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Gli “uomini di scienza” che negano l’origine antropica del riscaldamento globale si occupano raramente di clima

Un’indagine bibliometrica recentemente pubblicata mostra come, nonostante l’assidua presenza mediatica, i promotori e firmatari delle petizioni che negano l’origine antropica del riscaldamento globale sono generalmente autori di un numero estremamente basso di pubblicazioni nel settore della climatologia; una produzione scientifica che nel complesso può essere considerata irrisoria rispetto all’enorme lavoro condotto dagli scienziati del clima negli ultimi 10 anni.

 

Nel giugno 2019, 91 persone autodefinitesi “uomini di scienza” (8 promotori e 83 sostenitori, fra cui 10 donne), hanno sottoscritto ed inviato una petizione contro l’origine antropica dei cambiamenti climatici al Presidente della Repubblica, della Camera e del Senato e al Consiglio dei ministri italiano. La petizione è stata resa pubblica nel maggio 2019 sul sito dell’Associazione di Scienziati e Tecnologi per la Ricerca Italiana (ASTRI). Nel testo viene negata sia l’origine antropica del cambiamento climatico sia la necessità di urgenti contromisure, e si invitano i politici a non aderire “a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima”. Tuttavia, i contenuti della petizione non sono di produzione interamente autoctona. Infatti, sono state riprese alcune tesi della “Petizione Oregon” lanciata in USA nel 1998 e nuovamente nel 2007, la prima a chiedere a un governo di ignorare le ricerche sul clima che aveva commissionato. Queste stesse tesi erano già state utilizzate da una precedente iniziativa statunitense, la Dichiarazione di Lipsia del novembre 1995.

Le stesse tesi – e gli stessi firmatari della petizione italiana – si ritrovano nella “Dichiarazione europea sul clima – Non c’è emergenza climatica” (in seguito diventata una “Dichiarazione Mondiale”), inviata nel settembre del 2019 al Segretario generale dell’ONU e alla Segretaria generale dell’UNFCCC, nonché ai governi europei. Mentre l’originale petizione italiana è stata sostanzialmente ignorata dai mezzi di informazione in Italia e all’estero, l’iniziativa europea è stata ripresa dai media locali e globali, inclusi ABC in Australia, The Washington Times negli Stati Uniti, The Times in Inghilterra, CBC in Canada ed altri.

Un elemento che ha caratterizzato le passate petizioni, dagli anni ’90 in poi, è che le firme in calce sono raramente riconducibili a scienziati e ricercatori nel campo del clima (vedere per es. qui e qui). Qui presentiamo i risultati di un’indagine bibliometrica che ha valutato, per i promotori e sottoscrittori della petizione italiana, e per i promotori della dichiarazione europea, la produzione scientifica sia complessiva che specificamente riguardante la scienza dei cambiamenti climatici.

La ricerca bibliografica si è basata sulla banca dati Scopus, una delle maggiori banche dati al mondo per le pubblicazioni in tutti i campi della ricerca. È stato valutato sia l’insieme delle pubblicazioni presenti nella banca dati, sia il sottoinsieme delle pubblicazioni direttamente attinenti alle basi scientifiche dei cambiamenti climatici, considerando il potenziale interesse degli articoli per valutazioni riassuntive come quella effettuata dai primi due gruppi di lavoro dell’IPCC (WG1 – basi scientifiche dei cambiamenti climatici; WG2 – impatti e adattamento). Non sono stati considerati articoli riguardanti la mitigazione dei cambiamenti climatici, in quanto la petizione mette in discussione l’esistenza stessa della crisi climatica, né articoli che trattano scale temporali lunghissime, di poco interesse per il futuro dell’umanità odierna. Si noti che, mentre il numero degli articoli complessivi è il totale dei documenti riportato dal database Scopus, e quindi comprende anche brevi commenti, editoriali, o contributi su riviste scientifiche o libri senza un reale sistema di peer-review, la valutazione delle pubblicazioni scientifiche nel settore del cambiamento climatico ha incluso solo articoli di ricerca su riviste internazionali dotate di sistemi di peer-review, escludendo riviste “predatorie” identificate seguendo questa lista. Infine sono state raccolte, sulla base di dati presenti in forma pubblica sul web, informazioni sull’età dei promotori e sostenitori della petizione (vedere qui per ulteriori dettagli metodologici).

I risultati dell’indagine sono riassunti nella Figura 1. L’età dei promotori e firmatari è generalmente elevata, e spesso eccede l’età pensionabile. Nessuno ha meno di 40 anni.

Figura 1: Risultati dell’indagine su 91 fra promotori e sostenitori della petizione: a) età; b) numero di articoli totali; c) numero di citazioni totali; d) H Index; e) numero di articoli negli ultimi 10 anni; f) citazioni negli ultimi 10 anni; g) numero di articoli pertinenti ai cambiamenti climatici negli ultimi 10 anni. I diagrammi a scatola e baffi mostrano mediana, primo e terzo quartile ed estremi (punti). Le croci mostrano i valori medi.

 

16 firmatari (un quinto del totale) della petizione non compaiono nella banca dati Scopus, a significare che non sono autori di alcuna pubblicazione scientifica a carattere internazionale, e quindi di nessuna citazione. Si tratta per lo più di tecnici, giornalisti, divulgatori scientifici, insegnanti e autori di testi sul web.

La mediana del numero di articoli pro-capite pubblicati nell’intera carriera è molto diversa fra promotori (68 articoli) e sostenitori (30). Questo si verifica anche per il numero di citazioni. Il 37% dei sostenitori nel complesso ha pubblicato meno di 10 articoli nell’intera carriera, mentre il l6 % ha pubblicato più di 100 articoli, con un valore massimo di 627 articoli. Il 41% dei firmatari ha totalizzato meno di 100 citazioni (auto-citazioni incluse). La mediana dell’H index dei promotori (17) è circa il doppio di quella dei sostenitori (8). 5 sostenitori, e nessun promotore, hanno un valore di H index maggiore di 50. 

Negli ultimi 10 anni, una quota significativa (24%) dei firmatari non ha pubblicato alcun articolo scientifico e quasi la metà ha pubblicato meno di 10 articoli, ovvero meno di un articolo all’anno. Sempre nello stesso periodo, 3 degli 8 promotori della petizione hanno pubblicato meno di 3 articoli.

