell’autoironia.

  43. Enrico Mariuttion Ott 20th 2019 at 15:09

    Una menzogna non è mai un dettaglio.
    Gli autori hanno risposto anche a questo. Forse è il caso che si legga la risposta, prima di consigliare a me di ritrattare l’articolo.
    PS anche Rahmstorf, come me, non pubblica su rivista con revisione pariraria. Loro sì.

  44. stephon Ott 20th 2019 at 17:57

    Mariutti
    forse è il caso che si guardi l’insieme della foresta, invece che il singolo albero. Rischia di andare a sbatterci contro. E fa male.

  45. Stefano Caserinion Ott 20th 2019 at 18:12

    @ Enrico Mariutti

    su dai, non si arrabbi così, capisco che il suo post ne esce distrutto; non è questione di disonestà non voler concordare con i suoi numeri, ma nel fare conti diversi, un po’ più complessi, il ruolo di quel 20% di taiga e tundra è rilevante.
    La cosa importante è un’altra, ossia se Lei ora ritiene che sia ancora valida la conclusione del suo post, ossia che “possiamo risolvere il problema con misure molto più semplici e popolari di quelle in discussione”; visto che questa misura non è certo la riforestazione, ce ne sono altre, o sarebbe meglio che correggesse il post ammettendo l’errore?

  46. Enrico Mariuttion Ott 20th 2019 at 20:39

    L’abstract della riposta degli autori si conclude con queste due righe:
    “Riconosciamo che alcuni argomenti sollevati in queste discussioni siano meritevoli di approfondimento. Di conseguenza, abbiamo elaborato una risposta comune dove dimostriamo che le nostre stime originarie erano accurate”.

    Visti i problemi con l’italiano lo riscrivo: “dove dimostriamo che le nostre stime originarie erano accurate”.
    Avete oltrepassato il muro del ridicolo.

  47. Sylvie Coyaudon Ott 20th 2019 at 20:49

    Lewis et al. “non scompongono”, ma come Stefan Rahmstorf sembrano sapere che tundra, taiga e foresta boreale sono “distese innevate” per buona parte dell’anno perché aggiungono che

    il riscaldamento causato da un’albedo minore può compensare il raffreddamento derivato dalla nuova cattura del carbonio

    Su questo punto, Bastin et al. non rispondono.

    Steph,

    non ho capito perché il 5% sarebbe un dettaglio. Pensando ai diritti umani, mi sembra la cosa più importante.
    La taiga e la foresta boreale coprono più dei 900 milioni di ettari stimati e sono al contempo disabitate e ricche d’acqua. In Siberia per dire, si può piantare foresta continua senza sottrarre risorse alimentari ed economiche a nessuno né distruggere biodiversità, I finlandesi lo fanno già e ci guadagnano pure.
    Nel resto del mondo non è così. Perfino ripristinare mangrovie toglie mezzi di sopravvivenza alla popolazione locale e suscita conflitti.

    Poi l’albedo diminuisce, il permafrost si spappola, il rischio di incendi aumenta… No free lunch.

  48. stephon Ott 21st 2019 at 11:28

    @oca
    Dettaglio: alludevo alle considerazioni di Mariutti, ben evidenziate e commentate qui sopra da Caserini. Ovvio che quel che dici tu in relazione a quel 5% sia tutt’altro che un dettaglio.

    @Mariutti
    Ribadisco: lei va a sbattere contro il singolo albero, invece che guardare (e considerare) l’insieme della foresta.
    Riporto l’essenziale della critica di di Lewis et al., condivisda anche da Friedlingstein et al.:
    Bastin et al. state in their abstract that “[our study] highlights global tree restoration as our most effective climate change solution to date.” This statement is not supported by the evidence provided.

