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Il “riformismo ambientalista” non fa i conti con la realtà

Nel post L’ex-ambientalista che non ha ancora capito cos’è la crisi climatica abbiamo affrontato una prima categoria di argomenti fallaci usati da Chicco Testa, nel libro “Elogio della crescita felice: contro l’integralismo ecologico”. Si è trattato di tesi generate dall’incapacità di fare i conti con la realtà della crisi climatica, di confrontarsi davvero con l’enorme mole di evidenze scientifiche che ha portato la comunità mondiale a definire nell’Accordo di Parigi l’ambizioso obiettivo di limitare il riscaldamento globale “ben sotto i 2°C”.

La negazione della realtà, il tentativo di ridimensionare la gravità della situazione invocando presunte incertezze nella scienza del clima e l’esistenza di scienziati dissidenti o di “tesi diverse” non sono casuali: sono necessarie per poter accontentarsi di un set di soluzioni che sono largamente insufficienti per raggiungere gli obiettivi sul clima che l’Europa e l’Italia hanno assunto. Proposte nel complesso retoriche, generiche, proposte con un po’ di spocchia e un malcelato livore verso quanti – in particolare gli ambientalisti – si battono per soluzioni più impegnative.

Un filo conduttore del libro è una fiducia cieca e acritica nel potenziale dell’innovazione tecnologica, che certo è un fattore di grandissima importanza nella lotta al cambiamento climatico, e su cui è giusto puntare con decisione. Ma sostenere che “Non è vero che il nostro pianeta è limitato, lo è solo in una percezione sensoriale elementare e quasi magica, che prescinde dall’evoluzione del sapere umano” (pag. 45), insomma che la tecnologia è in grado di risolvere tutti i problemi legati alla finitezza delle risorse, ha più a che fare con la fede nel soprannaturale che con uno sguardo razionale. Altro che studi sui “planetary boundaries”: tutto si risolve con un po’ di innovazione.

Nel pastone di Testa contro gli ambientalisti tutto fa brodo: sono citati l’Ambientalista scettico di Bjorn Lomborg senza accennare  ai tanti errori contenuti in questo libro (il capitolo riscaldamento globale oggi sarebbe da buttare nel cestino). Non manca la citazione benevola dell’ambientalista pentito (Michael Shellenberger) o del documentario prodotto da Michael Moore pieno di errori.

Chi vede il problema del riscaldamento globale come una minaccia esistenziale, per Testa è simile ai millenaristi che si preparavano alla fine del mondo, o a chi era convinto che la peste nera fosse un castigo di dio (pag. 34). La retorica dell’innovazione e del soluzionismo tecnologico, sono contrapposti al conservatorismo romantico e ambientalista: non c’è spazio per dati e analisi accurate.

 

Bioeconomia fra Pinocchio e Masterchef

Se Testa volesse occuparsi davvero di innovazione, potrebbe per esempio parlare delle tante aziende e istituzioni che operano nella bioeconomia, cioè nell’ambito di un’economia circolare basata su risorse biologiche rinnovabili, e che grazie alle relazioni strettissime tra ricerca scientifica (specie nel settore della chimica avanzata e dei materiali) e agricoltura, è in grado di generare occupazione a livello dei territori in cui opera, contribuendo in modo sostanziale alla riduzione delle emissioni climalteranti. I numeri della bioeconomia (che trova applicazione in settori disparati come agricoltura, food&beverage, legno, carta, tessile, chimica, biocarburanti e bioenergie, gomma-plastica, abbigliamento, mobili, acqua e rifiuti) sono importanti: secondo uno studio condotto da nova-Institute per conto del Bio-based Industries Consortium (BIC), nel 2017 il volume d’affari della bioeconomia in Europa è stato di 2.400 miliardi di euro, con oltre 18,5 milioni di occupati. Per il nostro paese sono disponibili dati aggiornati al 2018, che indicano un output pari a circa 345 miliardi di euro, con oltre due milioni di persone occupate.