Trattandosi di una petizione incentrata sul cambiamento climatico, è pertinente limitare l’analisi bibliometrica ai soli articoli che trattino il suddetto tema. Restringendo così il campo, e limitandosi nuovamente agli ultimi 10 anni, emerge che solo 3 dei firmatari hanno pubblicato articoli in riviste internazionali dotate di sistemi di peer-review in questo settore negli ultimi 10 anni. 5 degli 8 promotori non hanno nessun articolo a riguardo.

In totale, negli ultimi 10 anni i 91 firmatari della petizione risultano autori di 29 articoli attinenti ai cambiamenti climatici. Se si considera che alcuni articoli hanno come autori più firmatari della petizione, il totale degli articoli unici pubblicati dai firmatari della petizione è pari a 24, ovvero una media di 0,026 articoli pro-capite all’anno. Solo 5 di questi articoli compaiono nelle riviste più prestigiose in cui sono pubblicati gli articoli relativi alla scienza del clima o in una delle principali 10 riviste del settore per numero di articoli pubblicati (valutate sulla base di Clarivate Analytics e di questo articolo). Alcuni articoli sono stati pubblicati su riviste a carattere nazionale o in riviste il cui ambito – secondo le descrizioni sui loro stessi siti – non include i temi coperti dai primi due gruppi di lavoro dell’IPCC. Non sono stati considerati editoriali, commenti a critiche ricevute, o altri testi non assimilabili ad articoli di ricerca peer-reviewed.

La credibilità degli esperti del cambiamento climatico e il consenso scientifico sul tema sono stati oggetto di numerosi lavori pubblicati nella letteratura (per esempio questo). Nel presente caso, l’analisi bibliometrica evidenzia l’irrisoria produzione scientifica di circa la metà dei firmatari, che hanno pubblicato meno di un articolo all’anno negli ultimi 10 anni – un’era geologica per molti campi della scienza. I firmatari con produzioni scientifiche ampie e molto citate provengono da campi con legami scarsi o nulli con la scienza del clima (per esempio astronomia, fisica delle particelle, sismologia, oncologia, geomeccanica, cardiologia). Se si restringe l’analisi agli articoli attinenti allo studio del cambiamento climatico, i risultati dell’analisi sia quantitativa che qualitativa sono ancora più impietosi. In questo settore la produzione complessiva dei 91 firmatari negli ultimi 10 anni ammonta a 24 diversi articoli, che sono stati spesso citati dagli autori stessi o sono stati aspramente criticati dalla comunità scientifica di riferimento. Si tratta nel complesso di una produzione scientifica incredibilmente bassa nel settore della scienza del clima. Come termine di paragone, si può considerare che il solo Thomas Stocker, uno dei coordinatori del gruppo di lavoro sulle basi scientifiche dei cambiamenti climatici dell’IPCC per l’AR5 (WG1), nello stesso lasso di tempo di 10 anni ha pubblicato un numero più di tre volte superiore al totale degli articoli sul clima dei 91 firmatari. Una recente indagine bibliometrica su 224 scienziati del clima ha rilevato che in media hanno pubblicato 57 articoli a testa in questo settore (seppur non limitatamente agli ultimi 10 anni).

Nonostante lo scarsissimo impatto scientifico, non bisogna sottovalutare i potenziali danni sortiti dai numerosi appelli, petizioni, lettere aperte e interventi nei media di alcuni dei promotori negli ultimi circa 20 anni: se è vero che l’84% degli italiani ritiene che i cambiamenti climatici siano un problema molto serio, percentuale superiore a quella di altre nazioni, la percentuale delle persone convinte della responsabilità umana è passata dal 93% nel 2014 all’84% nel 2020. Sarebbe quindi auspicabile valutare se queste petizioni abbiano avuto un impatto sull’opinione pubblica, nel diffondere tesi alternative a quelle che riconoscono nelle attività antropiche le cause delle variazioni climatiche in corso.

Il lavoro dettagliato svolto per la petizione italiana è di interesse anche a livello più generale; infatti, se si considerano i 14 promotori della petizione europea, la loro produzione è persino inferiore a quella degli 8 promotori della petizione italiana.

Per concludere, pur se i dati bibliometrici non riflettono necessariamente la qualità della produzione scientifica, la nostra analisi mostra con chiarezza che i promotori di due recenti iniziative che negano l’origine antropica del cambiamento climatico sono persone poco o per nulla coinvolte nel grande sforzo di ricerca scientifica internazionale su questo problema. Le pochissime eccezioni sono autori di un numero limitato di articoli, spesso aspramente criticati dai colleghi. Si tratta di una mole di pubblicazioni scientifiche che nel complesso può essere considerata irrisoria rispetto all’enorme lavoro condotto dagli scienziati del clima negli ultimi 10 anni.

 

Testo di Gabriele Messori, Stefano Caserini e Sylvie Coyaud

32 responses so far

32 Responses to “Gli “uomini di scienza” che negano l’origine antropica del riscaldamento globale si occupano raramente di clima”

  1. Francescoon Feb 2nd 2021 at 21:23

    Oltre alle due categorie di negazionisti e di credenti all’ortodossia dell’AGW, esiste anche la categoria degli eretici e cioè di coloro che come me, credono nell’AGW, ma però fanno notare che il “nuovo” livello di CO2 nell’atmosfera, (ed altri gas climateranti), sia da imputare quasi esclusivamente all’utilizzo di combustibili fossili (e cioè solo ad antico Carbonio immesso recentemente in atmosfera) e non ad attività agro-zootecniche. Queste infatti si limitano a riciclare sempre gli stessi atomi di carbonio già presenti in atmosfera. Possono essere imputabili solo per utilizzo di combustibili fossili da parte delle macchine agricole e per la produzione di concimi azotati, oppure per emissioni di N2O, dovute a cattiva gestione dei reflui zootecnici. Quindi un contributo all’AGW minimo: più o meno il 3%. I concimi potrebbero però essere sostituiti quasi totalmente dai ben più ecocompatibili fertilizzanti organici. Purtroppo gli stessi che accusano le attività agricole di un forte contributo all’AGW, sono poi gli stessi che condannano l’allevamento intensivo: l’unico in grado di fornire questi fertilizzanti. Nel caso di metano e N2O, sono già in uso metodologie di stoccaggio e utilizzo in grado di ridurre di molto questi gas climateranti. Oltre a chiedersi chi abbia interesse a divulgare questa falsa responsabilità, c’è da sottolineare che le alternative proposte (metodo Bio e adozione di pratiche agro-zootecniche meno intensive), alla prova dei fatti hanno impatti ambientali (compreso il contributo all’AGW) maggiori rispetto alle metodologie e tecnologie convenzionali.

