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Il nuovo obiettivo climatico dell’Unione Europea è abbastanza ambizioso?

L’11 dicembre 2020, a un anno dall’adozione del Green Deal europeo, il Consiglio europeo (cioè i capi di Stato) ha approvatol’obiettivo UE vincolante di riduzione interna netta delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990”. Questo obiettivo innalza l’impegno dell’Unione Europea nella mitigazione ai cambiamenti climatici, e costituisce la base del secondo NDC che sarà comunicato a breve all’UNFCCC come previsto dall’Accordo di Parigi. I dettagli delle misure necessarie, inclusa l’allocazione dello sforzo tra i vari settori e paesi, saranno proposti nei prossimi mesi dalla Commissione europea.

L’accordo è arrivato dopo una lunga notte di difficili trattative con alcuni paesi dell’Est preoccupati per l’impatto sulle loro economie, e per rassicurarli nelle conclusioni si legge che “tutti gli Stati membri parteciperanno a tale sforzo, alla luce di considerazioni di equità e solidarietà, senza lasciare indietro nessuno”.

Questo obiettivo segue la proposta dalla Commissione europea di settembre e rappresenta un passaggio intermedio verso la neutralità climatica nel 2050. Inoltre, va inserito nel quadro dei negoziati con il Parlamento europeo, il quale ad ottobre aveva proposto di alzare l’obiettivo di riduzione al 2030 a -60%, escludendo il contributo delle foreste.

Le reazioni alla decisione del Consiglio variano da una cauta soddisfazione a critiche abbastanza severe. I critici sottolineano come gli obiettivi non siano in linea con l’ambizione necessaria per raggiungere emissioni nette zero nel 2050, ed in più sono ulteriormente diluiti dagli assorbimenti delle foreste.

Questo post analizza l’accordo alla luce delle emissioni storiche di gas serra e del ruolo delle foreste, ed infine discute il livello di ambizione rispetto alle richieste degli scienziati.

 

Nei prossimi dieci anni va fatto quanto nei precedenti trenta

Nel 2019 le emissioni dell’UE (27 Stati) sono state del 24% inferiori a quelle del 1990. Nello stesso periodo, il prodotto interno lordo è aumentato del 60%. L’obiettivo di riduzione delle emissioni del -20% che la UE si era posta al 2020, quindi, è stato raggiunto. Tuttavia – anche considerando il calo di emissioni previsto nel 2020 a causa della pandemia Covid-19 – nei prossimi dieci anni l’UE dovrà ridurre le emissioni in modo simile a quanto fatto nei passati trenta.

Secondo le proiezioni della Commissione europea (Figura 1), gran parte della riduzione delle emissioni avverrà nel settore energetico, seguito da quello industriale, i trasporti ed il settore residenziale. Le emissioni dal settore agricolo (soprattutto gas non-CO2 da allevamenti e fertilizzazioni) si ridurranno di poco.

 

Figura 1. Obiettivi climatici dell’Unione Europea al 2020, 2030 e 2050
(elaborazione da 2020/562: Stepping up Europe’s 2030 climate ambition)

L’assorbimento netto di CO2 (detto “sink”) dal settore Uso del suolo e foreste (LULUCF, che di seguito per semplicità chiameremo ‘foreste’, anche se include anche emissioni di CO2 da aree agricole, pascoli e aree umide) nel 2019 ha compensato circa il 7% delle emissioni totali nella UE. Per questo settore si prevede un calo del sink (quindi un minore assorbimento netto di CO2 dall’atmosfera) nel prossimo decennio, legato soprattutto al graduale invecchiamento delle foreste; tuttavia, il piano UE conta su un nuovo aumento di questo sink dopo il 2030. Nel 2050, si prevede che gran parte delle emissioni residue proveranno dall’agricoltura, e che saranno compensate soprattutto dal sink forestale. Queste proiezioni non valutano in modo specifico il possibile impatto (probabilmente negativo) che i cambiamenti climatici avranno sul sink.

L’obiettivo approvato dal Consiglio UE fa riferimento a una riduzione delle emissioni “interna netta” (significa niente crediti dal mercato internazionale del carbonio), e prevede l’inclusione nel conteggio delle emissioni nette degli assorbimenti di CO2 dalle foreste.