E invece, di tutto questo nell’Elogio della crescita felice non c’è nulla, e la mancanza è particolarmente clamorosa nel capitolo dedicato all’agricoltura. Intitolato “Da Pinocchio a Masterchef”, è un omaggio alle virtù dei fertilizzanti e dei pesticidi di sintesi, che hanno consentito di aumentare le rese delle colture e di farci passare da una condizione di penuria (“Pinocchio”) a una di abbondanza (“Masterchef”). Vero, ma molto parziale. Nel capitolo ci sono un vaghissimo accenno alle problematiche ambientali causate dall’agrifood (una riga a pagina 111, “L’agricoltura comporta diversi problemi di carattere ambientale” – con un understatement davvero notevole, e dopo “ambientale” manca peraltro la parola “sanitario”, considerato che nel mondo ci sono 670 milioni di obesi e 820 milioni di denutriti), un paio di capoversi sull’agricoltura biologica, e una lunga tirata sulle mirabilie dell’agricoltura di precisione, dell’IoT e dell’intelligenza artificiale: tecnologie innovative, certo, ma il quadro proposto è decisamente parziale.

Anche qui, come nel resto del libro, Testa usa un classico strawman argument, quello di chi attacca un’argomentazione dandone una rappresentazione errata o distorta (e parziale), e descrive gli ambientalisti o come affetti da un’inguaribile sindrome NIMBY, o come sognatori che vogliono tornare all’età della pietra. È vero che nel nostro e in altri paesi figure simili non mancano (andrebbero peraltro ascoltate con attenzione le loro ragioni, spesso meno strampalate di quanto si vuol far credere), ma la realtà è, come si è visto, molto più complessa. Innescata dalla presa di consapevolezza della gravità degli impatti dei cambiamenti climatici e della distruzione della biodiversità, è infatti in corso una trasformazione profonda di moltissimi settori industriali che, in tutto il mondo (all’inizio del 2018 erano oltre sessanta i paesi nel mondo che avevano adottato una strategia sulla bioeconomia nel quadro delle proprie politiche sullo sviluppo sostenibile), sta cambiando i modi di fare impresa e generare innovazione. L’esatto contrario di quanto scrive Testa: lo sviluppo e la ricerca della prosperità oggi non possono prescindere dalle problematiche ambientali, e anzi proprio da queste trovano stimoli e occasioni per innovare e generare occupazione.

 

L’ambientalismo parolaio

Dopo aver spiegato le tante criticità di strumenti già utilizzati per ridurre le emissioni, gli incentivi (troppo costosi), la carbon tax (nessuno la vuole) o in generale le tasse ambientali (plastic tax, accise sui carburanti ecc…), la proposta nel capitolo intitolato “E se facessimo la rivoluzione” è in sostanza la scoperta dell’acqua calda: ridurre la CO2 dove costa meno, ossia nei paesi meno sviluppati come Cina e India. Chicco Testa sembra non sapere che quanto spaccia come qualcosa di rivoluzionario è un’idea vecchia di 25 anni, in quanto la flessibilità nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni era già presente nel Protocollo di Kyoto (nei meccanismi flessibili attuati con gli accordi di Marrakesh) ed è un grande e intricato tema in discussione nell’ambito dell’Accordo di Parigi (il mancato accordo sull’articolo 6 alla COP25 di Madrid).

Mentre quindi la comunità mondiale sta da anni cercando di trovare un modo concreto per implementare questo principio, per l’ambientalismo parolaio è tutto semplice, basta dire di voler “riconoscere il carattere globale della sfida globale e sviluppare un livello di cooperazioni fra Stati mai visto in precedenza” (pag. 77) e tutto si sistema.

Alla fine, la negazione della vera dimensione della crisi climatica e le continue lamentale per l’ambientalismo regressivo, come se il mondo fosse stato sino ad oggi dominato dagli ambientalisti, fornisce una lettura poco credibile della realtà attuale. E oltre ai condivisibili appelli per un grande salto di innovazione tecnologica non si trovano i veri motivi per cui “se sapremo assecondare la giusta direzione del cambiamento non c’è nulla da temere”. Il capitolo finale “Ottimisti e razionali” si risolve in un atto di fede.

 

Testo di Stefano Caserini e Diego Tavazzi

5 responses so far

5 Responses to “Il “riformismo ambientalista” non fa i conti con la realtà”

  1. Canziani Robertoon Mar 11th 2021 at 18:53

    A parte i toni iniziali un po’ troppo polemici e da comizio (ne sono allergico), condivido la sostanza del testo di Caserini e Tavazzi. Soprattutto quando citano i dati.