  2. Gabriele Mon Feb 3rd 2021 at 06:28

    Buongiorno Francesco,
    Non sono assolutamente un esperto nel campo agricolo/zootecnico, e sono sicuro che altri potranno fornire un commento più circostanziato. Mi limito solo a far notare che, come in molti altri campi, vi è un abisso tra le tecnologie teoricamente implementabili e quelle effettivamente in uso. I concimi si “potrebbero” sostituire in toto; le tecnologie di stoccaggio si “potrebbero” applicare a tappeto etc., ma un conto sono le potenzialità, un conto è cosa avvenga realmente nel mondo intorno a noi. Non so a quali lavori tu ti riferisca di preciso quando parli di divulgare una “falsa responsabilità”, ma è sempre importante tenere a mente la differenza fra uno studio che quantifica gli effettivi impatti di un’attività ed uno studio che simula gli stessi impatti nel caso di implementazione ottimale di tutte le tecnologie disponibili.

  3. piero lionelloon Feb 3rd 2021 at 15:20

    complimenti per l’articolo sugli “uomini di scienza”. Ne consiglierei la lettura ai giornalisti che intendono intervistare “climatologi” .

  4. silverio lacedellion Feb 3rd 2021 at 18:01

    L’alimentazione a base di insilati, leggi mais ceroso e soie varie, mentre è ottimo per alimentare i flussi di denaro per le aziende, è deleterio per il rumine degli animali, geneticamente predisposto per erba e/o fieno, e quindi i poveri ruminanti divengono grandi emettitori di metano.
    Con simpatia
    SIlverio Lacedelli

  5. Francescoon Feb 3rd 2021 at 22:31

    Gabriele: hai ragione ed è proprio per questo che noi agricoltori ci arrabbiamo nel leggere certe semplificazioni. Faccio due esempi pratici. La vulgata (chiamalo “pensiero mainstream”, Pensiero Unico o quello che vuoi) che addossa a noi agricoltori il grosso delle responsabilità dell’attuale AGW è la stessa che vorrebbe rendere più estensive le produzioni, sia agricole che zootecniche. Basta aprire qualunque giornale o stare davanti al televisore per pochi minuti e ti bombardano di pubblicità di cibi Bio & Co. Pochi però si rendono conto che il metodo biologico con produzioni medie inferiori del 40% circa, o anche più, rispetto al metodo tradizionale consuma più combustibile per per arare, seminare, diserbare, irrigare, raccogliere, ecc. E’ vero che la propaganda produce articoli con dati opposti, ma questo perché si riferiscono alla superficie coltivata e non all’unità di prodotto ottenuto. Un escamotage di cui i cittadini (del tutto ignoranti di come si produce il cibo) non si accorgono. Il metodo Bio è poi basato sull’utilizzo di fertilizzanti organici, ma questi non li puoi ottenere se allevi in modo estensivo: al pascolo. In realtà, per ridurre l’impatto ambientale agro-zootecnico, bisogna intensificare le produzioni: con meno superficie coltivata, oltre a consumare meno energia fossile per trattori e concimi, puoi lasciare più spazio alla riforestazione. Lo stesso in zootecnia: solo in stalle con numero considerevole di capi è possibile raccogliere tutto il letame e utilizzarlo per produrre metano (Biogas), riducendo in tal modo le emissioni durante la fase di stoccaggio e distribuzione in campo di ammoniaca e N2O. Capisco che per quei cittadini opportunamente istruiti dalle campagne di disinformazione di massa sponsorizzate da tutte le grandi multinazionali della distribuzione ( per esempio Amazon ha recentemente acquistato la più grande azienda del settore Bio negli USA (Whole Foods) per 13 miliardi di dollari), sia difficile accettare l’idea che intensificare le produzioni sia più ecocompatibile, ma alla prova dei fatti è così. Vi sono molte altre possibilità per ridurre l’AGW agricolo, come per esempio l’adozione delle biotecnologie (PGM & Co), ma anche queste come sai vengono boicottate. Più in generale, noi contadini troviamo “ strano” che a differenza di tutte le altre attività, in cui per ridurre l’AGW si auspicano e si finanziano nuove ed avveniristiche soluzioni (insomma, si guardi avanti), in agricoltura e zootecnia, si voglia invece tornare indietro. Il motivo è semplice: noi contadini siamo gli unici a capirci qualche cosa, ma siamo solo il 2-3% della popolazione. Tutti gli altri ci capiscono poco. Un esempio è Silverio che pur non sapendo niente di fermentazioni ruminali, ci pontifica sopra.

  6. Francescoon Feb 3rd 2021 at 22:55

    Silverio: i ruminanti hanno i prestomaci (che già dal nome, è facile capire che sono posti prima dello stomaco) che possono fermentare anche alimenti molto acidi: con pH inferiore a 4 come appunto i foraggi insilati. In altre specie di erbivori, come cavalli, conigli o struzzi, che invece hanno il digestore posto dopo lo stomaco, non è possibile utilizzare alimenti troppo acidi. Il silomais è solo un metodo per conservare al meglio i foraggi ed ottenere il massimo di resa da certe coltivazioni. Considera che il mais è anche una pianta C4, per cui con rese più elevate (e con accumulo di CO2 atmosferica) rispetto alle normali piante C3. A parità di produzioni (carne, latte, pelle, letame) una alimentazione concentrata fa quindi produrre molto meno metano, rispetto a vacche al pascolo. Comunque questo metano, facendo parte di un normale ciclo biologico, non “c’azzecca” niente con l’AGW. Ultimamente, le coltivazioni di mais in Italia e molti altri paesi dell’UE si stanno comunque riducendo a causa delle eccessive quantità di micotossine per l’assurda interdizione alla coltivazione di PGM.
    Nella stragrande maggioranza dei casi, la parte di soia consumata da animali domestici è FEED e cioè un sottoprodotto della trasformazione della soia: panelli proteici di soia. se non ci fossero galline e maiali, chi si mangerebbe tutte queste montagne di sottoprodotti?
    In conclusione: Silverio, studia!