  49. Giacomo Grassion Ott 22nd 2019 at 13:33

    Intervengo in ritardo sul paper di Bastin et al., inclusi i commenti apparsi su Science e le risposte degli autori. Dalle risposte di Bastin et al. si chiarisce che le stime di carbon stock addizionale dovuto a forest restoration (205 GtC), da tutti giudicate troppo alte, in realtà corrispondono ad un’area 1600 Mha. E’ un’area davvero enorme. Più di 50 volte l’Italia.

    Al di la’ del valore scientifico del paper di Bastin (sicuramente valido nella parte di analisi, discutibile in alcune conclusioni troppo strillate), la domanda per me non è tanto “è possibile?” Ma piuttosto “È utile dare questi numeri?”.

    Credo sia una spada a doppio taglio.

    Da un lato aiuta a sollevare l’attenzione su un potenziale ancora ampiamente ignorato dalla finanza climatica: Bastin et al. hanno innescano un dibattito su foreste e clima – anche al di là della comunità scientifica – che ha pochi precedenti.
    E’ questo e’ un bene. Può aiutare a trovare nuovi fondi per un settore che, pur non essendo “la migliore soluzione per combattere i cambiamenti climatici” e’ pur sempre la migliore soluzione attualmente disponibile per rimuovere CO2 dall’atmosfera. E’ non e’ poco! Eppure, riceve pochissimi fondi.

    Dall’altro, rischia di far intendere che “le foreste ci salveranno, non date retta agli ambientalisti ideologizzati che se la prendono solo con i fossil fuels” (no so se era questa l’intenzione di Mariutti, ma mi sembra sia stato interpretato cosi ..)

    Stando vicino ai policy makers, sto diventando un po’ allergico a paper che fanno a gara a chi dà il numero più alto. Magari il numero è difendibile in via teorica, ma a chi serve in pratica, se non agli autori stessi per pubblicare su Science?
    C’e’ anche (o soprattutto) bisogno di paper che offrano soluzioni concrete ai policy makers, a scala locale. Ma con questi non si va su Science…

  50. Noahon Ott 22nd 2019 at 18:17

    Giacomo Grassi
    Grazie per il post, che dopo il debunking ci richiama alla fase 2: discutere sulle soluzioni. Curiosamente, era anche un invito di un articolo odierno di Gramellini.
    Non concordo sul fatto che la riforestazione sia la migliore soluzione. Ne esiste una impegnativa ma potenzialmente allettante che si chiama risparmio energetico. Gli obiettivi collaterali sono diversi, come dimostra il caso Cina, in cui la mobilità su 2 ruote è quasi tutta elettrica per ridurre l’inquinamento cittadino, e si fa riforestazione per difendere il territorio, o per l’industria del legname (soluzione a doppio taglio). Il rischio che ha citato credo suonerebbe come “non date retta agli ambientalisti che vogliono cambiare il sistema produttivo ed il vostro stile di vita”, ma i processi alle intenzioni non mi piacciono. Preferisco partire dal presupposto della buona fede reciproca. Interessante il riferimento ai policy makers. Citerei anche il caso delle Imprese, per cui la riforestazione può essere una chance di carbon offset, quando non puoi abbattere altrimenti le tue emissioni. Tra Politica e mondo dell’economia, scommetterei su quest’ultimo come capacità di adattarsi al cambiamento. Sono un pervicace capitalista :-).

  51. Sylvie Coyaudon Ott 22nd 2019 at 19:51

    Giacomo,

    e’ pur sempre la migliore soluzione attualmente disponibile per rimuovere CO2 dall’atmosfera. E non e’ poco! Eppure, riceve pochissimi fondi.

    Sì, ma forse non è solo una questione di fondi.
    Bastin et al. citano il Bonn Challenge che dal 2011 offre soldi ai paesi poveri per piantare 150 milioni di ettari entro l’anno prossimo. Non riesce a spenderli: l’anno scorso i 50 paesi che si erano candidati avevano trovato in tutto 18 milioni di ettari.