  2. Roberto Burlandoon Mar 12th 2021 at 09:37

    A me pare invece che i toni dell’articolo siano fin troppo misurati nei confronti di una ennesima operazione di mis-informazione che ripropone come se niente fosse analisi che sono già state ampiamente screditate (quelle di Lomborg molte volte e da molteplici voci nei diversi anni dalla pubblicazione di quel testo. Si veda la censura proposta a suo riguardo della comunità dei climatologi riportata nel libro di N. Oreskes Merchants of doubts). E che propone come nuove e proprie soluzioni da anni già prese in considerazione e che si sono dimostrate, ancorchè parzialmente utili, di ben più complessa applicazione e minor impatto di quanto la semplicistica analisi dell’autore cerchi di far credere.
    A mio avviso il punto, problematico, rimane sempre quello di ciò che si può fare nei confronti di chi non solo nega le (non troppo numerose, purtroppo) solide conclusioni (ancorchè sulla scorta dei dati disponibili, che però in questo caso sono una mole enorme) raggiunte dalla scienza in alcuni ambiti, ma non considera per nulla le controdeduzioni già sviluppate (e da fonti ben note e autorevoli per chi davvero studia e e fa ricerca su queste tematiche) sugli argomenti che utilizza presentandoli come nuovi e aproblematici.
    Qui non abbiamo a che fare con legittime e fondate diversità di analisi ma, mi pare, con qualcosa di ben più misero e strumentale e la gogna mediatica mi pare non un infierire (vedo nella parte di Maramaldo piuttosto l’autore del testo qui criticato che i suoi oppositori) ma un tentativo di riportare su un piano di serietà le discussioni.

  3. Armandoon Mar 13th 2021 at 12:13

    Credo che prima o poi dovrete prendere in considerazione il libro di Bill Gates sul clima.
    Io non l’ho letto, ma in base alla recensione di Segantini (CorrierEconomia del 22 febbraio) mi sembra rappresenti il benchmark su cui si baserà il dibattito futuro.
    Il discorso negazionista di Chicco Testa è infatti completamente outdated, per non dire penosamente ridicolo.
    O si sta con la scienza, e si accetta che l’uomo è andato sulla Luna, che i vaccini prevengono certe malattie, che il riscaldamento climatico di origine antropica è una realtà, oppure vale tutto, ovvero stiamo andando verso un’era glaciale e i rettiliani si sono insediati nei principali centri di potere.
    Quello che ho capito dalla recensione è che Gates vede la lotta al cambiamento climatico condotta secondo le regole del capitalismo americano: grandi investimenti in ricerca pubblica che poi le imprese private tradurranno in prodotti/soluzioni vendibili sul mercato.
    Ho molti dubbi che questa ricetta possa funzionare.
    Alla fine, è probabile che il discorso delle nuove tecnologie si riferirà a una parte della popolazione di pochi paesi ricchi.
    Magari mi sbaglio io, non ho studiato bene la questione, ma mi pare che il maggior ostacolo alla soluzione all’origine del problema è come viene alla fine generata l’elettricità su cui si dovrebbe fondare la mobilità del futuro.
    Se si vuole evitare i combustibili fossili, bisogna per forza passare per il nucleare, cosa problematica perché se in Cina non hanno difficoltà, nei paesi avanzati il problema è triplice, non accettazione da parte della popolazione, mancanza di privati disposti ad accollarsi i rischi, perdita delle competenze dovute all’abbandono del settore da molti anni.
    L’Europa, per adesso, non la prendo neppure in considerazione.
    Un conto sono i proclami, un conto sono i fatti.
    E i fatti dicono che gli investimenti in questa direzione non possono essere erogati perché i Paesi sono sottoposti a rigidi vincoli di bilancio.
    Già c’è la brutta gatta da pelare del QE portato avanti dalla BCE, un’istituzione che vive alla giornata, senza un progetto politico all’orizzonte che non sia quello di tenere insieme l’Euro in attesa non si sa bene di che cosa.
    E’ quasi certo che i leader europei faranno quello che hanno sempre fatto, sceglieranno di non scegliere. Investimenti pochi, concentrati in Germania, e insufficienti ciò che è richiesto, un cambio di paradigma.

  4. maresciallo stefanoon Mar 21st 2021 at 19:35

    Il Prof. Armaroli e il greenwashing con l’idrogeno:

    https://www.youtube.com/watch?v=KuAaCzU5sH0&t=67s

  5. Renatoon Mar 22nd 2021 at 12:40

    In tema di Idrogeno:
    https://climatecrocks.com/2020/12/17/fossil-pr-fueling-hydrogen-push/

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