 

È giusto conteggiare anche gli assorbimenti delle foreste?

Alla luce dei dati disponibili, la preoccupazione che l’inclusione completa del sink forestale possa diluire in modo significativo l’obiettivo di riduzione adottato dall’UE appare esagerata.

Togliendo le foreste dai calcoli (sia nel 1990 che nel 2030) la riduzione di emissioni richiesta agli altri settori diventerebbe circa -53% anziché -55% (il numero preciso dipende dal futuro sink forestale, che non conosciamo). Nell’ambito del precedente obiettivo di -40% rispetto al 1990, le foreste erano incluse solo nel periodo di impegno 2021-2030 (e non nel calcolo dell’obiettivo rispetto al 1990), con regole di conteggio complicate che le avrebbero probabilmente portate a compensare parte delle emissioni degli altri settori. Quindi, sebbene le  precise modalità di inclusione delle foreste nel nuovo obiettivo restano ancora da definire, verosimilmente non ci sarà una grande differenza rispetto a quanto contavano nel precedente obiettivo.

L’inclusione solo parziale delle foreste nel precedente obiettivo era dovuta a una serie di preoccupazioni, come l’elevata incertezza nella stima del sink, la difficoltà di identificare la componente genuinamente ‘antropica’ negli andamenti del sink, nonché il rischio legato alla permanenza dello stoccaggio del carbonio: il carbonio assorbito da una foresta infatti può essere rapidamente rilasciato in atmosfera come CO2, ad esempio durante un incendio. Ora però il panorama è almeno in parte cambiato. Anzitutto, qualche passo avanti è stato fatto sulle due prime preoccupazioni. Inoltre, che le foreste siano incluse nel nuovo obiettivo in modo più completo (e speriamo più semplice) rispetto al passato è in linea con l’accordo di Parigi, che chiede ai paesi di definire obiettivi che includano tutti i settori, ed il raggiungimento della neutralità climatica bilanciando emissioni ed assorbimenti (Art. 4).

A supporto della scelta di conteggiare pienamente gli assorbimenti c’è una considerazione legata al ciclo del carbonio: l’atmosfera non distingue da dove proviene, o dove viene rimossa CO2. Ai fini dell’accumulo di CO2 nell’atmosfera (e quindi del conseguente aumento delle temperature), un aumento del sink equivale ad un calo delle emissioni di CO2.

In conclusione, la decarbonizzazione degli altri settori resta imprescindibile e prioritaria. È preferibile assegnare anche al settore forestale obiettivi chiari ed ambiziosi, cercando di gestire al meglio i rischi legati alla permanenza del carbonio stoccato, anziché escluderlo dagli obiettivi complessivi. Il contributo delle foreste è apparentemente piccolo, ma sarà fondamentale per raggiungere la neutralità climatica (Figura 1).

 

-55% è un obiettivo ambizioso?

L’ultima domanda, fondamentale, è se l’obiettivo del -55% sia in linea o meno con quanto ritenuto necessario dagli scienziati per raggiungere gli obiettivi di Parigi. Sebbene una risposta esauriente sarebbe molto complessa, perché implicherebbe valutazioni sulle responsabilità storiche e criteri di equità nella ripartizione del carbon budget rimanente a livello globale – e quindi esula dallo scopo di questo post -, qui offriamo tre spunti di riflessione.

Primo, la valutazione effettuata da un’autorevole fonte di analisi, Climate action tracker, indica che l’obiettivo di -55% non è ancora sufficiente e che solo un “obiettivo del 65%, accompagnato dal finanziamento dell’azione per il clima all’estero, renderebbe l’UE la prima regione con impegni compatibili con l’accordo di Parigi”. Tuttavia, la stessa analisi riconosce che “l’UE ha fatto un grande passo per riconquistare la sua posizione di leader per il clima” a livello globale e “si distingue rispetto ad altri paesi in quanto intende fare dell’azione per il clima il motore della ripresa economica”.

