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L’ambiguo insuccesso della COP25

La COP25 di Madrid è stata una delle Conferenze della Parti della Convenzione sul clima più tese e concitate degli ultimi anni, finita in grande ritardo e con l’adozione di numerosi documenti che, ancora una volta, hanno scontentato molti.

Alle ore 13.55 di domenica 15 dicembre 2019 si è chiusa a Madrid la COP25, con l’adozione di numerose decisioni, disponibili sul sito UNFCCC, fra cui quelle sui punti più controversi, che qui commentiamo. I tre tavoli negoziali (la conferenza della parte dell’UNFCCC – COP, del Protocollo di Kyoto CMP e dell’Accordo di Parigi – CMA) hanno approvato 37 documenti, ma il risultato è stato unanimemente definito insufficiente, inferiore a quanto poteva essere prodotto dalla COP. Delusione è stata espressa sia dal Segretario Generale dell’ONU António Guterres che dalla Segretaria UNFCCC Patricia Espinosa.

Va detto però che alcune delle attese e delle richieste molto difficilmente avrebbero potuto essere soddisfatte dalla COP25, vista la sua agenda e la struttura e i tempi del negoziato multilaterale sul clima. Ad esempio, non era compito di questa COP aumentare il livello di impegno di riduzione delle emissioni per rispondere alle grandi mobilitazioni che si sono viste nel 2019. Chi misura in base a questo il fallimento della COP25 è destinato a rimanere deluso in tante altre COP future.

È stata una COP strana, la cui valutazione richiede tempo e la lettura dei documenti approvato o almeno i resoconti degli osservatori più attenti; fra questi sicuramente è da consigliare l’approfondita e al solito ottima analisi dettagliata dell’IISD – Earth Negotiations Bulletin (ENB) (28 pagine, ma la sostanza è in particolare nelle due pagine delle conclusioni, da 25 a 27), nonché la sintesi dei risultati fatta da Carbon Brief.

 

Ad un passo dall’Accordo sull’art. 6

Nel precedente post avevamo descritto la COP25 come una COP tecnica, che aveva come compito definire i punti finali del “Paris Rulebook”, il cui principale era la definizione delle regole relative ai meccanismi di mercato previsti dall’art. 6. Questo obiettivo non è stato raggiunto, per cui sono più che fondate l’insoddisfazione, la delusione, e la descrizione dell’esito come di un fallimento. La decisione del CMA della COP25 ha quindi preso atto del mancato accordo su un testo finale e ha rinviato alla prossima sessione del SBSTA (Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice – l’organo negoziale tecnico in cui il testo viene discusso) di Bonn a giugno 2020 l’esame del testo fino a qui raggiunto, che dovrà poi essere approvato alla COP26 di Glasgow.

Un fallimento ben maggiore sarebbe stato l’approvazione di un documento sull’art. 6 dannoso per l’accordo, che avrebbe permesso doppi conteggi e scappatoie metodologiche grazie a cui ridurre le emissioni solo dal punto di vista teorico-contabile, e non effettivo. Questa paura aleggiava fin dai primi giorni della COP, e davanti alla difficoltà di giungere ad un accordo sui punti più controversi, già il notiziario dell’IISD di giovedì 12 dicembre aveva riportato il commento di un delegato secondo cui “se la scelta è fra una torta bruciata e nessun dessert”, meglio non avere alcun accordo sull’art. 6.

Non è un mistero che una parte del mondo ambientalista veda con molto sospetto l’utilizzo di meccanismi di flessibilità nella riduzione delle emissioni. Questo sia per motivi di principio (“si compra il diritto di inquinare…”) che metodologici (la difficoltà di definire l’esatta entità delle riduzioni aggiuntive che i crediti effettivamente generano), che basati sulle criticità nei meccanismi flessibili del protocollo di Kyoto (ossia problemi rilevati in alcuni progetti del Clean Development Mechanism – CDM e in molti del Joint Implementation – JI). D’altra parte, è indubbio che molti progetti CDM hanno portato riduzioni delle emissioni aggiuntive, hanno avuto tanti co-benefici locali e hanno permesso di iniziare quel trasferimento tecnologico che è essenziale per una rapida decarbonizzazione del sistema energetico mondiale. Per questo oggi il mondo ambientalista ha di fatto accettato l’art. 6 e la possibilità della flessibilità: si tratta – appunto – di definire regole chiare, precise, efficaci. Cosa non certo semplice, vista la complessità dei tre diversi meccanismi previsti dall’art. 6 e l’esistenza di molti possibili varianti, anche metodologiche.