  7. homoereticuson Feb 5th 2021 at 14:30

    “La vulgata (chiamalo “pensiero mainstream”, Pensiero Unico o quello che vuoi) che addossa a noi agricoltori il grosso delle responsabilità dell’attuale AGW …”

    Francesco,
    personalmente questa “vulgata” l’ho sentita di rado, e cmq non certo nel pensiero scientifico che lei chiama mainstream, che aderisce ai fatti.
    Forse lei fa riferimento a una corrente recente che attribuisce un peso enorme ed eccessivo (in termini di GHG, vuoi per il metano, vuoi, soprattutto per la deforestazione) al consumo di carne. Eccessi a parte, mi pare che tutta la letteratura scientifica concordi nel ritenere che la strada verso la sostenibilità (e non solo in riferimento al clima) passi attraverso una dieta decisamente più vegetariana.

    Quanto al resto le sue osservazioni, anche se OT, sembrano interessanti e informate. Sarebbe interessate un topic ad hoc, “agricoltura intensiva vs agricoltura biologica”, anche se forse qui non siamo nel sito più adatto.

  8. Francescoon Feb 5th 2021 at 22:08

    Homoereticus: leggi un qualunque articolo sull’AGW e vi troverai percentuali variabili tra il 14%, il 18% e perfino il 51% di gas serra prodotti da attività agro-zootecniche. Più che queste percentuali estrapolate con metodi assurdi (vedi la relazione Livestock’s Long Shadow di P. Gerber della FAO), mi interessano le soluzioni proposte per ridurle. Tu stesso citi il metano, immagino ti riferisca a quello prodotto dai ruminanti. Ebbene, anche un studente delle scuole medie che abbia studiato (e capito) il Ciclo del Carbonio, sa che l’atomo di carbonio costituente il metano ruttato dai ruminanti, un paio di giorni prima faceva parte dell’erba mangiata e che dopo un ciclo di 10-12 anni diventerà CO2 che verrà nuovamente assorbita dalle piante per costituire nuovo foraggio. Eppure, ci sono “scienziati”, che tuttora considerano questo metano come responsabile AGW.
    Anche per la deforestazione, credo che circolino informazioni distorte. Come veterinario, ho lavorato in molti paesi (11 solo in Africa) e tra questi anche in paesi del Sud America (Brasile, Colombia, Uruguay, Argentina, ecc) dove allevano molti bovini per produrre carne destinata all’esportazione. Innanzitutto, pochissima di questa carne arriva in Europa. Quasi tutta va in Asia. La maggior parte delle foreste per far posto ai pascoli sono state tagliate cento e più anni fa. Ora ne tagliano (soprattutto Brasile) prima per il legname e poi per far posto a nuove coltivazioni di soia e mais esportati per alimentare polli e suini. Si potrebbero ridurre queste superfici se invece di esportare materie prime, (sottraendo quindi molti macro e microelementi al suolo: è per questo che cercano nuove terre da coltivare), esportassero il prodotto finito e cioè la carne. In tal modo, la maggior parte dei macroelementi, sotto forma di fertilizzanti o scarti della macellazione, resterebbero in loco. E da noi si limiterebbero i danni da eutrofizzazione delle acque per eccesso di nitrati.
    Sono perfettamente d’accordo sul fatto che mangiare meno carne faccia bene alla salute e all’ambiente. Noi in Italia siamo però perfettamente in linea con le raccomandazioni dell’OMS (meno di 100 g die). In altre parti invece si esagera, ed in altre ancora, se ne mangia troppo poca: India, Africa subsahariana. Se invece la dieta vegetariana fosse resa obbligatoria, sarebbe un disastro immane per l’ambiente.
    Tutte le volte che ho partecipato ad incontri, conferenze o presentazioni del mio libro, sul tema “Agricoltura intensiva Vs A. biologica, usando argomentazioni poco conosciute, ho dimostrato non con opinioni, ma con dati verificabili facilmente, che la prima (ovviamente quella attuale, integrata) è più ecocompatibile della seconda.

  9. homoereticuson Feb 6th 2021 at 12:10

    @Francesco (spero venga tollerato questo ennesimo OT)

    in nessuno studio scientifico serio si legge che il contributo dell’agricoltura al GW è del 50%. Per pura combinazione sono inciampato in questo recentissimo assessment del CMCC che potrebbe interessarle:
    https://www.cmcc.it/article/land-use-to-solve-climate-change-a-focus-on-livestock
    di cui riporto le prime righe:
    “The land sector can strongly contribute to climate change mitigation if sustainable land-use options are applied. A study led by the CMCC Foundation highlights that land-based mitigation options at small-scale landscape level can lead towards carbon neutral livestock systems while providing an additional wide range of ecological, environmental and socio-economic co-benefits at local level.
    Greenhouse gas (GHG) emissions from agriculture, forestry and other land uses (AFOLU sector) cover the 24% of global emissions, representing the second hot spot in the contribution to climate change after the energy sector.
    The main drivers are CO2 emissions from deforestation, methane (CH4) emissions produced by ruminant livestock and by anaerobic fermentation of organic matter, mainly from rice crops, and nitrous oxide (N2O) emissions from fertilizer use. Thus, the land sector plays a crucial role in the contribution to climate change. …”