    Magari il numero è difendibile in via teorica, ma a chi serve in pratica, se non agli autori stessi per pubblicare su Science?

    But it backfired e le critiche sono diventate uno “special”. Leggo Science da una vita e non ricordo che sia successo prima.

  52. Giacomo Grassion Ott 24th 2019 at 14:45

    @Noah
    io ho scritto che la forest restoration NON è “la migliore soluzione per combattere i cambiamenti climatici” (come originariamente suggerito da Bastin, sbagliando) ma e’ pur sempre la “migliore soluzione attualmente disponibile per RIMUOVERE CO2 dall’atmosfera”. Mi sembra siamo d’accordo.

    Segnalo oggi su LE SCIENZE: Giorgio Vacchiano ed io discutiamo di temi analoghi https://www.lescienze.it/news/2019/10/23/news/riforestazione_mitigazione_clima_italia_europa-4591761/

    “Le foreste infatti contribuiscono a ridurre il cambiamento climatico non solo sequestrando CO2 durante la fase di crescita, ma anche stoccandola nei prodotti legnosi che possono durare decine se non centinaia di anni, andando a sostituire altri materiali molto energivori e ad alte emissioni”. In questo modo il contributo potenziale che una foresta può dare alla mitigazione dei cambiamenti climatici risulta essere ancora più elevato.
    Dunque l’idea di piantare nuovi alberi può funzionare, purché questi vengano gestiti in
    maniera corretta. Infatti i benefici climatici forniti dagli alberi non si limitano all’assorbimento della CO2. “Se pensiamo agli effetti che possono avere le foreste nella mitigazione e nell’adattamento ai cambiamenti climatici il discorso cambia in modo radicale”, continua Vacchiano.
    “Si tratta dunque di creare vere reti ecologiche urbane e periurbane che, oltre
    ad assorbire anidride carbonica durante la fase di accrescimento, siano in grado di apportare tutta una serie di benefici in aree sempre più densamente popolate e dove i livelli di inquinanti che si registrano, soprattutto nel caso delle città italiane, sono elevatissimi.”

    Ma non sono solo le foreste italiane a essere in espansione, con 50.000 ettari l’anno, circa 16 metri quadri al secondo. Anche quelle europee stanno crescendo, con un aumento di circa otto milioni di ettari in negli ultimi 25 anni, raggiungendo quota 166 milioni di ettari. “L’assorbimento attuale dovrà essere mantenuto, se vogliamo raggiungere la ‘neutralità climatica’ entro il 2050”, continua Grassi. Non sarà infatti possibile azzerare del tutto le emissioni degli altri settori, di conseguenza il contributo delle foreste europee sarà essenziale. Ciò significa foreste gestite in modo attivo e sostenibile. “Le foreste non risolvono il problema da sole, ma sono parte della soluzione, specie se si usa il legno in maniera ottimale nell’edilizia, in altri prodotti legnosi e per produrre energia con l’uso dei residui forestali”.

  53. Noahon Ott 25th 2019 at 00:37

    Giacomo Grassi, mi scuso. Errore mio. Ho riletto la sua affermazione. Anche alla luce di quello che ha scritto Caserini, le confermo che siamo d’accordo, tra le tecnologie per la rimozione di CO2, considero anch’io la riforestazione / afforestazione la migliore. Non perché sia la più efficace o economica. Semplicemente, perché è immediatamente fruibile su larga scala. Più gli altri benefici indiretti se praticata come forma di sviluppo delle comunità locali.

  54. Giacomo Grassion Ott 24th 2019 at 14:54

    @Sylvie
    sicuramente non è solo una questione di fondi. Ma certo questi aiutano.