Come mostra l’analisi di Carbon Brief, il testo uscito dalla COP24 aveva ancora 672 frasi fra parentesi quadre (indicano punti in cui ci sono testi alternativi che devono essere risolti) che sono scesi a 247 dopo la prima settimana del negoziato. L’analisi di Axel Michaelowa (qui le slide) presentata nel meeting dei RINGOs (Research and Independent Non-Governmental Organizations) di martedì 9 dicembre mostrava ancora l’esistenza di diversi “crounch issues”; pur se l’esperto parlava di un ottimismo fra gli addetti superiore a quello esistente nel primo giorno della COP, non nascondeva la difficoltà di risolvere in pochi giorni tutti i punti critici esistenti. L’ultimo giorno teorico del negoziato, venerdì 13 dicembre, il testo sull’art. 6 conteneva ancora 170 parentesi, diventate 31 sabato 14 dicembre, con molti dei punti critici “risolti”. L’ultima versione del testo conteneva solo poche parentesi, ma su queste il negoziato si è arenato, e non si è giunti ad un testo condiviso da approvare. Insomma, si è andati molto vicini a raggiungere un accordo; uno o due giorni in più avrebbero forse permesso di chiudere.

Secondo molti osservatori il Brasile è il maggior responsabile del fallimento, con richieste poco fondate anche dal punto di vista metodologico sulle modalità degli “aggiustamenti” (il conteggio dei crediti di riduzione da parte di più paesi).  Ma anche gli Stati Uniti – che hanno partecipato al negoziato dell’Accordo di Parigi – sono stati visti come un elemento di freno, fra l’altro per l’approvazione di regole di un Accordo da cui vorrebbero uscire. E molte critiche ci sono state sul comportamento dell’Arabia Saudita e dell’Australia, che ironia della sorte è da mesi alle prese con incendi e temperature senza precedenti.

Infine, non va dimenticato che se non ci sarà un accordo sull’art. 6, non ci saranno i mercati internazionali del carbonio per decarbonizzare il sistema energetico. In linea di principio, secondo diversi studi economici, permetterebbero di ridurre i costi globali, ma non sono strettamente necessari.

 

Alcuni risultati

Lasciando ad un post successivo l’esito del negoziato sul tema del loss and damage e adattamento, va registrato il mancato accordo sul tema della “Trasparenza” (le procedure per la rendicontazione delle emissioni, delle azioni e dei finanziamenti), che è stato pure rinviato alla prossima COP.

Un successo di questa COP c’è stato, ed è l’approvazione di un piano quinquennale sull’azione di genere, che mira a promuovere una reale partecipazione delle donne nelle politiche sul clima e di promuovere interventi che tengano conto dell’uguaglianza di genere, ma che più in generale chiede “che le azioni delle Parti sul cambiamento climatico promuovano e considerano i loro obblighi in materia di diritti umani, diritto alla salute, diritti delle popolazioni indigene, comunità locali, migranti, i bambini, le persone con disabilità, le persone vulnerabili e il diritto allo sviluppo, nonché l’uguaglianza di genere, l’empowerment delle donne e l’equità intergenerazionale”.

Questo documento è stato salutato come positivo dagli addetti, e soprattutto dalle addette ai lavori.

Il testo finale della COP, chiamato “Chile Madrid Time for Action” contiene alcuni aspetti interessanti. Ad esempio, dopo lo scontro alla COP24 su come recepire i lavori dello Rapporto speciale IPCC su 1,5°C di riscaldamento globale, continuato nei tavoli della COP25, il testo finale “esprime apprezzamento e gratitudine al gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici e alla comunità scientifica per aver fornito i Rapporti speciali del 2019, che riflettono la migliore scienza disponibile, e incoraggia le parti a continuare a sostenere il lavoro del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici”.

 

Comode semplificazioni

Senza approfondire, molti commentatori hanno optato per sentenze semplicistiche sul negoziato sul clima, e partendo dal risultato indubbiamente insoddisfacente della COP25 hanno messo sotto accusa l’intero processo dell’UNFCCC, l’utilità in generale delle Conferenze delle Parti della Convenzione sul clima, scrivendo in diversi casi di “inevitabile fallimento”, come se fosse intrinseco nella natura del negoziato stesso.