  10. Francescoon Feb 7th 2021 at 09:26

    Homoereticus: basta cercare meglio e troverai anche quello. Per dire, qualche giorno fa ho letto la relazione di un certo Pimentel (cito a memoria) che attribuiva alla produzione di carne il “consumo” di 200.000 (duecentomila!) litri di acqua per ogni kg. Ovviamente si asteneva dall’informarci in quale universo parallelo finisse tutta quest’acqua. Di articoli come quello che citi ne ho letti a migliaia. Per un paio di anni ho fatto anche io il ricercatore all’IZSV (sedi di Padova e Bolzano). Oltre a rendermi conto di non esserci portato, ho capito che con se vuoi dimostrare qualche cosa, basta prendere in considerazione qualche dato ed ometterne altri e ottieni sempre quello che vuoi. E riesci anche a pubblicarlo se il risultato va incontro al pensiero dominante. Soprattutto se questo ti fa avere finanziamenti.
    Certe cose si possono però capire anche solo ragionando e usando il buon senso. Torniamo al punto in questione: gas serra prodotti da attività agro-zootecniche. L’attuale AGW è dovuto ad un improvviso AUMENTO di questi gas serra. Ripeto: AUMENTO. Dato che i ruminanti selvatici e domestici esistono da milioni di anni (i primi) e da migliaia di anni i secondi, se il metano da loro prodotto si fosse AGGIUNTO CONTINUAMENTE (senza cioè far parte di un normale ciclo biologico, come in realtà) avrebbe già reso l’aria irrespirabile. Lo stesso per le risaie, che nella maggior parte dei casi hanno semplicemente sostituito ben più grandi zone paludose. Le attività agro-zootecniche, come per tante altre attività umane, comportano però il consumo di combustibili fossili, per azionare motori, per riscaldare, essiccare e per produrre concimi. Basta fare due calcoli e considerare il rapporto tra auto, camion, navi ed aerei con trattori, pompe e mietitrebbie (30-35 a 1) ed ottieni che il consumo di questi combustibili fossili da imputare ad attività agro-zootecniche è di circa il 3-3,5% più altrettanto 3-3,5% per produrre concimi. Dunque un 6-7% ( e parlo di agricoltura intensiva. Se si tornasse indietro, adottando il metodo Bio, se ne consumerebbe molto di più) e non il 15, 18 o 24%. E’ anche vero che negli ultimi 50-60 anni, c’è stato un forte aumento nell’uso di questa energia fossile (che ripeto è la principale responsabile dell’AGW) in agricoltura, ma ci si dimentica che nel frattempo la popolazione mondiale è triplicata. E purtroppo è triplicato anche il numero di chi soffre di obesità. Una volta mi sono messo a contare gli articoli scientifici su questi argomenti che tenevano conto di questo “piccolo particolare”: meno di 2 su 10.
    Come diceva Schopenhauer: “o si pensa o si crede!”.

  11. Francescoon Feb 7th 2021 at 09:47

    Dimenticavo! Per farmi capire meglio, di solito uso il paragone con la pioggia. Nessuno vedendo la pioggia che cade, anche in caso di improvvisa alluvione, pensa che finiremo tutti sott’acqua in tempi brevi. Il motivo è che il Ciclo dell’Acqua è breve ed intuitico, e anche un bambino sa che l’acqua piovana evaporerà in tempi brevi, formando altre nuvole e prima o poi ritornerà a terra. E la quantità di acqua globale rimarrà la stessa. Il Ciclo del Carbonio è invece molto più lungo (circa 10 anni) per cui è controintuitivo. Ripeto: l’unico Carbonio “nuovo” che va ad aggiungersi continuamente a quello vecchio, è quello fossile, rimasto intrappolato sotto terra da centinaia di milioni di anni. L’agricoltura non fa altro che “rimescolare” sempre gli stessi atomi. Lo confermano le analisi degli isotopi. Situazione diversa con il “rimescolamento” da parte di attività agro-zootecniche degli atomi di azoto costituenti molecole con “forzante radiativa” maggiore della CO2. La riduzione di questo rimescolamento è però tutto sommato semplice e bastano pochi accorgimenti tecnologici-metodologici.

  12. homoereticuson Feb 7th 2021 at 10:54

    @Francesco
    ” Ripeto: l’unico Carbonio “nuovo” che va ad aggiungersi continuamente a quello vecchio, è quello fossile, rimasto intrappolato sotto terra da centinaia di milioni di anni. L’agricoltura non fa altro che “rimescolare” sempre gli stessi atomi.”

    no, si sbaglia:
    anche il carbonio non fossile finisce in atmosfera e si aggiunge al resto. La deforestazione ed il dissodamento del suolo forestale in ultimo portano all’ossidazione del carbonio (contenuto non solo nel legname, ma anche nei suoli) che finisce in atmosfera aggiungendosi al resto. Lo stesso vale per il metano degli allevamenti, che siano intensivi o no. E’ metano che si aggiunge, per gli effetti radiativi nulla importa che sia emesso da una vacca o da un pozzo metanifero. Mi creda: non è che tutta la scienza del mondo si sia inventata il problema perchè gli stanno antipatici gli agricoltori.

    Ps: questo è il mio ultimo intervento: in questo topic il tema non era l’agricoltura. Ringrazio i moderatori per la tolleranza.

  13. ALESSANDRO SARAGOSAon Feb 7th 2021 at 12:18

    “Ripeto: AUMENTO. Dato che i ruminanti selvatici e domestici esistono da milioni di anni (i primi) e da migliaia di anni i secondi, se il metano da loro prodotto si fosse AGGIUNTO CONTINUAMENTE (senza cioè far parte di un normale ciclo biologico, come in realtà) avrebbe già reso l’aria irrespirabile.”

    Certo che esistono da milioni di anni, ma non ce n’è mai stati così tanti sul pianeta: solo dedicare alla loro alimentazione buona parte delle terre agricole, gli permette di esistere in tale numero e concentrazione.
    In natura scarsità di cibo, parassiti, malattie, competitori, ne terrebbe il numero a livelli enormemente più bassi
    E’ questo numero “esagerato” a far si che le loro emissioni di metano siano non trascurabili nel contesto dell’AGW.
    Forse solo rendendoci conto di come abbiamo cambiato il pianeta, si capisce l’importanza di questo fattore apparentemente “sostenibile”: gli umani e i loro animali da allevamento, ormai pesano di più di tutti i vertebrati sommati insieme, esclusi i pesci

    https://www.pnas.org/content/115/25/6506
    “In fact, humans and livestock outweigh all vertebrates combined, with the exception of fish.”

    E come già ricordato, ci sono poi anche diversi altri gli effetti legati all’agricoltura che incidono sul bilancio dei gas serra, non solo il metano da rutti di mucche.