Ci sono anche altri aspetti, più specifici, che sono stati criticati. Ad esempio, questo studio sostiene che il Green Deal non cambierà l’attuale tendenza della UE (e più in generale dei paesi più ricchi) ad esportare verso i paesi più poveri l’impatto ambientale dei propri consumi agricoli.  Secondo il recente UNEP gap report, le emissioni associate ai nostri consumi di prodotti extra-europei rappresentano circa il 15% delle emissioni dell’UE. L’Europa sta ora iniziando a discutere il “Carbon Border Adjustment Mechanism” come possibile soluzione a questo tema estremamente complesso, ma fondamentale. Questo nuovo meccanismo imporrebbe un prezzo del carbonio sulle importazioni di determinati beni dall’esterno dell’UE (soprattutto nei settori industriale e manifatturiero), al fine di spingere i nostri partner commerciali ad aumentare le loro ambizioni climatiche e ridurre il rischio di delocalizzazione delle emissioni europee.

Secondo, può essere utile confrontare l’obiettivo UE con quello di chi era nella UE fino a poco tempo fa. Boris Johnson ha da poco annunciato che il Regno Unito ridurrà le emissioni del 68% nel 2030 rispetto al 1990, definendo questo sforzo come il più ambizioso tra le economie avanzate. La prossima conferenza sul clima si terrà a Glasgow, e vuole dare il buon esempio. Fonti autorevoli hanno applaudito allo sforzo “colossale” – secondo qualcuno ben maggiore di quello dell’Europa. La Figura 2 mette a confronto i numeri della UE e del Regno Unito. Rispetto al 1990, l’obiettivo del Regno Unito per il 2030 è più ambizioso (-68%) di quello dell’UE (-55%). Tuttavia, rispetto agli ultimi dati di emissioni disponibili (2019: Regno Unito -45% rispetto al 1990, UE -24%), l’ulteriore sforzo necessario fino al 2030 appare molto simile (Regno Unito -42% delle emissioni 2019, UE -41%). Rispetto a quanto fatto prima del 2020, il “cambio di marcia” necessario per l’Unione Europea appare più evidente. Se quindi è indubbio che si potrebbe fare di più, non dimentichiamoci che l’obiettivo UE – frutto di uno sforzo negoziale davvero “colossale” tra 27 paesi – è tra i più ambiziosi.

Figura 2. Andamento delle emissioni dell’Unione Europea e Regno Unito rispetto al 1990.

 

Terzo, approvare degli obiettivi è un passo necessario per mettere in moto azioni concrete, ed è questa la parte di gran lunga più difficile. Un punto cruciale per l’obiettivo 2030 sarà come saranno spesi i soldi resi disponibili dal ‘Next Generation EU’. Si chiama così perché sono soldi presi in prestito dalle generazioni future, e dovrebbero essere investiti per un loro migliore futuro (è un concetto semplice, ma in Italia troppi ancora lo chiamano Recovery Fund). Dei 209 miliardi che il Next Generation EU ha reso disponibili per l’Italia, oltre un terzo dovranno essere obbligatoriamente indirizzati alle iniziative del Green Deal, quindi legate ai cambiamenti climatici. Il rischio del greenwashing c’è, e non va sottovalutata la sua gravità: sarebbe un po’ come usare i soldi dei nostri figli per scavare loro la fossa. Nei prossimi mesi ed anni, quindi, sarà necessario che la società civile e i mezzi di comunicazione vigilino molto attentamente, assicurandosi che l’uso di questi soldi sia conforme al nome dell’iniziativa che li ha stanziati.

 

Testo di Giacomo Grassi, con contributi di Stefano Caserini, Simone Casadei, Valentino Piana

16 responses so far

16 Responses to “Il nuovo obiettivo climatico dell’Unione Europea è abbastanza ambizioso?”

  1. Lauraon Dic 15th 2020 at 07:59

    Non mi tornano i numeri finali dell’Europa e Regno Unito: sicuri?

  2. homoereticuson Dic 15th 2020 at 08:04

    grazie,
    molto interessante, come sempre

  3. Valentino Pianaon Dic 15th 2020 at 08:22

    Forse la debolezza maggiore è di non indicare obiettivi al 2025, che invece la COP UNFCCC aveva chiesto. Bisogna collegare più strettamente obiettivi lontani con quello che si fa ora. Rimane che questo accordo in extremis consentirà un nuovo e più ambizioso NDC dell’Unione europea, che nel momento in cui verrà inviato all’UNFCCC diventerà vincolante per l’insieme dei Paesi membri.