A parte che è troppo facile scriverlo con il senno di poi, queste analisi ancora una volta non considerano il carattere complesso e incrementale del processo UNFCCC, per cui è sbagliato ritenere che tutte le precedenti COP siano fallite, quanto parlare di “miracoli” quando ci sono dei risultati sostanziosi, come a Parigi. E non andrebbe dimenticato che il processo UNFCCC è in mano ai governi: se non si raggiungono i risultati voluti sarebbe più corretto e utile per il pubblico non sparare nel mucchio, ma fare i nomi dei governi che non hanno voluto (o hanno osteggiato) un accordo più ambizioso.

In passato, fu l’amministrazione statunitense di George W. Bush e Dick Cheney a sostenere la scarsa efficacia dell’intero processo UNFCCC, con l’obiettivo di sostituirlo con accordi bilaterali della cui efficacia era più che legittimo dubitare.

Il processo multilaterale dell’UNFCCC, e di altre convenzioni delle Nazioni Unite, ha tanti limiti, ma se si guardano le alternative concrete proposte, sono davvero molto, troppo vaghe: un generico impegno dal basso, una mobilitazione che – quasi per magia – dovrebbe portare gli Stati di tutto il mondo a cambiare politiche energetiche e farla finita con lo sfruttamento delle risorse del pianeta. Le COP sono di fatto oggi l’unico forum in cui ogni popolo, tramite i governi che più o meno legittimamente lo rappresentano, può partecipare all’azione globale contro i cambiamenti climatici.

 

La strada verso la COP26 di Glasgow

Non doveva essere la COP25 la sede del rilancio degli obiettivi di riduzione. Sarà invece il 2020 l’anno cruciale per il negoziato sul clima.

Nonostante tutto, chi ha partecipato alla COP25 ha potuto vedere come, malgrado gli ostacoli, sia avanzata l’azione globale contro il cambiamento climatico. Una cosa che è risultata chiara alla COP25 è che ormai l’obiettivo di cui tutti discutono è “emissioni nette zero nel 2050”. Un obiettivo davvero impegnativo, e molto, molto più ambizioso dei precedenti impegni di riduzione discussi per il Protocollo di Kyoto, per l’accordo di Copenhagen o prima dell’approvazione dell’Accordo di Parigi. Emissioni nette zero in tre decenni non è più solo una richiesta delle ONG ambientaliste, ma è oggi l’oggetto di discussione dei governi, del mondo industriale e della finanza, degli attori non statali. Ed è un obiettivo dell’European Green Deal proposto dalla Commissione europea e approvato dal Consiglio d’Europa durante i giorni della COP madrilena.

 

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Sylvie Coyaud, Mario Grosso e Luca Lombroso.

15 responses so far

15 Responses to “L’ambiguo insuccesso della COP25”

  1. homoereticuson Dic 24th 2019 at 17:22

    Grazie per questo prezioso resoconto e per il vostro lavoro.

    A tutti l’augurio di serene festività e di un tranquillo 2020

  2. albertoon Dic 29th 2019 at 16:52

    Parlare di ambiguità dell’ insuccesso significa voler vedere per forza il bicchiere mezzo pieno.
    Il problema è che il clima terrestre non è sensibile alle petizioni di principio o agli accordi diplomatici di questo o quel consesso.
    Fondamentalmente risponde (e pure con ritardo) alle emissioni nette di GHG. E queste ultime che dovrebbero utopicamente portarsi a 0 tra 30 anni circa, dall’ inizio di questo secolo non solo non mostrano nessuna evidenza di diminuzione o per lo meno di stasi, ma non mostrano nemmeno una decelerazione nella loro crescita tendenziale. Un fatto per nulla ambiguo.