    Concordo con le critiche a Bastin dal punto di vista scientifico, ma al tempo stesso prendo atto dell’impatto che sta avendo. Ad es. il riferimento to “forest restoration” nella recente Comunicazione UE (https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:a1d5a7da-ad30-11e9-9d01-01aa75ed71a1.0001.02/DOC_1&format=PDF), ripreso da Timmermans (he “called for a large reforestation project across Europe” https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20190926IPR62264/hearing-of-executive-vice-president-designate-frans-timmermans)

    E’ positivo? E’ negativo? Credo dipenda come questa nuova attenzione verra’ gestita. Certo e’ che dovremmo spiegare che ci sono una serie di ostacoli pratici totalmente ignorati da Bastin et al. – e che il potenziale realistico e’ enormemente inferiore – ma comunque importante!

  55. Stefano Caserinion Ott 24th 2019 at 17:30

    @ Giacomo Grassi

    Grazie Giacomo. Io comunque non sarei così sicuro che forest restoration sia la “migliore soluzione attualmente disponibile per rimuovere CO2 dall’atmosfera”.
    In alcuni contesti lo sarà di sicuro; in altri no, e a livello globale non è detto che lo sia.
    I confronti fra i diversi tipi di CDR sono certo difficili; dall’analisi fatti da Fuss, S. et al., 2018: Negative emissions – Part 2: Costs, potentials and side effects. https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/aabf9f/meta o quella del cap 4 del IPCC SR1.5°C (vedi fig. 4.2) emerge che sia Soil carbon sequestration che anche Biochar hanno potenziali maggiori e costi minori dell’afforestation e reforestation (e io non trascurerei neppure Enhanced weathering, in particolare ocean alkalinization…).

    Certo, sappiamo troppo poco ancora per fare veri confronti. Fra qualche anno forse potremo dire qualcosa di più.

  56. Noahon Ott 25th 2019 at 00:46

    Interessante l’accenno al Biochar. L’ocean alkalinization purtroppo sa di geoingegneria e mi lascia perplesso. Come accennato nella risposta a Grassi, va chiarito cosa si intende per migliore. Una tecnica promettente per resa ed economicità, ma fruibile tra anni, può risultare meno interessante di una su cui investire subito. Nessuna è una silver bullet. https://www.google.com/amp/s/theconversation.com/amp/why-we-cant-reverse-climate-change-with-negative-emissions-technologies-103504

  57. Giacomo Grassion Ott 25th 2019 at 17:48

    @ Stefano

    neanche io ne sono cosi sicuro, ci sono tanti “se”, ma credo che dire che “forest expansion (Afforestation/Reforestation) + forest restoration” (a volte non cosi’ facile distinguere le due…) siano “la migliore soluzione attualmente disponibile per rimuovere CO2 dall’atmosfera” sia un’affermazione scientificamente difendibile, ed in linea con le pubblicazioni piu’ recenti
    Come abbiamo sintetizzato nell’ IPCC Special Report CC and land (https://www.ipcc.ch/srccl-report-download-page/), nel cap 2 (es fig 2.24) e cap 6 (tab. 6.14), Afforestation/Reforestation/Forest restoration e’ l’opzione di CO2 removals con il potenziale maggiore (insieme a BECCS, che comunque richiedono massicce A/R, anche se non “restoration”), fino a 10 GtCo2/y al 2050. Le stime originarie derivano soprattutto da Griscom et al. 2017 (https://www.pnas.org/content/114/44/11645) e Roe et al 2019 appena uscito (https://www.ipcc.ch/srccl-report-download-page/).

    Sono d’accordo che spesso e’ difficile fare confronti….

  58. Renato Bollion Nov 26th 2019 at 15:23

    Non ha menzionato 1 sola volta il sole e attività solare…come mai ??

  59. Stefano Caserinion Nov 26th 2019 at 15:35

    @ Renato Bolli

    se interessa, qui https://www.climalteranti.it/category/sole/ trova un po’ di post in cui ne abbiamo parlato, e che spiegano perchè se si parla dei cambiamenti cliamtici attuali e futuri è poco importante il ruolo dell’attività solare.

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