  4. Stefano Caserinion Dic 15th 2020 at 08:27

    @ Laura


    Emissioni EU (Gt/anno) 1990: 4,60; 2019: 3,49; obiettivo 2030: 2,07
    Emissioni UK (Gt/anno) 1990: 0,80; 2019: 0,44 ; obiettivo 2030: 0,26

  5. Domenico Gaudiosoon Dic 15th 2020 at 08:55

    Ottimo articolo, come al solito.
    Un’unica osservazione: il “Carbon Border Adjustment Mechanism” non può costituire l’unica risposta alla delocalizzazione delle produzioni e al “carbon leakage”, per ragioni di equità nei confronti dei Paesi in via di sviluppo (quelli veri).
    Non mi sembra molto corretto, infatti, che prima lasciamo realizzare profitti alle nostre aziende trasferendo le proprie produzioni in Paesi con costi più bassi della manodopera e delle risorse e poi blocchiamo le importazioni provenienti da questi Paesi con barriere doganali…

  6. Valentino Pianaon Dic 15th 2020 at 09:32

    @Domenico
    Con Parigi abbiamo fatto la scelta una volta per tutti di usare la carota (es. finanziamenti per il trasferimento di tecnologie pulite, finanziamento per le parti condizionali degli NDC dei Paesi in via di sviluppo, ecc.). E’ molto difficile usare anche il bastone tra gli Stati, perché si finisce alle clave. In effetti, una tassa sulle importazioni, comunque sia la sua label, è protezionistica e viola impegni precisi presi in COP UNFCCC. Con l’Accordo di Parigi tutti si sono impegnati a ridurre le emissioni, in applicazione del principio CBDR, quindi è molto difficile dire “tasso le importazioni da quel paese perché non sta facendo abbastanza”. Se il Global stocktake entrasse a questo livello, fallirebbe di sicuro. Nota che una tassa del genere è in violazione del WTO e della clausola di adeguamento a tutti gli altri di quanto imposto alla Most-favoured-nation.
    In breve: non è vero che mitigare imponga dei costi, va fatto perché oltre che al clima fa bene ai conti. Bisogna che le policy aiutino il cambio di frame della mitigazione da costo ad opportunità.

  7. Vittorio Marlettoon Dic 15th 2020 at 10:21

    Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda di come lo si guardi. La mia prospettiva è che o in questo decennio si attua il necessario stravolgimento del sistema energetico globale (niente più carbone, raddoppio dell’eolico e solare, elettrificazione di massa del trasporto e dei riscaldamenti) e si arriva ad attuare quanto richiesto per esempio da Unep (che un anno fa chiedeva una riduzione di 7,6% delle emissioni anno su anno fino al 2030 per agguantare lo stop al riscaldamento globale) oppure resteremo desolati a guardare un pianeta che diventa invivibile per noi umani e per moltissime altre specie.
    Il link all’Unep per chi vuole leggere https://www.unenvironment.org/news-and-stories/press-release/cut-global-emissions-76-percent-every-year-next-decade-meet-15degc

  8. Giacomo Grassion Dic 15th 2020 at 11:33

    @Domenico. Concordo con il tuo commento, che dimostra come sia politicamente difficile avanzare su questo fronte (e perche’ finora non si sia fatto nulla). Occorre provarci, non solo per proteggere le aziende UE dalla concorrenza straniera, ma soprattutto per cercare di esportare maggiormente standard ambientali decenti.

  9. Fabio Monfortion Dic 15th 2020 at 13:54

    E’ interessante vedere che l’UK è “avanti” rispetto alla UE nella riduzione delle emissioni nonostante sia “indietro” nelle rinnovabili. Il target nazionale al 2020 era del 15%, ma per il 2019 Eurostat prevede 12.5%, mentre il resto dell’UE al 2019 dovrebbe arrivare al 19.7%, appena sotto il target EU del 20% al 2020.