  3. Stefano Caserinion Dic 31st 2019 at 08:58

    @ Alberto

    Il motivo per cui ho parlato di ambiguità è spiegato nel post; detto in modo diverso, è legato al fatto che qualche risultato le COP lo stanno avendo (a meno di pensare che tutto quanto si sta muovendo sul tema della decarbonizzazione sarebbe avvenuto comunque).
    È indubbiamente l’esito della COP25 è stato insoddisfacente e deludente, ma da questo a vedere il bicchiere tutto vuoto, ce ne passa.
    Sul fatto che le emissioni “non mostrano nemmeno una decelerazione nella loro crescita tendenziale”, questo non è supportato dai dati. Non è facile dire cosa sia lo scenario tendenziale, ci sono stati tanti scenari tendenziali, definirli è sempre un esercizio controfattuale.
    Potremmo dire che l’aumento delle emissioni di CO2 dell’ultimo decennio è stato minore di quello del precedente decennio. Un’analisi con i dettagli si può trovare dal Global Carbon Budget, http://folk.uio.no/roberan/GCB2019.shtml, in particolare questa immagine http://folk.uio.no/roberan/img/GCB2019/PNG/s66_2019_carbon_intensity_of_economy.png
    Oppure potremmo dire che le molte analisi ormai individuano un aumento delle temperature ora tendenziale di circa 3°C (es. https://climateactiontracker.org) che è meno del tendenziale di tempo fa.
    Poi, è vero che la CO2 continua ad aumentare, e nell’ultimo decennio è aumentato il suo rateo di incremento http://folk.uio.no/roberan/img/GCB2019/PNG/s48_2019_ESSD18_Fig4d.png, ma questo continuerà fino a quando non si riuscire a ridurre in modo sensibile le emissioni globali.

  4. albertoon Dic 31st 2019 at 16:08

    Confrontare l’ aumento di emissioni dell’ ultimo decennio con quello precedente assomiglia ad una forma di cherry picking involontario. Nel mio commento (in cui non ho mai parlato di bicchiere vuoto) ho scritto che il tendenziale lo consideravo dall’ inizio del secolo. Quindi se si vuole valutare congruentemente la velocità di aumento delle emissioni occorre valutare il rateo medio di aumento degli ultimi 20 anni rispetto a quello dei 2 decenni precedenti. Lei trova che il secondo sia inferiore al precedente?

  5. ALESSANDRO SARAGOSAon Dic 31st 2019 at 12:46

    Caserini, com’è che l’ultimo grafico indica solo 16 GT di CO2 in atmosfera nel 2018, quando le emissioni totali nel 2018 sono state circa 37 GT?

    Ha sottratto quelle assorbite dall’oceano?

  6. Stefano Caserinion Dic 31st 2019 at 13:06

    @ Alessandro Saragosa
    Quel grafico (che non ho fatto io, è del Global Carbon Budget 2019) non rapresenta le emissioni, ma quanto rimane in atmosfera, dopo che oceani e biosfera si sono presi la loro parte di CO2. Qui http://folk.uio.no/roberan/img/GCB2019/PNG/s46_2019_Global_Sources_and_Sinks.png una bella sintesi del bilancio annuale

  7. ALESSANDRO SARAGOSAon Dic 31st 2019 at 16:55

    Grazie Caserini, è un grafico molto interessante, che si presta a diverse considerazioni:
    1) Cosa farà variare, anche di molto, l’assorbimento di CO2 da parte di terra e mare, anno dopo anno?
    2) Il carbonio che assorbe la terra cresce continuamente, ma dove va a finire? La terra sta diventando più verde e il suolo più ricco? Ma allora questo contrasta con la vulgata della deforestazione e della perdita dei suoli globali.
    3) L’oceano sarà sempre così generoso nell’assorbire CO2? O prima o poi si saturerà? In effetti la parte di CO2 che finisce in atmosfera, sembra crescere più della crescita di assorbimento dei sink, come se mari e terra non stessero più dietro all’aumento delle emissioni.
    4) Che succederà quando (se) azzereremo le emissioni? Questi sink si terranno la CO2, o cominceranno a risputarla fuori?

  8. Stefano Caserinion Gen 2nd 2020 at 08:24

    @ Alberto

    Non è cherry picking, è la cosa più semplice che si può fare.
    Per il resto non capisco: prima scrive che per valutare l’andamento tendenziale considerava da inizio secolo, poi considera da 40 a 20 anni fa. Di solito gli scenari tendenziali non si costruiscono andando così indietro, perché sono diversi i driver.
    Comunque, siamo d’accordo che si è fatto troppo poco, e che le misure e le azioni anche in ambito UNFCCC devono essere più incisive.

    @ Alessandro

    Caro Alessandro, sono domande che richiederebbero risposte articolate, provo a mettere alcune indicazioni, sintetiche quindi incomplete e inevitabilmente imprecise
    1) Cosa farà variare, anche di molto, l’assorbimento di CO2 da parte di terra e mare, anno dopo anno?
    Temperature, piovosità, stress termici e incendi, per gli oceani anche fattori legati alla circolazione (es. El Nino)

    2) Il carbonio che assorbe la terra cresce continuamente, ma dove va a finire? La terra sta diventando più verde e il suolo più ricco? Ma allora questo contrasta con la vulgata della deforestazione e della perdita dei suoli globali.
    In alcuni luoghi c’è una devastante deforestazione, in altri il carbonio accumulato aumenta Globalmente c’è un accumulo di carbonio nelle foreste.