    Poi come fare a ridurre questi contributi è un altro e complicatissimo paio di maniche, vista la necessità di bilanciare “sfamare il mondo” con “salvare la stabilità climatica”, anche perchè se salta la seconda va giù anche il primo obbiettivo.

    Personalmente non ci penserei due volte a usare OGM mirati a questo scopo (non solo per aumentare le rese/ettaro ma anche, per esempio, piante che aumentino il sequestro di CO2 nel suolo in forma stabile)

    Ma intanto gli agricoltori potrebbero anche prendere in considerazione alcune tecniche che riducono le emissioni dai suoli, come il no-tilling che negli Usa, in certi casi, è stato dimostrato ridurre la CO2, senza ridurre le rese agricole.
    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0167880917300397

    O affrontare il tema degli sprechi, che non sono tanto il cibo che buttiamo nella spazzatura, ma i prodotti che marciscono nei campi o prima di arrivare ai mercati, per mancanza di infrastrutture adeguate. Se non ricordo male si butta via circa 1/3 della produzione agricola mondiale.

  14. Francescoon Feb 7th 2021 at 21:21

    Homoereticus: l’argomento è perfettamente in tema, dato che qui si parla di AGW. Comunque capisco che tu non voglia rispondere perché non hai argomenti. Io però ti rispondo. Ho già scritto che la deforestazione è causata da due motivi: produrre più cibo perché la domanda mondiale di cibo cresce per l’aumento della popolazione e per nuove esigenze alimentari, soprattutto da parte degli asiatici; degrado dei suoli per sottrazione di macroelementi. Per risolverli bisogna intensificare le produzioni come in Europa, dove a fronte di un aumento della produzione (da importatori siamo diventati esportatori di cibo) in meno di cento anni è raddoppiata la superficie forestale. Solo in Italia, siamo passati dal 18% al 35%. Per tutto il resto, procurati un libro delle scuole medie e ripassati la lezione sul Ciclo del Carbonio.

    Alessandro: è vero che i ruminanti sono aumentati, ma molto meno di quello che si pensa. Negli ultimi 30 anni il numero di bovini è passato da circa 1.3 miliardi a 1.5 miliardi. Le altre specie di ruminanti sono invece diminuite. Ed in Europa negli stessi anni sono diminuiti anche i bovini, soprattutto in Italia: – 30%. Hai poi citato due argomenti complessi (il no-till e lo spreco di cibo) su cui sarebbe interessante discutere, ma non è il caso di farlo qui. Sul no-till aggiungo solo che si applica da anni già su oltre 200 milioni di ettari (quasi 20 volte la SAU italiana), ma non sempre è conveniente farlo. Per esempio non potrei farlo sui miei terreni. Anche lo spreco di cibo andrebbe sudiviso in Food Loss (a monte) e Food Waste, a valle. Nei PVS il Food loss è spesso sovrastimato. Per esempio molto di questo Food diventa semplicemente Feed. E più si pratica agricoltura intensiva e meno cibo si spreca. Sugli OGM ti do ragione, ma troppa gente, pur non sapendo niente al riguardo (o perché vittima di disinformazione di massa) stupidamente li condanna, rinunciando a molti vantaggi ambientali.

  15. Arnoldo123on Feb 8th 2021 at 16:52

    Francesco
    In agricoltura, come in tanti altri campi, l’aumento della complessità non farebbe altro che rendere il sistema più fragile.

  16. Stefano Caserinion Feb 8th 2021 at 17:03

    Francesco
    @ l’argomento è perfettamente in tema, dato che qui si parla di AGW

    Tutto il blog è dedicato al riscaldamento globale, ma questo non vuol dire quindi che in ogni post uno tratta nei commenti il tema che più gli pare.

    Questa volta abbiamo lasciato correre, le chiedo in futuro di mettere i commenti nei post che abbiamo dedicato al tema
    https://www.climalteranti.it/category/agricoltura/
    Grazie

  17. Francescoon Feb 9th 2021 at 07:11

    Stefano, mi adeguo alla rampogna. Mi permetto però di farle notare come in molti degli articoli postati venga spesso citata la responsabilità della zootecnia nella produzione di gas climateranti, ma nonostante il sito sia suddiviso in circa 200 categorie, tale argomento non vi sia compreso. E anche l’argomento “agricoltura” sia chiaramente sottostimato.

  18. Gabriele Mon Feb 10th 2021 at 09:02

    Tellus A ha pubblicato un breve editoriale che introduce e contestualizza la versione estesa del post in lingua Inglese. Per chi fosse interessato, si può leggere qui: https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/16000870.2021.1883231

  19. Armandoon Feb 10th 2021 at 22:05

    Che il biologico abbia rendimenti del 40% in meno è una cosa che non si può proprio sentire.
    In questo “campo” molti si sentono autorizzati a sparare le cifre che gli piacciono di più.
    Su queste basi, non ha senso discutere.

  20. Francescoon Feb 11th 2021 at 06:35

    Stefano: scusa, ma se mi danno del bugiardo, credo sia mio diritto rispondere.
    Armando: non ho avuto il tempo per cercare molto, ma questo credo che questi due bastino: nel primo trovi i dati reali (non quelli di chi vuole dimostrare questo o quello) delle produzioni medie nell’UE – vedi i grafici di pag. 3. Nel secondo trovi i risultati di molte altre ricerche. https://ec.europa.eu/agriculture/rica/pdf/FEB4_Organic_farming_final_web.pdf

    https://content.sciendo.com/configurable/contentpage/journals$002fboku$002f68$002f4$002farticle-p223.xml