    Nella riduzione delle emissioni ha contato molto una diminuzione molto spinta della domanda di carbone (-87% rispetto al 2000!). Il resto, almeno per quel che riguarda l’energia, l’ha fatto la diminuzione della domanda complessiva e il contributo delle rinnovabili, appunto piccolo rispetto ad altri paesi ma non trascurabile. ll nucleare invece non ha contribuito poi molto alla riduzione: è cresciuto fino al 1998-99, ma adesso è inferiore al 1990.

    https://www.gov.uk/government/statistics/digest-of-uk-energy-statistics-dukes-2020

  10. Giacomo Grassion Dic 15th 2020 at 16:25

    @Fabio, grazie. In effetti UK ad oggi appare piu’ virtuosa anche perche’ nel 1990 consumava un sacco di carbone e aveva emissioni procapite piu’ elevate della media UE (adesso le ha leggermente inferiori alla UE27)

  11. Francoon Dic 15th 2020 at 20:55

    Come è da interpretare il dato sulla scarsa riduzione delle emissioni da parte del settore agro-zootecnico? Si sono finalmente accorti che l’agricoltura e l’allevamento si limitano a “riciclare” gli stessi atomi di carbonio ed azoto e non ne immettono di nuovi (come invece i combustibili fossili) nell’atmosfera?

  12. Giacomo Grassion Dic 15th 2020 at 23:20

    @Franco. In parte e’ come dici tu. Ridurre le attuali emissioni dal settore agricolo (in particolare le emissioni di CH4 dalla fermentazione enterica dei bovini e le emissioni di N2O legate all’applicazione di fertilizzanti e letame) e’ molto difficile. Non ci sono grandi margini di miglioramento tecnologico come negli altri settori.

  13. Fabio Monfortion Dic 15th 2020 at 23:27

    @Giacomo. Esatto. Sarà interessante vedere come procederanno adesso che il carbone è sostanzialmente uscito dal quadro.
    Qui le idee di Johnson: https://www.gov.uk/government/news/pm-outlines-his-ten-point-plan-for-a-green-industrial-revolution-for-250000-jobs

  14. Valentino Pianaon Dic 16th 2020 at 11:00

    A volte il diavolo è nei dettagli. Così come l’Accordo di Parigi indica l’obiettivo di restare “well below” 2 gradi (e non quindi 2 secchi, come fin troppi modelli utilizzano), l’Unione Europea si è impegnata ad avere “almeno” il 55% di riduzione. Non basta quindi scrivere -55% nei modelli (o nei documenti ministeriali) ma bisogna mostrare che, in modelli probabilistici, si è una bassa probabilità di arrivare a meno di così, il che richiede di porre un valore atteso più alto. Sembrano tecnicalità ma occorre dirlo con chiarezza: le policy devono puntare ad obiettivi più alti, per essere sicuri di centrare gli obiettivi anche nel caso peggiore (incompleta implementazione, effetti moltiplicativi minori del previsto).

    Su questo punto vede con quanta precisione Ursula von der Leyen insiste su “at least” mentre il giornalista fa cadere quella parolina:

    “n der Leyen praised the EU’s 27 heads of state and government for approving the new target for a 55 percent reduction in emissions by 2030 at a summit in Brussels last week.

    “The decision by leaders to back the Commission’s proposal for a 2030 emission reduction target of at least 55 percent…”
    https://www.politico.eu/article/von-der-leyen-calls-on-parliamen-to-adopt-european-climate-law/

  15. Valentino Pianaon Dic 16th 2020 at 11:06

    @Marletto
    Giusto, Vittorio!! Lo studio dell’UNEP nov. 2019 che citi indica un obiettivo annuale, così come avevo scritto nell’Ottobre 2018 qui:

    https://www.sccer-crest.ch/fileadmin/FILES/Datenbank_Personen_Projekte_Publikationen/Publications/Publications_without_Peer_Review/Towards_1.5_C_consistent_next_Paris_NDCs__1_.pdf

    Why a yearly emissions reduction of (at least) 9% is key to remain in the carbon budget for 1.5 degrees

    (ho presentato questo lavoro al convegno della SISC).

  16. […] delle emissioni di gas a effetto serra (almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990), ha aumentato in modo sostanziale l’impegno della Ue nella mitigazione ai cambiamenti climatici. Questo passo, che rappresenta un […]

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