    3) L’oceano sarà sempre così generoso nell’assorbire CO2? O prima o poi si saturerà? In effetti la parte di CO2 che finisce in atmosfera, sembra crescere più della crescita di assorbimento dei sink, come se mari e terra non stessero più dietro all’aumento delle emissioni.
    Questo è uno dei grandi problemi: più l’oceano si scalda, meno facilmente assorbe CO2; quindi il potenziale dell’oceano un po’ diminuisce

    4) Che succederà quando (se) azzereremo le emissioni? Questi sink si terranno la CO2, o cominceranno a risputarla fuori?

    Se si riduce la CO2 in atmosfera, quella negli strati superficiali dell’oceano non è più in equilibrio, quindi l’oceano ne emette per mantenere l’equilibrio. Una spiegazione è qui https://serca.org.au/research/2013/Mackey_etal.pdf. Una spiegazione più approfondita è nel libro che sto leggendo in questi giorni, The Oceans, A Deep History di Eelco J. Rohling, davvero un bel libro, lo consiglio.

  9. albertoon Gen 3rd 2020 at 16:44

    Condivido che sia semplice considerare l’ incremento delle emissioni su periodi di tempi successivi. Ed infatti avevo pensato a paragonare l’ incremento medio registrato si in questo secolo (giusto 20 anni a partire dal 2000) rispetto all’ analogo del ventennio conclusivo del XX secolo. Ciò sia per semplicità che per ovviare al fatto che il rateo di aumento non è fisso e presenta accelerazioni e decelerazioni nel corso degli anni rispetto al tendenziale. Ciò non vuol dire ovviamente che nei prossimi decenni si assisterà all’ incremento di emissioni avutosi fino ad oggi (prima o poi dato che le fonti fossili non sono illimitate si raggiungerà un incremento 0, ossia un massimo). Ma il problema nel vedere bicchieri mezzi pieni è che i dati effettivi non permettono di stimare in maniera oggettiva quando le emissioni raggiungeranno il picco. Per ora i fatti mostrano solo un incremento di lungo periodo di cui non si vede la fine, mentre ormai è da diversi anni che la scienza del clima ci dice che le emissioni dovrebbero fermarsi e diminuire il prima possibile i maniera decisa e continua

  10. Armandoon Gen 3rd 2020 at 08:17

    La capacità dei sistemi naturali di assorbire la C02 per mantenerne costante la percentuale in atmosfera è al centro della riflessione di Lovelock nelle ultime pagine di Le nuove età di Gaia. Io non sono un esperto di questi temi, però non ho potuto fare a meno di notare che un autore come Schneider spiega i cicli climatici a partire da meccanismi geo fisico-chimici, mentre Lovelock li interpreta alla luce della capacità di autoregolazione dei sistemi viventi nel loro complesso. Credo che questa branca della climatologia dovrebbe adottare entrambi gli approcci (forse si dovrebbe parlare di paradigmi). Magari questo sta già avvenendo, non sono informato al riguardo.

  11. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 3rd 2020 at 12:58

    Armando, credo sia difficile inquadrare il presente cambiamento climatico all’interno di naturali “cicli geo fisico chimici” (e aggiungerei astronomici…), visto l’elefante nella cristalleria delle emissioni antropiche di gas serra.
    Per lo stesso motivo credo che i meccanismi di retroazione che la biosfera può mettere in atto contro gli stessi (per esempio, aumento della copertura vegetale e delle alghe “fertilizzate” dalla CO2) possano poco contro l’intensità e velocità innaturali delle suddette emissioni, e rischino di essere travolti dai meccanismi di feedback positivo.

    Come velocità di mutamento, siamo più vicini al “dopo caduta” di un asteroide, che alle tranquille variazioni nel’arco di millenni, normalmente viste in Natura.