    Fino a circa 20 anni fa ci credevo anche io (e ho anche preso il diploma di Certificatore per la Bioss di Marostica) ed è stato parlando con molti agricoltori Bio che ho raccolto questi dati della media di vari tipi di coltivazione. Ovvio che se consideri solo l’insalata, le zucchine l’uva o le olive, ottieni più o meno lo stesso risultato. Se invece coltivi, patate, cereali o leguminose per parecchi anni (e cioè quando è calata la fertilità di base), ottieni appunto una media del 30-40% in meno. Ci sono poi molti modi per alterare i risultati: per esempio se pratichi il sovescio, coltivi del terreno senza raccogliere niente e questo lo dovresti considerare nel raccolto successivo, ma molti furbamente non lo fanno. Oppure consideri i dati raccolti da coltivazioni sperimentali, su superfici piccole e dove gli input sono attentamente controllati. Se i raccolti fossero uguali o solo leggermente inferiori, dato che nel Bio risparmi su tanti input (concimi, fitofarmaci, ecc); ricevi contributi di parecchie centinaia di euro per ettaro (il 20% di un produttore Bio è dato dai contributi pubblici esclusivi per questo metodo) e per di più vendi a prezzi nettamente superiori, perché non lo fanno tutti? La maggior parte dei contadini sarebbe dunque stupida? Chiediti anche perché in Italia il 60% del Bio è concentrato al Sud, mentre in Lombardia e Veneto le superfici coltivate a Bio sono pochissime. Perché a fronte del 14,5% di SAU italiana a Bio ( e al consumo del 25% di pesticidi -in peso) le vendite del Bio in Italia corrispondono al 3% del totale? Perché su circa 60 milioni di ettari Bio nel mondo, solo 2,9 vendono coltivati a cereali?
    La prima certificazione Bio all’estero fatta da un’azienda certificatrice italiana (AIAB) l’ho organizzata io in un allevamento di bovini dell’ Uruguay. (Estancia La Glycina- Florida) I metodi di allevamento erano esattamente gli stessi degli allevamenti vicini. Cambiava solo l’etichetta che è un’autocertificazione: l’azienda certificatrice viene scelta e pagata dal controllato. In Europa. Nel resto del mondo (tipo USA) invece è tutto autocertificato direttamente dal produttore, eccetto le mele e le pere. Non chiedermi il perché. Ho fatto anche io la domanda e nessuno ha mai saputo rispondermi.

  21. maresciallo stefanoon Feb 11th 2021 at 10:59

    Strategia nazionale di lungo periodo, per raggiungere la neutralità climatica nel 2050.
    pdf di 100 pagine, si parla ovviamente anche di emissioni imputabili all’agricoltura.

    https://www.minambiente.it/notizie/cambiamenti-climatici-trasmessa-bruxelles-la-strategia-nazionale-di-lungo-periodo

  22. Antonioon Feb 13th 2021 at 19:17

    @ Gabriele Messori

    Bello l’articolo.. e pure l’editoriale.. complimenti! L’unico che ha qualche pubblicazione fra gli uomini di scienza penso sia Scafetta. Ed è tutto dire.

  23. Ma siamo ancora qui? | Weissbachon Feb 16th 2021 at 19:17

    […] Gli “uomini di scienza” che negano l’origine antropica del riscaldamento globale si occupano r…… […]

  24. Armandoon Feb 17th 2021 at 11:50

    Nel Regno Unito viene portato avanti da oltre 100 anni un esperimento sulle rese di frumento in due campi limitrofi, uno coltivato biologicamente, uno con l’ausilio della chimica. Le rese sono identiche. Dovreste trovare il resoconto in un libro dedicato ai “long trial experiments”.

  25. maresciallo stefanoon Feb 17th 2021 at 12:20

    Appena uscito: “Le emissioni di gas serra del settore agricolo, forestale e altri usi del suolo (il cosiddetto settore AFOLU, Agriculture, Forestry and Other Land Use), rappresentano il 24% delle emissioni globali”

    https://www.cmcc.it/it/articolo/uso-del-suolo-e-cambiamenti-climatici-focus-sul-settore-zootecnico

  26. Francescoon Feb 17th 2021 at 22:32

    Maresciallo: alle elementari mi hanno insegnato che i laghi hanno un emissario ed un immissario. Come sostiene anche l’articolo che lei cita, vengono sempre e solo quantificate le emissioni dell’AFOFLU, ma mai le immissioni. Perché?

    Armando: che cavolo di novità ci sarebbe in questa notizia? Se a delle piante coltivate fornisco dei fertilizzanti organici o del concime kimico, contenenti entrambi le stesse quantità di macro e microelementi, per quale oscuro motivo dovrei avere delle rese diverse? Alle piante non importa niente che gli atomi di N, P e K siano di origine organica o inorganica. Quello che importa veramente sono le proprietà ammendanti e soprattutto l’energia per ottenere fertilizzanti o concimi. C’è da chiedersi semmai il motivo per cui viene tollerato che agli agricoltori biologici italiani (non ho informazioni attendibili su quello che succede in altri paesi) sia consentito (in deroga alle norme vigenti) di reperire il 90% ed oltre dei fertilizzanti organici di cui hanno bisogno, da allevatori non Bio. In pratica il Bio non riesce a soddisfare nemmeno il 10% del suo primo requisito: mantenere la fertilità del suolo. E poi si arrabbiano se li definisco Bio(il)logici!

  27. Armandoon Feb 18th 2021 at 10:21

    @ Francesco Allora, sulla tua osservazione che il biologico non riesce, per così dire, a sostenere sé stesso, hai perfettamente ragione. In realtà, il biologico non è altro che la moderna industria agrochimica con alcune limitazioni. Esistono però altre forme di agricoltura, altamente produttive, molte vicine o aderenti alle agricolture tradizionali. Si tratta di sistemi policulturali, o, nel caso dell’SRI (System of Rice Intensification) di sistemi con un elevato apporto di capitale umano. Ora, se l’obiettivo è un rapporto uomo/territorio agricolo del tipo un lavoratore per 100 ettari (e ci sarà chi dirà comunque che si tratta di un sistema inefficiente…) allora ha poco senso discutere delle differenze fra agrochimica e biologico, visto che si tratta sostanzialmente dello stesso sistema, economico, filosofico e ideologico. Comunque, una revisione di questo sistema non è nell’agenda politica di nessuna forza politica, anche perché non ci sono più partiti. Ciononostante, le sentinelle dell’agrochimica sono sempre allerta e pronte a sparare contro il concetto di biologico. Non fanno una bella figura questi personaggi che nei loro libri sotto sotto accusano i consumatori di prodotti biologici di ostacolare il progresso affamando i contadini del terzo mondo. Anzi, ottengono l’effetto opposto. Anche perché si sa benissimo che la fame è un fenomeno distributivo, che convive con una super produzione globale di alimenti, e un costante declino della superficie coltivabile, conseguenza inevitabile della monocultura della mente che è il tratto fondamentale della moderna agricoltura ad altissima intensità di capitale.

  28. maresciallo stefanoon Feb 18th 2021 at 11:59

    Francesco, alle elementari mi hanno anche insegnato che il livello del lago può cambiare se le portate di immissario ed emissario non sono uguali!
    Secondo lei non è possibile che quel 24% di emissioni sia il netto tra le due componenti?

  29. Francescoon Feb 18th 2021 at 20:52

    Maresciallo: no, perché alle elementari mi hanno insegnato a ragionare con la mia testa e non con quella di altri. Ne ho già scritto più volte, ma repetita iuvant. Ora ci sono tot animali domestici e tot risaie che emettono gas serra. 100, 200, 2000, 2 milioni di anni fa c’era un numero simile di animali selvatici (per esempio negli USA, ora ci sono circa 90-100 milioni di ruminanti domestici, soprattutto bovini. Fino a 150 anni fa c’erano almeno 60 milioni di bisonti, più parecchi milioni di antilocapre e molti più ruminanti selvatici (cervi, wapiti, ecc) rispetto ad ora. Dato che i bisonti sono più grossi dei bovini domestici e che un animale al pascolo produce più metano di uno alimentato a unifeed, ne deduco che la produzione di questi gas serra all’epoca era almeno uguale (se non superiore) a quella attuale. E così nel resto del mondo. Anche in Italia, fino a 50-60 anni fa c’era il doppio di vacche rispetto ad ora. Stesso discorso per le risaie che hanno soppiantato in parte le paludi. Le emissioni quindi c’erano anche 100, 200, 2 milioni di anni fa. Spiegami come mai, nonostante questa fantomatica continua aggiunta di gas serra, continuiamo a respirare aria.
    Un ripasso al Ciclo del Carbonio ti sarebbe utile. E’ però vero che le attività agro-zootecniche consumano, come ogni altra attività umana, dell’energia fossile per azionare trattori, mietitrebbie, essicatoi, o per produrre concimi. Il totale di questi apporti di CO2 è di circa 7-8% e non 24%. Anche io vorrei ridurli, ma non saprei come. Smettere di coltivare, allevare? Se hai una soluzione valida, proponila.

  30. Armandoon Feb 20th 2021 at 13:20

    @Francesco Allora, è giusto sottrarre dall’apporto di CO2 e di altri gas serra ciò che si sarebbe comunque riversato nell’atmosfera in assenza di attività umane ma in presenza di flora e fauna selvatiche. Stesso discorso vale per il consumo di acqua (non so dove hai preso il dato attribuito a Pimentel, ma nel suo lavoro Food, energy and society, si parla di 43.000 litri per un chilo di carne di manzo, non 200.000, e questo numero è ottenuto partendo dal consumo di acqua per i cereali impiegati come mangimi, tab. 14.2, pag. 187). Il punto è che alla produzione bisogna aggiungere l’energia impiegata per il trasporto, stoccaggio, confezionamento. Tutte questa variabili, poi, sono in crescita, perché la moderna ideologia neo-liberale non prevede alcun limite, alcuna misura agli scambi commerciali. Le aree di produzione saranno sempre più energivore e gli spostamenti delle derrate agricole sempre più ampi. Che siano essi visibili, come nel caso della frutta controstagione, o no.

  31. Francescoon Feb 21st 2021 at 08:01

    Armando: Food, energy and society di Pimentel è uno dei tanti libri che devo ancora leggere. Fra tanti aspetti prendo in considerazione solo il consumo di acqua. Tanti (troppi) diversi numeri ( 43.000-15.500-200.000 litri per kg di carne) circolano da anni sul web su tale argomento. In tutti noto errori di fondo colossali. I due più evidenti sono prendere in considerazione solo certe specie e non altre, oppure solo un certo tipo di allevamento. La specie più detestata e la più innocente è senza dubbio quella bovina, che oramai contribuisce per poco più di un quinto alla produzione mondiale di carne. Inoltre solo un sesto dei bovini allevati nel mondo vengono alimentati con unifeed e cioè con molti cereali coltivati. E più o meno altrettanti ricevono un’alimentazione mista. Per cui vengono presi in considerazione dati che riguardano la minoranza di una minoranza. Ti pare “scientifico” questo? Anche su specie meno “assetate” come il pollo, vengono fatti errori. Per esempio non viene (quasi) mai preso in considerazione che gli scarti di macellazione (un terzo del peso vivo) vengono riciclati e rientrano nell’alimentazione e lo stesso delle deiezioni (pollina) che è un ottimo fertilizzante. Per stimare un bilancio, oltre agli output, vanno considerati anche tutti gli input! O no?! L’errore più grande è però considerare “consumata” dell’acqua che rientra subito in circolo. Sia l’acqua piovana (almeno il-70-80%) che cade su un ettaro coltivato a mais o soia (le principali materie prime del mangime dei polli: ne mangiano meno di 2 kg per crescere di 1 kg), sia l’acqua usata per l’irrigazione (nella maggioranza dei casi il mais e la soia non vengono nemmeno irrigati) non sparisce in un buco nero o in un’altra dimensione spazio-temporale. Almeno che mi risulti! Perché anche l’acqua che entra in una turbina idroelettrica non viene considerata “consumata” allo stesso modo?
    Ti sbagli anche sul fatto che la produzione di cibo sia sempre più energivora. Complessivamente sì, perché le nuove persone “che si siedono a tavola” aumentano ogni anno di 70 milioni. E molti degli altri già seduti, non si accontentano più di poco riso o polenta scondita. Ma questa non è una colpa da attribuire al sistema-modello agricolo. Questo risponde ad una semplice domanda. Per unità di prodotto, sia l’energia consumata che la superficie coltivata stanno calando. E’ su questo che vanno fatti i calcoli. Se le biotecnologie invece di essere lasciate colpevolmente in mano solo ai privati, fossero implementate da istituzioni pubbliche, le rese sarebbero nettamente migliori e meno impattanti.

  32. Arnoldoon Feb 27th 2021 at 12:25

    Armando
    Concordo. Ho apprezzato pure l’esposizione precisa e chiara.

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