  12. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 3rd 2020 at 20:36

    Colpo di scena: secondo Michael Mann, l’Atlantic Multidecadal Oscillation e la Pacific Decadal Oscillation, che vengono spesso usate per spiegare in parte gli anni caldi o freddi, al di là dei gas serra, non esistono proprio.
    Sono variazioni non molto diverse dal rumore di fondo della variazione casuale annuale delle temperature marine.

    https://www.eurekalert.org/pub_releases/2020-01/ps-aap010220.php

  13. stephon Gen 4th 2020 at 15:09

    Alessandro
    Lo studio originale è questo:
    https://www.nature.com/articles/s41467-019-13823-w

    Per l’AMO già da tempo c’era il sospetto si trattasse di un’oscillazione di natura più statistica che fisica. Per esempio:
    http://karman3.elte.hu/doc/npg11amo-phantom.pdf

    Per entrambe (AMO e PDO) c’è da aggiungere la relativa sorpresa emersa la scorsa estate in occasione della pubblicazione di questo studio
    https://www.nature.com/articles/s41586-019-1349-2
    https://www.nature.com/articles/d41586-019-02147-w
    che evidenzia l’identificazione di due nuovi bias nelle temperature oceaniche di superficie (SST) rilevate nella prima parte del secolo dalle navi tedesche nel nord atlantico e da quelle giapponesi nel pacifico. L’effetto è di ridurre il trend nel nord atlantico e di aumentarlo nel nord pacifico specie occidentale, questo porta le SST sottocosta maggiormente in linea con le osservazioni delle stazioni costiere; l’ovvia conseguenza è anche che le SST sono maggiormente in linea con l’evoluzione storica dei forcing radiativi e si riduce quindi il ruolo della variabilità interna.

  14. stephon Gen 4th 2020 at 15:50

    @ Alessandro on Dic 31st 2019 at 16:55
    Cosa farà variare, anche di molto, l’assorbimento di CO2 da parte di terra e mare, anno dopo anno?
    A complemento della risposta di Caserini, aggiungo che il principale driver della variazione interannuale dell’assorbimento/rilascio di CO2 è l’ENSO e i suoi effetti, in particolare sulla biosfera. Il picco della CO2 durante El Nino arriva dalla biosfera a causa della siccità/incendi indotta dal fenomeno nelle foreste tropicali ed è ben noto da tempo, tra l’altro adesso abbiamo anche misure satellitari che hanno confermato questo fatto durante l’evento del 2015/16. Per es.
    https://science.sciencemag.org/content/358/6360/eaam5690
    Negli oceani capita l’esatto opposto in particolare appunto nel Pacifico equatoriale, perché diminuisce l’upwelling di acque fredde e ricche di nutrienti e di carbonio inorganico nel Pacifico tropicale orientale e meno carbonio in superficie sposta l’equilibrio verso un maggiore assorbimento. Per es.
    https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0967064502000449?via%3Dihub
    https://journals.ametsoc.org/doi/full/10.1175/1520-0442%282001%29014%3C4113%3ATCCRTE%3E2.0.CO%3B2
    Inoltre la diminuzione di biomassa e di fitoplancton indotta dal Nino aumenta l’efficienza della pompa biologica (il gradiente fra superficie e profondità oceaniche del carbonio inorganico disciolto, controllato dalla biocenosi marina) contribuendo ad aumentare il flusso di carbonio verso l’oceano. Le influenze sull’oceano (leggero aumento dell’assorbimento oceanico di CO2) arrivano subito, quelle decisive e più forti sulla biosfera (forte aumento delle emissioni di CO2) con un certo lagtime di qualche mese, il risultato in atmosfera è un’aumentata e transeunte concentrazione di CO2 in occasione del Nino. Con la Nina si hanno effetti opposti.

    La terra sta diventando più verde e il suolo più ricco? Ma allora questo contrasta con la vulgata della deforestazione e della perdita dei suoli globali.
    La relazione non è così semplice come potrebbe sembrare, ci sono perturbazioni antropiche e climatiche ad alterare la correlazione più CO2 assorbita -> maggior greening. Una parte significativa del greening è dovuta all’intensificazione delle coltivazioni e alla massiccia piantumazione in Cina per contrastare la desertificazione. Inoltre il trend nella NDVI si è invertito negli ultimi 20 anni: la fertilizzazione da CO2 funziona fino a che non si vedono gli effetti del riscaldamento indotto dalla stessa.
    https://www.nasa.gov/feature/ames/human-activity-in-china-and-india-dominates-the-greening-of-earth-nasa-study-shows
    https://advances.sciencemag.org/content/5/8/eaax1396

  15. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 6th 2020 at 10:20

    Grazie Steph e Caserini per le considerazioni e informazioni, su temi che evidenziano, ancora una volta, come la Terra sia un sistema estremamente complesso.

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